TRUMP XI E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

di Giulietta Rovera


Il 15 maggio si è chiusa a Pechino la più importante relazione bilaterale del mondo. Era circa un decennio che il Presidente degli Stati Uniti e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese non si incontravano. Donald Trump e Xi Jinping avevano pertanto molto di cui discutere. A dominare l'agenda, alcune questioni chiave: guerra con l'Iran, Taiwan, scambi commerciali. Le aspettative erano grandi. E in un certo senso non sono state deluse, perché è tutt'altro da sottovalutare il risultato raggiunto: il ripristino di un rapporto diretto tra i leader dopo mesi di crescenti tensioni. Non è casuale che il leader cinese abbia descritto la visita come "storica", affermando che i due Paesi erano concordi sulla creazione di "una relazione Cina-USA costruttiva, strategica e stabile".

Tuttavia, i disaccordi erano profondi. Sui colloqui incombeva Taiwan, che la Cina rivendica come parte del proprio territorio. Xi ha sfruttato il vertice per avvertire Trump che non tollererà alcuna interferenza americana nei suoi piani per riportare gradualmente l'isola nell'orbita di Pechino. Se la questione sarà "gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha detto Xi con un tono insolitamente duro.

E' stato a questo punto che Xi ha esortato ad evitare la “trappola di Tucidide” - la teoria, tratta da “La guerra del Peloponneso”, secondo la quale una potenza consolidata finisce spesso per entrare in conflitto con la potenza emergente. Il concetto fu reso popolare dallo storico di Harvard Graham Allison in un articolo del Financial Times del 2012, ribadito nel saggio Destinati alla guerra, proprio sulla possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Cina.

Gli Stati Uniti hanno adottato da decenni una politica di "ambiguità strategica" nei confronti dell'isola autogovernata: in parole povere, non ne "sostengono" attivamente l'indipendenza, ma autorizzano ingenti vendite di armi – l'ultimo “pacchetto” riguarda una spedizione da 11 miliardi di dollari non ancora effettuata. Poiché Pechino tenta di indebolire il sostegno statunitense a Taiwan, è chiaro che considera tali vendite un test delle intenzioni degli Stati Uniti.

Se nei colloqui Taiwan è stata la questione prioritaria per Xi, per Trump in cima all'agenda c'era il problema Iran. Da quando ha attaccato l'Iran, negli Stati Uniti c'è stata un'impennata dei prezzi della benzina, dei generi alimentari, delle bollette di luce e gas, mentre l'inflazione è ai massimi da tre anni a questa parte. Con l'avvicinarsi delle elezioni di metà mandato e il tasso di approvazione al minimo storico, il Presidente USA sperava che Xi lo avrebbe aiutato a uscire dai guai nei quali si trova impantanato, contando sul fatto che la Cina, essendo il maggiore acquirente di petrolio iraniano e una delle poche potenze con influenza su Teheran, potrebbe incoraggiare il Paese a riaprire lo Stretto di Hormuz. In Cina vige un detto: “Perché dovrei pulire la tua merda?” Se da un lato, infatti, Pechino vorrebbe che il conflitto finisse, dall'altra non ha alcuna intenzione di agire da mediatore, temendo di sprecare le proprie risorse e la propria autorevolezza.

Non è sfuggito agli osservatori che, al termine dei tre giorni di colloqui, la Casa Bianca e il Ministero degli Esteri Cinese non abbiano rilasciato un comunicato stampa congiunto. Prima di salire sull'Air One che lo avrebbe riportato in patria, Trump ha affermato che il presidente Xi concordava sul fatto che all'Iran non si possa permettere di avere un'arma nucleare e che debba riaprire lo Stretto di Hormuz per garantire il libero flusso di energia. Stando alle sue parole, Xi si sarebbe impegnato a non inviare armi all'Iran. Le dichiarazioni pubbliche di Pechino, viceversa, sono state più moderate. Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che il conflitto "non sarebbe mai dovuto accadere" e ha chiesto la riapertura delle rotte marittime, ma si è astenuto dall'appoggiare l'approccio di Trump.

Donald Trump è atterrato a Pechino sperando di consolidare il suo potere e il suo prestigio, ma a parte vaghi accenni a mega-accordi aziendali, non è riuscito raggiungere risultati concreti: nessuna rapida fine della guerra in Iran, nessuna risposta definitiva sul destino di Taiwan. Dopo due giorni di colloqui, apparentemente Xi ha concesso a Trump solo di mandargli i semi per le rose.

L'avventurismo impulsivo di Trump, le sue mosse azzardate in politica estera dal Venezuela all'Iran, il caos tariffario da lui provocato, il suo atteggiamento provocatorio nei confronti degli alleati NATO, hanno rafforzato l'opinione in Cina e in gran parte del resto del mondo che il leader statunitense sia ormai inaffidabile. Pechino appare pertanto un porto più sicuro. Non è casuale che anche gli alleati degli Stati Uniti stiano intensificando i rapporti con la Cina. Il 6 maggio, una settimana prima dell'arrivo di Donald Trump, Xi riceveva il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il 19 maggio è stata la volta di Vladimir Putin. Sulla scena globale, è la Cina che si sta imponendo nel ruolo di potenza egemone.




Fonte: di Giulietta Rovera