UNGHERIA 12 APRILE 2026: LA DEMOCRAZIA RICONQUISTATA

Nell’autunno del 1956, il popolo ungherese tentò di ribellarsi dall’opprimente presenza sovietica. La rivolta fu soffocata nel sangue: i morti e i feriti si contarono a migliaia, più di 250 000 coloro costretti ad abbandonare il Paese. Una ferita mai rimarginata. Una sconfitta mai dimenticata. Esattamente settant’anni dopo, senza sparare un colpo, senza causare disordini né morti né feriti, semplicemente recandosi in massa alle urne – circa l’80% degli aventi diritto - gli ungheresi sono riusciti a liberarsi di colui che nei 16 anni al potere aveva cercato di imporre un’autocrazia, erodendo lo stato di diritto faticosamente conquistato, minando l'indipendenza della stampa e della magistratura, riscrivendo le leggi elettorali a proprio vantaggio, avvicinando Budapest alla Russia e allontanandola dall’UE: Viktor Orbàn, l’ideatore della “democrazia illiberale”. A spodestare Orbàn: Peter Magyar, 45 anni, avvocato, fervente europeista, ex membro del suo stesso partito Fidesz.

Una caduta, quella di Orbàn, accolta con sollievo dal Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e da tutti i Paesi europei che godono di una democrazia liberale. Con malcelata delusione dai fautori della destra populista e nazionalista che vedevano in Viktor Orbàn una fonte d’ispirazione: Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Javier Milei, Benjamin Netanyahu …Quanto a Donald Trump e Vladimir Putin, sembrano essersi rapidamente rassegnati alla nuova realtà: “Magyar è un brav’uomo” – Trump; “Non siamo mai stati amici” – Putin. In realtà, per entrambi è stata una vera e propria batosta. Per l'amministrazione Trump, Orbàn era un eroe, l’icona della destra populista in Europa, il nemico giurato dell'UE. Per Putin, il suo principale alleato nell’UE, un amico “al suo servizio”, una quinta colonna in grado di bloccare decisioni sgradite al Cremlino.

Quando diventa primo ministro nel 2010 in seguito alla sua schiacciante vittoria elettorale, Viktor Orbàn non pensa che riuscirà a rimanere al potere per 16 anni ininterrotti. Il fatto di aver conquistato per quattro volte (2010, 2014, 2018, 2022) i due terzi dei seggi parlamentari, gli dà l’illusione di essere non solo inamovibile ma anche onnipotente. La cosiddetta super maggioranza gli permette infatti di modificare la Costituzione, smantellare progressivamente i meccanismi di controllo e bilanciamento di una società democratica e trasformare l'Ungheria in una sorta di autocrazia. Poco alla volta, il Paese diventa un faro per l'estrema destra globale e una spina nel fianco per Bruxelles.

Le elezioni del 12 aprile, pertanto, non lo spaventano. Ha manovrato in modo da avere tutte le carte in mano per vincere per la quinta volta. Ha tutto a suo favore. La legge elettorale. Il controllo dell’80% dei media. L’appoggio dei leader di destra non solo europei. Il sostegno di Mosca. L’aiuto di Trump, che invia a Budapest in pellegrinaggio a sostenere “l’amico” sia il segretario di Stato Marco Rubio che il vicepresidente J. D. Vance. I sondaggi non gli sono favorevoli, ma quante volte sono stati smentiti? Contando sul controllo pressoché totale dei media, dedica poco tempo alla campagna elettorale, centrata esclusivamente sulla paura di della popolazione di essere coinvolta nella guerra al fianco dell’Ucraina contro la Russia, senza rendersi conto che l'apparato elettorale progettato per convertire una maggioranza relativa in un dominio parlamentare schiacciante potrebbe funzionare anche per il suo rivale. Non solo. Orbàn, il leader più longevo dell'Unione Europea, si è poco alla volta circondato da una cerchia sempre più ristretta di amici e familiari illecitamente arricchiti. Non è stato quindi in grado di capire che il vento ha cominciato a soffiare in un’altra direzione. E che gli ungheresi sono stanchi. Stanchi del deterioramento dei servizi pubblici, dell’inflazione crescente, di un mercato del lavoro desolante. Stanchi di non avere i soldi per arrivare a fine mese e di doversi portare la carta igienica da casa se vanno in ospedale. E stanchi di slogan, a cominciare dal mantra Dio Patria e Famiglia. Se poi salta fuori che il primo ministro, i suoi amici e familiari si sono arricchiti grazie alla corruzione dilagante, allora cominci a prestare attenzione a colui che dichiara di farsi carico dei tuoi problemi e promette di risolverli. Una delle ragioni della schiacciante, indiscutibile vittoria di Peter Magyar e del suo partito Tisza di recentissima formazione sta nel fatto di aver saputo dare ascolto alle preoccupazioni economiche dei cittadini ungheresi, e di aver proposto soluzioni a breve termine. Dall'adesione all'UE nel 2004, l'Ungheria ha ricevuto quasi 70 miliardi di euro in finanziamenti da Bruxelles, diventando in breve tempo da uno dei membri più ricchi dell'ex blocco comunista a uno dei più poveri per colpa di una corruzione governativa a dir poco grottesca. Attualmente, 17 miliardi di euro di fondi per lo sviluppo economico ungherese rimangono congelati a causa delle violazioni da parte di Orbàn dello Stato di diritto. Magyar, che si definisce un liberale conservatore filoeuropeo, ha dichiarato innumerevoli volte nei suoi innumerevoli comizi che obiettivo prioritario sarà "riportare a casa" i fondi UE destinati all'Ungheria. Per sbloccare i fondi europei congelati, si è impegnato a rimettere l'Ungheria su un orientamento filo-europeo ponendo fine all’ostruzionismo ungherese a Bruxelles, a dare subito il via a misure anticorruzione, a ripristinare l'indipendenza della magistratura e garantire la libertà di stampa. Avendo conquistato la "supermaggioranza" in parlamento, Magyar si trova nella posizione di forza per realizzare una completa revisione del sistema costituzionale e politico imposto da Orbàn.

Per varie ragioni, le elezioni del 12 aprile sono state le più importanti dell'anno per l’Europa. La posta in gioco a livello internazionale, infatti, non è mai stata così alta, con l'Ungheria che si trovava di fronte a una decisione storica: rimanere nell'Europa democratica o entrare nella sfera d'influenza della Russia. Non solo. Il voto del 12 aprile è la dimostrazione che è possibile una via d’uscita dall'apparentemente inevitabile deriva verso destra. La sconfitta elettorale di Orbàn segue un'altra battuta d'arresto per il fronte nazional-populista: il fallimento del referendum costituzionale di Giorgia Meloni sulla riforma giudiziaria in Italia. Non è improbabile che l’esito del voto del 12 aprile abbia ripercussioni ben oltre i confini dell’Ungheria: le elezioni di medio termine negli USA non sono lontane e per Trump si preannunciano sempre più difficili.





Fonte: di Giulietta Rovera