LA MANOVRA FINANZIARIA DI GOVERNO
22-09-2026 - EDITORIALE
TRA PROMESSE DI STABILITÀ E ONERI FUTURI DI UN PAESE INDEBITATO
di Carlo Giannone
di Carlo Giannone
Nell'attuale contesto, caratterizzato da crisi ambientali, guerre e iterate manovre di indebitamento in ogni angolo del globo, lo spettro della disfatta finanziaria dell'Occidente sembra annunciare la fine dei sistemi democratici e, forse, del liberalismo.
L'esecutivo italiano in carica da un quadriennio non sfugge al comune disagio di un'Europa smarrita dopo la cessata delega della propria sicurezza agli USA. Trump ha, nel breve giro di un anno, imposto nuovi imperativi, accoppiati a una serie nutrita di balzelli e condizioni punitive, il cui esito è una manifestazione di forza, rendendo incongruo il Nobel della pace al vecchio continente.
In realtà l'Italia, stabilmente in vetta nella classifica dei paesi indebitati – sebbene altri membri, come la Francia, si avvicinino ai limiti della sostenibilità – è vittima dell'incombente minaccia politica di posizioni, spesso estreme, e di istanze conservatrici e repressive. I percorsi ondivaghi dei politici, a fronte di eventi eccezionali, sono subiti da elettori smarriti e insicuri.
Pertanto, rispetto ai tre temi cruciali della sicurezza, del clima e delle migrazioni, si sono favoriti criteri egoistici e di esclusione. Occorre, purtroppo, accettare la diagnosi della sostanziale impossibilità, per l'Unione europea, di mantenere un comportamento da free rider che ha in ogni caso consentito per decenni di liberare risorse destinate alle spese sociali e a un diffuso benessere.
A seguito dell'abbandono dei trattati globali, si riscontra la perdita di senso degli armamenti convenzionali in Europa, e quelli sulle armi nucleari sono scaduti a febbraio. Il ritorno della guerra ai propri confini, sancito dai documenti strategici, il National Security Strategy (NSS) e National Defense Strategy (NDS) del nuovo Department of War che segnano il tramonto della NATO, soggiace alla richiesta perentoria degli USA di portare la spesa militare al 5% dei membri UE.
Ciò è avvertito come impegno dei singoli Pil nazionali, di per sé foriero di inefficienze e probabile eccesso, ove si rifletta che i contributi dei singoli stati sono da decenni inchiodati intorno a poco più dell'1% per l'intero spettro di voci in un frammentario sostituto di un bilancio comune. Ne deriva il totale ribaltamento delle priorità di spesa - oltre all'assenza di tracce sulla corretta denominazione di ‘bene europeo'- e lo spiazzamento di quella sociale a vantaggio dell'industria bellica caratterizzata da segretezza, scarsa trasparenza e alti profitti. La crisi sistemica del 2008-2012, gestita dal solo capitale economico, penalizza i paesi più fragili, esposti a derive autoritarie.
Alla luce di quanto esposto, i temi richiamati scontano stringenti vincoli di finanza pubblica nel caso italiano e inducono a concentrarsi in dettaglio sui dati e le misure politiche del governo. L'ISTAT indica nel 2025 un rapporto debito/ Pil di 137,1, crescita di 0.5% e un disavanzo del 3,1% e nel 2026, un decimale oltre la norma per chiudere la procedura di deficit eccessivo del 2024.
E' utile notare che la teoria economica assume come indice di sostenibilità del debito pubblico il rapporto, nei singoli esercizi, tra saggio di crescita e tasso d'inflazione. Inoltre, l'analisi di Ricardo, nel 1820, sulla mancata equivalenza tra imposta straordinaria e debito pubblico dimostrava che, a parità di ammontare, il carico d'interessi del secondo si protrae nel tempo, rispetto all'immediato impatto della prima. Nella tradizione keynesiana, vanno citati al riguardo il modello a generazioni sovrapposte di Barro del 1974, e gli studi di Allais e Samuelson e Diamond.
Per l'Italia, si tratta di precise scelte di un esecutivo in sintonia con quelle dei paesi membri nell'assicurare aiuto finanziario all'Ucraina aderendo al Regolamento UE 2025/1106 per l'istituzione del Security Action for Europe (SAFE). Esso mette a disposizione fino a 150 Md. di euro di prestiti raccolti dalla Commissione, con scadenze fino a 45 anni e un periodo di preammortamento del capitale a tassi inferiori a quelli per i paesi a basso rating.
Lo scorso aprile, il governo ha rinunciato ad attivare la clausola nazionale di salvaguardia, (edp) per attivare spese di difesa con il SAFE, estendibili fino al limite dell'1.5% del Pil, giudicando prioritari i costi montanti dell'energia e l'opzione di una flessibilità dello 0.3%, In tal caso, ogni punto di Pil destinato a spese militari finanziato in disavanzo si traduce in debito, ossia in maggiori oneri per interessi passivi, nel caso specifico di uno Stato membro a bassa crescita.
La serie di atti politici del governo in carica si sostanzia, quindi, nel prevalente impiego di fondi a prestito- accompagnati da provvedimenti annunciati di netto segno elettorale- soprattutto per fini militari, di cui sono del tutto ovvi gli effetti sostitutivi avversi alle principali categorie di spese sociali, la salute, l'istruzione e, soprattutto, il lavoro. E' utile fare chiarezza sulla bozza di manovra.
Si comincia rilevando che i fondi sono vincolati ad appalti di vari Stati, in larga parte componenti di produzione europea e del citato paese aggredito. In totale, l'assegnazione di 14.9 Md. dell'agosto scorso è stata accettata per circa 8.9 Md. con impegni previsti nel 2027, su criteri che rispecchiano preferenze e priorità politiche dei membri sulla scorta dei rispettivi fabbisogni e del grado di indebitamento preesistente, nonché dell'inevitabile segno politico che ispira l'azione.
Il punto essenziale è che il SAFE non è debito comune in senso proprio, né coincide con le categorie di safe bonds o eurobonds evocate nei dibattiti e nel Rapporto Draghi, dove si accenna, per inciso, alla poco realistica finalità di ‘federalismo pragmatico'.
Si tratta, invece, di prestiti che entrano a pieno titolo nel debito nazionale, per cui il beneficio per un paese a debito elevatissimo come il nostro, non concerne risorse aggiuntive, ma comporta un minor costo e una più lunga durata del finanziamento, rispetto ai titoli di Stato. Esso implica, inoltre, una spinta all'integrazione industriale, mediante appalti congiunti. In sostanza, è un breve passo avanti di tipo intergovernativo e condizionato, ben diverso da vigenti sistemi federali.
Alla luce dell'esposizione fatta, e con la necessaria cautela che la condizionante incertezza richiede, si può cercare di elencare, per i paesi ad alto debito come l'Italia, una serie di indicazioni operative e il rispetto di talune condizioni necessarie e sufficienti a soddisfare i bisogni di tutti i cittadini, in una lista di pochi punti utili a un possibile riscontro positivo, qui di seguito elencati:
a) utilizzare il SAFE in funzione sostitutiva, non aggiuntiva, destinando i fondi a spese per la difesa già programmate, alternativamente a titoli nazionali più onerosi, con un risparmio di interessi e l'allungamento della vita media del debito, senza accrescere il disavanzo; b) privilegiare in concreto i previsti appalti comuni, le capacità condivise e le tecnologie di uso multiplo per spazio, logistica e infrastrutture energetiche, e regole e gare trasparenti, improntate a effettiva concorrenza; c) osservare strettamente il nuovo percorso della spesa netta, concordato di recente con l'Unione, onde evitare ricorsi alla clausola di salvaguardia, grazie all'eventuale ausilio di un ridotto spread; d) considerando gli interventi finora enfatizzati dall'esecutivo, ma di scarsa valenza, tra cui irrisori tagli sociali e fuorvianti abolizioni fiscali, occorre che le risorse siano legate alla revisione delle spese improduttive e all'ampliamento strutturale della base imponibile. Ciò dovrebbe avvenire mediante il continuo attento contrasto all'evasione e, soprattutto, con misure atte a realizzare un superiore grado di progressività dell'imposta personale sui redditi e dal mitigare il trattamento sperequato delle rendite finanziarie e di imprese titolari di profitti e rendite elevate. Per contrasto, andrebbero protette adeguatamente le spese sociali e gli investimenti collegati, ormai nella fase finale di un profondamente rivisto PNRR, destinati alla transizione energetica e alla tutela dei diritti sociali, che rischia di essere accantonata; e) in definitiva, appare necessario garantire il contributo di un esecutivo capace e consapevole, al servizio della popolazione, senza esclusioni.
In sintesi, si dovrebbe, per quanto possibile, orientare almeno la quota degli Stati membri più sensibili verso un'ipotetica unione politica, forse un giorno federale, tutta da costruire, alla trasformazione del SAFE a vero e proprio strumento di spesa comune, onde finanziare correttamente con risorse proprie, quelle dirette dei cittadini europei. L'obiettivo presuppone il sostanziale concorso dei Paesi membri, e una cessione di fondi da far confluire nel bilancio comune.
Resta, a mio avviso, l'unica soluzione concepibile – sebbene ardua da perseguire – onde fornire autentici beni pubblici, europei finanziati dagli stessi cittadini, oggi gestiti pro quota dagli Stati e custoditi gelosamente dai governi in nome della logora sovranità prevalente in Europa.
L'esecutivo italiano in carica da un quadriennio non sfugge al comune disagio di un'Europa smarrita dopo la cessata delega della propria sicurezza agli USA. Trump ha, nel breve giro di un anno, imposto nuovi imperativi, accoppiati a una serie nutrita di balzelli e condizioni punitive, il cui esito è una manifestazione di forza, rendendo incongruo il Nobel della pace al vecchio continente.
In realtà l'Italia, stabilmente in vetta nella classifica dei paesi indebitati – sebbene altri membri, come la Francia, si avvicinino ai limiti della sostenibilità – è vittima dell'incombente minaccia politica di posizioni, spesso estreme, e di istanze conservatrici e repressive. I percorsi ondivaghi dei politici, a fronte di eventi eccezionali, sono subiti da elettori smarriti e insicuri.
Pertanto, rispetto ai tre temi cruciali della sicurezza, del clima e delle migrazioni, si sono favoriti criteri egoistici e di esclusione. Occorre, purtroppo, accettare la diagnosi della sostanziale impossibilità, per l'Unione europea, di mantenere un comportamento da free rider che ha in ogni caso consentito per decenni di liberare risorse destinate alle spese sociali e a un diffuso benessere.
A seguito dell'abbandono dei trattati globali, si riscontra la perdita di senso degli armamenti convenzionali in Europa, e quelli sulle armi nucleari sono scaduti a febbraio. Il ritorno della guerra ai propri confini, sancito dai documenti strategici, il National Security Strategy (NSS) e National Defense Strategy (NDS) del nuovo Department of War che segnano il tramonto della NATO, soggiace alla richiesta perentoria degli USA di portare la spesa militare al 5% dei membri UE.
Ciò è avvertito come impegno dei singoli Pil nazionali, di per sé foriero di inefficienze e probabile eccesso, ove si rifletta che i contributi dei singoli stati sono da decenni inchiodati intorno a poco più dell'1% per l'intero spettro di voci in un frammentario sostituto di un bilancio comune. Ne deriva il totale ribaltamento delle priorità di spesa - oltre all'assenza di tracce sulla corretta denominazione di ‘bene europeo'- e lo spiazzamento di quella sociale a vantaggio dell'industria bellica caratterizzata da segretezza, scarsa trasparenza e alti profitti. La crisi sistemica del 2008-2012, gestita dal solo capitale economico, penalizza i paesi più fragili, esposti a derive autoritarie.
Alla luce di quanto esposto, i temi richiamati scontano stringenti vincoli di finanza pubblica nel caso italiano e inducono a concentrarsi in dettaglio sui dati e le misure politiche del governo. L'ISTAT indica nel 2025 un rapporto debito/ Pil di 137,1, crescita di 0.5% e un disavanzo del 3,1% e nel 2026, un decimale oltre la norma per chiudere la procedura di deficit eccessivo del 2024.
E' utile notare che la teoria economica assume come indice di sostenibilità del debito pubblico il rapporto, nei singoli esercizi, tra saggio di crescita e tasso d'inflazione. Inoltre, l'analisi di Ricardo, nel 1820, sulla mancata equivalenza tra imposta straordinaria e debito pubblico dimostrava che, a parità di ammontare, il carico d'interessi del secondo si protrae nel tempo, rispetto all'immediato impatto della prima. Nella tradizione keynesiana, vanno citati al riguardo il modello a generazioni sovrapposte di Barro del 1974, e gli studi di Allais e Samuelson e Diamond.
Per l'Italia, si tratta di precise scelte di un esecutivo in sintonia con quelle dei paesi membri nell'assicurare aiuto finanziario all'Ucraina aderendo al Regolamento UE 2025/1106 per l'istituzione del Security Action for Europe (SAFE). Esso mette a disposizione fino a 150 Md. di euro di prestiti raccolti dalla Commissione, con scadenze fino a 45 anni e un periodo di preammortamento del capitale a tassi inferiori a quelli per i paesi a basso rating.
Lo scorso aprile, il governo ha rinunciato ad attivare la clausola nazionale di salvaguardia, (edp) per attivare spese di difesa con il SAFE, estendibili fino al limite dell'1.5% del Pil, giudicando prioritari i costi montanti dell'energia e l'opzione di una flessibilità dello 0.3%, In tal caso, ogni punto di Pil destinato a spese militari finanziato in disavanzo si traduce in debito, ossia in maggiori oneri per interessi passivi, nel caso specifico di uno Stato membro a bassa crescita.
La serie di atti politici del governo in carica si sostanzia, quindi, nel prevalente impiego di fondi a prestito- accompagnati da provvedimenti annunciati di netto segno elettorale- soprattutto per fini militari, di cui sono del tutto ovvi gli effetti sostitutivi avversi alle principali categorie di spese sociali, la salute, l'istruzione e, soprattutto, il lavoro. E' utile fare chiarezza sulla bozza di manovra.
Si comincia rilevando che i fondi sono vincolati ad appalti di vari Stati, in larga parte componenti di produzione europea e del citato paese aggredito. In totale, l'assegnazione di 14.9 Md. dell'agosto scorso è stata accettata per circa 8.9 Md. con impegni previsti nel 2027, su criteri che rispecchiano preferenze e priorità politiche dei membri sulla scorta dei rispettivi fabbisogni e del grado di indebitamento preesistente, nonché dell'inevitabile segno politico che ispira l'azione.
Il punto essenziale è che il SAFE non è debito comune in senso proprio, né coincide con le categorie di safe bonds o eurobonds evocate nei dibattiti e nel Rapporto Draghi, dove si accenna, per inciso, alla poco realistica finalità di ‘federalismo pragmatico'.
Si tratta, invece, di prestiti che entrano a pieno titolo nel debito nazionale, per cui il beneficio per un paese a debito elevatissimo come il nostro, non concerne risorse aggiuntive, ma comporta un minor costo e una più lunga durata del finanziamento, rispetto ai titoli di Stato. Esso implica, inoltre, una spinta all'integrazione industriale, mediante appalti congiunti. In sostanza, è un breve passo avanti di tipo intergovernativo e condizionato, ben diverso da vigenti sistemi federali.
Alla luce dell'esposizione fatta, e con la necessaria cautela che la condizionante incertezza richiede, si può cercare di elencare, per i paesi ad alto debito come l'Italia, una serie di indicazioni operative e il rispetto di talune condizioni necessarie e sufficienti a soddisfare i bisogni di tutti i cittadini, in una lista di pochi punti utili a un possibile riscontro positivo, qui di seguito elencati:
a) utilizzare il SAFE in funzione sostitutiva, non aggiuntiva, destinando i fondi a spese per la difesa già programmate, alternativamente a titoli nazionali più onerosi, con un risparmio di interessi e l'allungamento della vita media del debito, senza accrescere il disavanzo; b) privilegiare in concreto i previsti appalti comuni, le capacità condivise e le tecnologie di uso multiplo per spazio, logistica e infrastrutture energetiche, e regole e gare trasparenti, improntate a effettiva concorrenza; c) osservare strettamente il nuovo percorso della spesa netta, concordato di recente con l'Unione, onde evitare ricorsi alla clausola di salvaguardia, grazie all'eventuale ausilio di un ridotto spread; d) considerando gli interventi finora enfatizzati dall'esecutivo, ma di scarsa valenza, tra cui irrisori tagli sociali e fuorvianti abolizioni fiscali, occorre che le risorse siano legate alla revisione delle spese improduttive e all'ampliamento strutturale della base imponibile. Ciò dovrebbe avvenire mediante il continuo attento contrasto all'evasione e, soprattutto, con misure atte a realizzare un superiore grado di progressività dell'imposta personale sui redditi e dal mitigare il trattamento sperequato delle rendite finanziarie e di imprese titolari di profitti e rendite elevate. Per contrasto, andrebbero protette adeguatamente le spese sociali e gli investimenti collegati, ormai nella fase finale di un profondamente rivisto PNRR, destinati alla transizione energetica e alla tutela dei diritti sociali, che rischia di essere accantonata; e) in definitiva, appare necessario garantire il contributo di un esecutivo capace e consapevole, al servizio della popolazione, senza esclusioni.
In sintesi, si dovrebbe, per quanto possibile, orientare almeno la quota degli Stati membri più sensibili verso un'ipotetica unione politica, forse un giorno federale, tutta da costruire, alla trasformazione del SAFE a vero e proprio strumento di spesa comune, onde finanziare correttamente con risorse proprie, quelle dirette dei cittadini europei. L'obiettivo presuppone il sostanziale concorso dei Paesi membri, e una cessione di fondi da far confluire nel bilancio comune.
Resta, a mio avviso, l'unica soluzione concepibile – sebbene ardua da perseguire – onde fornire autentici beni pubblici, europei finanziati dagli stessi cittadini, oggi gestiti pro quota dagli Stati e custoditi gelosamente dai governi in nome della logora sovranità prevalente in Europa.
Fonte: di Carlo Giannone










