CHI SIAMO E COSA SAREMO: IL CONGRESSO STRAORDINARIO DELLA LEGA. UNA MOSSA DEL CAVALLO?

26-10-2026 - CRONACHE SOCIALISTE

di Loredana Nuzzolese

I congressi di partito non costituiscono mai semplici adempimenti burocratici o rituali statutari: la loro convocazione rappresenta un vero e proprio storytelling strategico, un momento di ricalibratura identitaria in cui l'organizzazione ridefinisce la propria immagine pubblica, stabilizza le gerarchie interne e adatta il proprio linguaggio allo scenario elettorale.

La convocazione del Congresso straordinario della Lega, previsto per il 24 e 25 ottobre 2026 a Milano, rappresenta una classica operazione di ingegneria politica e mediatica, concepita per trasformare un punto di vulnerabilità strutturale in un momento di rilancio comunicativo.

Matteo Salvini, dopo mesi di latenti tensioni interne con l'ala nordista e i governatori ha scelto di scardinare la narrazione del logoramento rimettendo formalmente il proprio mandato con “dimissioni tecniche”. La stessa scelta di un Congresso definito “straordinario” evoca sì uno stato di emergenza ma al contempo di rottura: Salvini non vuole subire il dibattito piuttosto lo rincorre nella speranza di una riconsacrazione attraverso i 705 delegati (400 elettivi e il resto di diritto per le cariche ricoperte), silenziando in questo modo il dissenso interno con una conta interna. Perdipiù il voto dei congressisti sarà a scrutinio segreto e i delegati, con molta probabilità, dovranno indicare il segretario da loro designato scrivendone nome e cognome, e non mettendo una x accanto alla lista dei candidati.

La sfida tuttavia è aperta “chi vuole si candidi” — ha affermato il vicepremier — e all'appello ha risposto Massimo Garavaglia, presidente della commissione Finanze del Senato.

Quanto all'annuncio della nascita di una nuova “segreteria politica” e all'ipotesi di un restyling del simbolo ufficiale del partito— con la possibile rimozione della dicitura “Salvini Premier” — si tratta di evidenti segnali di discontinuità. L'avvento della segreteria politica con cui condividere “onori e oneri” avvia una transizione da un modello di leadership verticistica e personalizzata ad una basata sulla collegialità. Per oltre un decennio, la comunicazione della Lega è stata totalmente sovrapposta alla figura del suo leader nonché segretario, attraverso un contatto diretto, informale e basato sulla disintermediazione tramite le piattaforme social. Oggi la scelta di riequilibrare e inglobare le correnti critiche nella governance equivale a disinnescare la narrazione dei “dissidenti”. La disponibilità al confronto interno viene veicolata all'esterno non come elemento causato dalla fragilità e vulnerabilità strutturale, ma come sintomo di vitalità democratica, accreditando il partito come una forza di governo coesa, territorialmente radicata e riposizionata in funzione delle scadenze elettorali.

L'eventuale rimozione del nome di Salvini dal logo del partito rappresenta la risposta all'usura fisiologica del brand: quando il valore reputazionale del leader non garantisce più la spinta propulsiva originale sui rilevamenti demoscopici, la comunicazione tende a depersonalizzare il marchio, redistribuendo la responsabilità della leadership su una struttura plurale. Si tratterebbe tuttavia di un aggiornamento grafico, peraltro, dettato dalla recente normativa elettorale, che richiede l'esplicita indicazione del candidato premier di coalizione.

Frattanto Salvini può tirare un sospiro di sollievo: gli schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per l'autonomia differenziata per quattro regioni del Nord sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri. L'iter della legge di intesa proseguirà con un successivo passaggio in Parlamento. Fino ad allora il Vicepremier e il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie potranno spendere questo argomento identitario per la Lega, con gli elettori e con gli oppositori interni.





Fonte: di Loredana Nuzzolese