IL POPULISMO
26-10-2026 - AGORA'
di Enno Ghiandelli
Oltre a condannare i recenti disordini nelle piazze italiane, occorre capire perché il malcontento attraversi le principali democrazie occidentali e perché i leader di destra raccolgano tanto consenso. Queste rivolte sono infatti un effetto, non la causa, di trasformazioni economiche e sociali che hanno accresciuto le disuguaglianze, indebolito le tutele e alimentato la sfiducia nelle istituzioni.
Per comprenderne le cause, tuttavia, non basta ricorrere a espressioni come “internazionale nera”, “sovranismi”, “autocrazie” o “democrature”: queste etichette lo descrivono, ma non lo spiegano.
Occorre partire dalle trasformazioni economiche. Pur assumendo forme e intensità differenti, il fenomeno ha una radice comune nella riorganizzazione dei sistemi produttivi, accelerata dalle nuove tecnologie. Queste hanno sostituito alcune mansioni, trasformato la domanda di lavoro e, allo stesso tempo, favorito rendimenti del capitale molto superiori alla crescita dei redditi da lavoro. Chi possiede grandi patrimoni può quindi accrescere la propria ricchezza a un ritmo inaccessibile a chi vive del proprio stipendio. Le disparità sono aumentate anche tra i lavoratori: i salari medi ristagnano, mentre i compensi di amministratori delegati e vertici finanziari hanno raggiunto livelli milionari, spesso senza un rapporto effettivo con la produttività. Parallelamente, le risorse destinate al welfare sono state progressivamente ridotte. Questa dinamica non è sempre stata costante. Le due guerre mondiali, la Grande Depressione e l’inflazione della prima metà del Novecento hanno distrutto ingenti capitali privati e hanno favorito una maggiore equità, sostenuta anche da una fiscalità incisiva e dal welfare del dopoguerra. Dagli anni Ottanta, però, la globalizzazione finanziaria ha nuovamente accelerato la concentrazione della ricchezza.
L’aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento delle tutele sociali alimentano insicurezza e sfiducia. Quando il lavoro non è più certo, i servizi pubblici arretrano e la mobilità sociale si blocca, una parte crescente della popolazione percepisce le istituzioni come lontane e incapaci di proteggerla. Questa evoluzione aiuta a spiegare perché molti cittadini occidentali, anche nelle tradizionali roccaforti del “mondo libero”, scelgano leader disposti a mettere in discussione principi, regole e prassi dello Stato di diritto: le stesse istituzioni che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno garantito pace, stabilità e prosperità.
Il populismo nasce dunque dall’incontro tra trasformazioni economiche, disagio sociale e crisi di fiducia nelle istituzioni. In questo vuoto prosperano messaggi che individuano responsabili immediati — le élites, gli immigrati, l’Europa o la globalizzazione — e promettono di restituire al popolo un controllo che appare perduto. Non è quindi un fenomeno improvviso e senza cause, ma il sintomo di fratture e contraddizioni accumulate per decenni nel sistema socioeconomico occidentale.
Quando questo disagio viene tradotto politicamente in una contrapposizione tra il “popolo” e nemici interni o poteri esterni, il populismo può assumere una forma nazionalista: la promessa di recuperare sovranità diventa così una risposta identitaria a problemi economici e sociali.
Il ricorso al nazionalismo come risposta a questa crisi ha precedenti storici. Il legame tra capitalismo e retorica del primato nazionale non è nuovo: nel Novecento ha alimentato l’ascesa dei regimi autoritari e contribuito alle tragedie delle due guerre mondiali.
A favorire questo spostamento politico ha contribuito anche la perdita di centralità di una parte della sinistra, legata a una profonda trasformazione sociologica. Nata soprattutto come rappresentante della classe lavoratrice, essa ha progressivamente dato maggiore voce ai ceti istruiti e a una diversa lettura dei processi sociali. In molti casi, l’attenzione alle politiche di redistribuzione si è indebolita rispetto a quella riservata ai diritti sociali: diritti necessari, ma insufficienti, da soli, a definire un progetto politico di sinistra. È rimasto così scoperto il terreno della sicurezza economica, della qualità del lavoro e dell’accesso ai servizi essenziali. Prive di una tutela riconoscibile di fronte alla precarietà e alle disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione, ampie fasce delle classi lavoratrici si sono allontanate: i cosiddetti “perdenti della globalizzazione” hanno scelto l’astensione oppure movimenti populisti, sovranisti e nazionalisti.
Questa scelta elettorale esprime anche una reazione al capitalismo iperglobalizzato affermatosi dopo la caduta del Muro di Berlino. Per quasi trent’anni, l’espansione dei commerci, della finanza speculativa, dei mercati e della mobilità del lavoro è stata accompagnata da valori cosmopoliti. La promessa neoliberista di una prosperità diffusa, fondata sull’apertura dei mercati e sulla deregolamentazione, ha però prodotto una società fortemente polarizzata.
In questo quadro, il nazionalismo autoritario potrebbe offrire ai grandi poteri economici e tecnologici una risposta funzionale. In un Occidente che ha respinto il comunismo sovietico, ma deve affrontare la competizione economica e tecnologica del “socialismo con caratteristiche cinesi”, il capitalismo potrebbe ricorrere a forme più dirigiste per confrontarsi con Pechino. In nome della sicurezza nazionale, i governi di destra potrebbero trasferire ingenti risorse pubbliche ai grandi gruppi tecnologici e alle industrie strategiche, consolidando così l’alleanza tra potere politico ed élite economiche. La rielezione di Donald Trump e il rapido avvicinamento dei giganti digitali al nuovo corso statunitense possono essere letti come segnali di un’accelerazione di questa tendenza.
Per contrastare questa deriva servono risorse e capacità politica su scala continentale: i singoli Stati, da soli, hanno infatti un potere limitato nei confronti dei grandi flussi finanziari, delle piattaforme tecnologiche e delle catene produttive globali. La risposta deve quindi trovare nell’Europa il suo livello decisivo, purché essa realizzi una profonda svolta politica e riporti il welfare al centro dei propri obiettivi. Ciò significa coordinare le politiche industriali e fiscali, tutelare il lavoro, investire nei servizi pubblici, governare l’innovazione tecnologica affinché i suoi benefici siano distribuiti più equamente e organizzare una difesa comune.
Solo ricostruendo sicurezza sociale e fiducia democratica sarà possibile sottrarre terreno alle risposte autoritarie e nazionaliste.
Questa svolta dovrebbe essere sostenuta anzitutto dai lavoratori salariati, che subiscono più direttamente la precarietà, l’indebolimento del welfare e la concentrazione della ricchezza. La loro mobilitazione, insieme a quella delle altre componenti sociali interessate a un modello più equo, dovrà svilupparsi attraverso strumenti democratici e nel pieno rispetto della nostra Costituzione.
Per comprenderne le cause, tuttavia, non basta ricorrere a espressioni come “internazionale nera”, “sovranismi”, “autocrazie” o “democrature”: queste etichette lo descrivono, ma non lo spiegano.
Occorre partire dalle trasformazioni economiche. Pur assumendo forme e intensità differenti, il fenomeno ha una radice comune nella riorganizzazione dei sistemi produttivi, accelerata dalle nuove tecnologie. Queste hanno sostituito alcune mansioni, trasformato la domanda di lavoro e, allo stesso tempo, favorito rendimenti del capitale molto superiori alla crescita dei redditi da lavoro. Chi possiede grandi patrimoni può quindi accrescere la propria ricchezza a un ritmo inaccessibile a chi vive del proprio stipendio. Le disparità sono aumentate anche tra i lavoratori: i salari medi ristagnano, mentre i compensi di amministratori delegati e vertici finanziari hanno raggiunto livelli milionari, spesso senza un rapporto effettivo con la produttività. Parallelamente, le risorse destinate al welfare sono state progressivamente ridotte. Questa dinamica non è sempre stata costante. Le due guerre mondiali, la Grande Depressione e l’inflazione della prima metà del Novecento hanno distrutto ingenti capitali privati e hanno favorito una maggiore equità, sostenuta anche da una fiscalità incisiva e dal welfare del dopoguerra. Dagli anni Ottanta, però, la globalizzazione finanziaria ha nuovamente accelerato la concentrazione della ricchezza.
L’aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento delle tutele sociali alimentano insicurezza e sfiducia. Quando il lavoro non è più certo, i servizi pubblici arretrano e la mobilità sociale si blocca, una parte crescente della popolazione percepisce le istituzioni come lontane e incapaci di proteggerla. Questa evoluzione aiuta a spiegare perché molti cittadini occidentali, anche nelle tradizionali roccaforti del “mondo libero”, scelgano leader disposti a mettere in discussione principi, regole e prassi dello Stato di diritto: le stesse istituzioni che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno garantito pace, stabilità e prosperità.
Il populismo nasce dunque dall’incontro tra trasformazioni economiche, disagio sociale e crisi di fiducia nelle istituzioni. In questo vuoto prosperano messaggi che individuano responsabili immediati — le élites, gli immigrati, l’Europa o la globalizzazione — e promettono di restituire al popolo un controllo che appare perduto. Non è quindi un fenomeno improvviso e senza cause, ma il sintomo di fratture e contraddizioni accumulate per decenni nel sistema socioeconomico occidentale.
Quando questo disagio viene tradotto politicamente in una contrapposizione tra il “popolo” e nemici interni o poteri esterni, il populismo può assumere una forma nazionalista: la promessa di recuperare sovranità diventa così una risposta identitaria a problemi economici e sociali.
Il ricorso al nazionalismo come risposta a questa crisi ha precedenti storici. Il legame tra capitalismo e retorica del primato nazionale non è nuovo: nel Novecento ha alimentato l’ascesa dei regimi autoritari e contribuito alle tragedie delle due guerre mondiali.
A favorire questo spostamento politico ha contribuito anche la perdita di centralità di una parte della sinistra, legata a una profonda trasformazione sociologica. Nata soprattutto come rappresentante della classe lavoratrice, essa ha progressivamente dato maggiore voce ai ceti istruiti e a una diversa lettura dei processi sociali. In molti casi, l’attenzione alle politiche di redistribuzione si è indebolita rispetto a quella riservata ai diritti sociali: diritti necessari, ma insufficienti, da soli, a definire un progetto politico di sinistra. È rimasto così scoperto il terreno della sicurezza economica, della qualità del lavoro e dell’accesso ai servizi essenziali. Prive di una tutela riconoscibile di fronte alla precarietà e alle disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione, ampie fasce delle classi lavoratrici si sono allontanate: i cosiddetti “perdenti della globalizzazione” hanno scelto l’astensione oppure movimenti populisti, sovranisti e nazionalisti.
Questa scelta elettorale esprime anche una reazione al capitalismo iperglobalizzato affermatosi dopo la caduta del Muro di Berlino. Per quasi trent’anni, l’espansione dei commerci, della finanza speculativa, dei mercati e della mobilità del lavoro è stata accompagnata da valori cosmopoliti. La promessa neoliberista di una prosperità diffusa, fondata sull’apertura dei mercati e sulla deregolamentazione, ha però prodotto una società fortemente polarizzata.
In questo quadro, il nazionalismo autoritario potrebbe offrire ai grandi poteri economici e tecnologici una risposta funzionale. In un Occidente che ha respinto il comunismo sovietico, ma deve affrontare la competizione economica e tecnologica del “socialismo con caratteristiche cinesi”, il capitalismo potrebbe ricorrere a forme più dirigiste per confrontarsi con Pechino. In nome della sicurezza nazionale, i governi di destra potrebbero trasferire ingenti risorse pubbliche ai grandi gruppi tecnologici e alle industrie strategiche, consolidando così l’alleanza tra potere politico ed élite economiche. La rielezione di Donald Trump e il rapido avvicinamento dei giganti digitali al nuovo corso statunitense possono essere letti come segnali di un’accelerazione di questa tendenza.
Per contrastare questa deriva servono risorse e capacità politica su scala continentale: i singoli Stati, da soli, hanno infatti un potere limitato nei confronti dei grandi flussi finanziari, delle piattaforme tecnologiche e delle catene produttive globali. La risposta deve quindi trovare nell’Europa il suo livello decisivo, purché essa realizzi una profonda svolta politica e riporti il welfare al centro dei propri obiettivi. Ciò significa coordinare le politiche industriali e fiscali, tutelare il lavoro, investire nei servizi pubblici, governare l’innovazione tecnologica affinché i suoi benefici siano distribuiti più equamente e organizzare una difesa comune.
Solo ricostruendo sicurezza sociale e fiducia democratica sarà possibile sottrarre terreno alle risposte autoritarie e nazionaliste.
Questa svolta dovrebbe essere sostenuta anzitutto dai lavoratori salariati, che subiscono più direttamente la precarietà, l’indebolimento del welfare e la concentrazione della ricchezza. La loro mobilitazione, insieme a quella delle altre componenti sociali interessate a un modello più equo, dovrà svilupparsi attraverso strumenti democratici e nel pieno rispetto della nostra Costituzione.
Fonte: di Enno Ghiandelli










