News

IL NUOVO POTERE ABITA NELLE INFRASTRUTTURE DIGITALI

22-06-2026 - AGORA'
di Enno Ghiandelli

Cambiano gli strumenti del dominio, non la posta in gioco. I Greci muovono guerra ai Troiani non per la bella Elena, come ci racconta Omero, ma perché Troia occupa una posizione strategica e controlla il passaggio delle navi. Nei secoli successivi, minerali, grano, rotte commerciali e porti diventano le leve materiali che spingono i governi a muovere guerra contro altri popoli. Anche le Crociate, bandite per “liberare” dai musulmani i luoghi dove visse Gesù Cristo, sono finanziate dalle maggiori città marinare del Mediterraneo per conquistare spazi autonomi nei porti dell'Asia mediterranea.

Questa logica sembra incrinarsi dopo la Seconda guerra mondiale. Crescono il multilateralismo, le democrazie occidentali e l'idea che la libertà economica debba accompagnarsi a una più ampia protezione sociale. Una quota maggiore del reddito prodotto viene destinata alle classi meno abbienti, con un evidente innalzamento del loro tenore di vita. Questo risultato nasce dalle lotte dei partiti e dei movimenti che si richiamano al socialismo, e trova una formulazione organica nel lavoro del liberale inglese William Beveridge, che nel 1942 dà struttura politica alla costruzione di sistemi universali di sanità e sicurezza sociale. Insieme ai diritti sociali crescono anche i diritti civili e si allarga la democrazia: in Italia, lo Statuto dei lavoratori ne è un esempio.

All'inizio degli anni Ottanta, però, le vittorie elettorali di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher nel Regno Unito aprono una fase diversa. La celebre affermazione di Thatcher secondo cui “non esiste la società: esistono individui, uomini e donne, e famiglie” diventa il simbolo di una stagione politica fondata sulla centralità del mercato, sulla riduzione del ruolo pubblico e sul prevalere delle scelte individuali a scapito di quelle collettive. Da quel momento prende forza un nuovo darwinismo sociale, i cui effetti sono ancora visibili: crescita delle disuguaglianze, indebolimento dei servizi pubblici e maggiore esposizione dei cittadini al dominio economico privato.

In questo contesto si sviluppano le nuove tecnologie. Esse non sono un semplice effetto collaterale del neoliberismo, ma ne condividono alcuni tratti fondamentali: concentrazione del capitale, riduzione del controllo pubblico, dipendenza da grandi operatori privati e trasformazione delle infrastrutture in strumenti di potere. Con l'informatica, il controllo non riguarda più soltanto porti, miniere o rotte commerciali, ma dati, reti, satelliti, capacità di calcolo e sistemi di intelligenza artificiale.

Il problema diventa evidente quando governi e pubbliche amministrazioni dipendono da infrastrutture private per comunicare, conservare dati e garantire servizi essenziali. Se un soggetto privato possiede satelliti indispensabili alle comunicazioni globali, oppure se le informazioni di uno Stato sono custodite in piattaforme cloud controllate da poche imprese, il rapporto tra potere pubblico e autorità economica cambia radicalmente. Nel mercato globale del cloud, Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud continuano a detenere una quota largamente maggioritaria della spesa per infrastrutture cloud.

Ed è qui che il conflitto cambia natura. La questione, quindi, non è soltanto tecnica: è politica e democratica.

Il salto decisivo avviene con l'intelligenza artificiale, la cui forza non risiede negli algoritmi in sé, ma in ciò che li alimenta: dati, capacità di calcolo, cloud, modelli proprietari, addestramento delle macchine e accesso alle decisioni. Chi controlla questi elementi non offre semplicemente un servizio: può incidere sulle scelte economiche, amministrative, militari e sociali di interi Paesi. È questo il punto che dovrebbe inquietare ogni democrazia: funzioni che fino a ieri appartenevano allo Stato rischiano di essere esercitate da pochi soggetti privati.

Il conflitto ucraino ha mostrato che un'infrastruttura privata può diventare una variabile strategica: può sostenere comunicazioni, orientare operazioni, condizionare decisioni diplomatiche e incidere sulla sicurezza di una popolazione. Non si tratta più soltanto di pressione economica sulla politica, come accadeva con i grandi interessi industriali del passato; si tratta della possibilità tecnica di condizionare direttamente l'esercizio della sovranità.

A rendere ancora più delicata la questione è la struttura proprietaria di molte grandi società tecnologiche. In diversi casi, meccanismi come le azioni con diritti di voto differenziati consentono ai fondatori o agli azionisti originari di mantenere il controllo pur non possedendo la maggioranza del capitale. In questo modo il potere decisionale resta concentrato nelle mani di pochissime persone, mentre gli effetti delle loro scelte ricadono su milioni di cittadini.

Questo dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la democrazia. Eppure, queste problematiche restano quasi assenti dal dibattito politico italiano. Solo il Presidente della Repubblica e il Papa hanno cercato di aprire una riflessione sui rischi di un dominio tecnologico capace di ridurre i cittadini a soggetti passivi, dipendenti da strumenti che non controllano e non comprendono pienamente.

Colpisce, allora, il ritardo della sinistra nel riconoscere la natura politica di questa trasformazione. Non basta organizzare convegni o inseguire la moda del momento. Serve una politica capace di capire che cloud, dati, satelliti e intelligenza artificiale sono ormai infrastrutture della cittadinanza, non semplici strumenti aziendali.

Questa volta non siamo davanti soltanto all'ingresso del potere economico nella vita politica per piegarne le scelte al proprio tornaconto, come accadde negli Stati Uniti tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento con i cosiddetti “baroni ladri”. Oggi il rischio è più profondo: con strumenti tecnici apparentemente neutrali, poche persone possono controllare infrastrutture da cui dipendono comunicazioni, sicurezza, informazione, amministrazione pubblica e libertà individuali.

Per questo la sovranità digitale non può restare un tema per specialisti: deve diventare una delle grandi battaglie democratiche del nostro tempo. La domanda decisiva non è se usare o meno la tecnologia, ma chi la governa, con quali limiti, davanti a quali responsabilità e nell'interesse di chi. Se cloud, dati, satelliti e intelligenza artificiale sono ormai infrastrutture della cittadinanza, allora non possono essere consegnati alla sola logica del mercato, nascosti dentro contratti opachi, monopoli privati e decisioni sottratte al dibattito pubblico.

La risposta deve essere politica, e deve arrivare prima che il ritardo diventi irreversibile: antitrust, trasparenza degli algoritmi, tutela pubblica dei dati, controllo democratico delle infrastrutture critiche e responsabilità delle piattaforme verso la società. Senza questo salto di consapevolezza, la democrazia potrà continuare a votare, riunire parlamenti e celebrare riti, ma avrà perso il luogo in cui oggi si esercita il potere reale.





Fonte: di Enno Ghiandelli