14 Giugno 2024

"UNIONE EUROPEA E STATO DI DIRITTO"

Gli ‘anti-populisti’ che siedono nel Parlamento europeo hanno sollevato il problema della tutela dello ‘stato di diritto’ in Ungheria e Polonia, accusate di porre sotto controllo politico la magistratura e la stampa o ad abusare dei poteri straordinari che i governi hanno assunto a causa della pandemia.
George Soros ha aggiunto l’accusa, a Viktor Orbán, di aver «creato un sofisticato sistema cleptocratico con lo scopo di sottrarre risorse al paese e sta sfruttando la nuova ondata di Covid-19 per modificare la costituzione ungherese e (ancora una volta) la legge elettorale, così da consolidare la sua posizione di premier a vita».
Come rimedio a tale deriva ‘populista-autoritaria’, essi intendono usare un’arma atomica: dopo che, a luglio 2020, i governi europei avevano concordato la creazione del Fondo per la ripresa, essi hanno deciso – in un accordo tra Parlamento e Commissione – che «sarà introdotto un regime di condizionalità a tutela del bilancio e di ‘Next Generation EU’. In tale contesto, in caso di violazioni, la Commissione proporrà misure che dovranno essere adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata. Il Consiglio europeo ritornerà rapidamente sulla questione».
Una formulazione volutamente vaga che lascia molto spazio alla ‘discrezionalità politica’ ma anche, si potrebbe dire senza iattanza, una misura illegale che, solo sulla base del rapporto didattico-punitivo approvato dal Parlamento europeo e senza passare per un ‘giusto processo’, mira a ‘punire’ gli stati incolpati di violazione dei principi dello ‘stato di diritto’ negandogli le risorse previste dal Recovery Plan.
Per questo motivo, Polonia e Ungheria hanno respinto le accuse rivoltegli e opposto il loro veto all’approvazione del bilancio UE dei prossimi sette anni. Molti parlano di un ricatto di Orbán e Morawiecki alla ‘Santa Europa’ e sono preoccupati dei ritardi che potrebbero essere imposti al Piano europeo anche se sono sicuri della debolezza e della scarsa possibilità che il veto possa funzionare sia perché, in fondo, esso si ritorcerebbe contro i loro stessi paesi, che verrebbero comunque privati delle risorse europee di cui hanno enorme bisogno, sia perché, aggiunge qualcuno, Orbán è ormai privo dell’ombrello protettivo del ‘populista principe’, cioè di Trump.
A seguito dell’esplosione della pandemia, in Ungheria come in tutti gli altri stati dell’Unione, si sono rese necessarie misure eccezionali e limitazioni della libertà come il confinamento, la quarantena, il divieto di circolare.
Anche se molti ne sono preoccupati, oggi tutti accettiamo queste imposizioni perché pensiamo che siano solo temporanee, ma gli oppositori di Orbán parlano di un quasi ‘colpo di stato’, di ‘pieni poteri’ – tra i quali quello di emanare decreti (forse dpcm) e di rinviare le elezioni – che il governo si sarebbe attribuiti a tempo indeterminato con il pretesto di combattere meglio l’epidemia.
Inoltre, l’Ungheria è sotto esame – per non dire sotto processo – per il fatto che una legge recente lederebbe l’indipendenza della magistratura perché pone la pubblica accusa sotto il controllo del governo e consente al ministero della giustizia di disporre dei ruoli giudiziari.
Ma non è così anche in altri paesi dell’UE?
In effetti, in molti paesi, compresa l’Italia, lo stato d’emergenza è stato proclamato ufficialmente con scadenze più o meno ravvicinate ma, come sappiamo, è stato prorogato varie volte così come le elezioni regionali sono state rinviate dal governo; in alcuni stati dell’Unione i funzionari del pubblico ministero non appartengono al potere giudiziario ma al potere esecutivo e fanno capo al ministero della giustizia (Germania e Austria) o al procuratore generale che, in Spagna e Olanda, dipende dal ministro della giustizia.
E, se vogliamo parlare di indipendenza della magistratura dalla politica, quali violazioni non potrebbero essere contestate all’Italia, dove – a dispetto della sua Costituzione ‘più bella del mondo’ – spesso ci imbattiamo nell’uso politico della ‘giustizia’ o nella subalternità alla politica di organi importanti come il CSM? E, sempre all’Italia, seppure i ruoli dei tribunali non siano disposti dal ministro bensì dai giudici, non potrebbe essere contestato il ‘reato’ di denegata giustizia per i tempi infiniti sia del processo civile che di quello penale? Lo stato di diritto non è quello nel quale i diritti di ciascuno vengono tutelati, anche contro lo Stato, in tempi definiti e certi?
Che dire poi dei continui cambiamenti della legge elettorale in Italia?
Riguardo alla Polonia, una delle accuse più gravi – oltre quella sulla indipendenza della sezione disciplinare della Corte Suprema – riguarda la legislazione sull’aborto che sembra troppo restrittiva ai ‘progressisti’ i quali, fra l’altro, accusano la Corte Costituzionale polacca di non consentire l’interruzione di gravidanza neppure in presenza di gravi malformazioni del feto: secondo questa accusa, ciò sarebbe indizio di mancanza di indipendenza della magistratura e avverrebbe in completa violazione dei principi essenziali del Trattato che istituisce l’Unione europea.
Ci permettiamo di dissentire e di far notare che una tale accusa è piuttosto frutto di una interpretazione soggettiva del cosiddetto ‘diritto d’aborto’: il Trattato non contiene alcuna indicazione al riguardo e la decisione della Corte Costituzionale polacca non denota mancanza di indipendenza della giurisdizione ma va contestualizzata in relazione alla costituzione e alla legislazione della Polonia.
Comunque, le accuse rivolte contro Ungheria e Polonia sono assai gravi e certo, se venissero provate, meriterebbero ben altre sanzioni che non la mera esclusione di quegli stati dagli aiuti economici di ‘Next generation UE’; certo, non v’è dubbio che l’UE non possa tollerare che tra i suoi membri vi siano stati che non garantiscano le libertà fondamentali ma, nello stesso tempo, non v’è dubbio che la procedura oggi prevista per l’applicazione di sanzioni agli inadempienti non sia quella che l’Unione dovrebbe darsi per essere essa stessa uno ‘stato di diritto’.
Se l’UE vuole valersi delle regole di uno ‘stato di diritto’ non può affidarsi alle maggioranze politiche di turno per decidere della sorte dei suoi membri in forza di una valutazione ‘politica’, cioè con un occhio ‘pregiudicato’ politicamente e alla ricerca di uno strumento di ritorsione politica (forse il problema magiaro-polacco è l’altro, nascente dal rifiuto che questi paesi – volendo conservare il proprio diritto di regolamentare gl’ingressi degli extracomunitari nel proprio territorio – oppongono a talune assurde regole della politica migratoria europea?) contro alcuni e con un occhio meno attento verso le analoghe violazioni perpetrate da altri stati.
L’ipotesi di aggirare il veto polacco-ungherese trasformando il ‘Recovery plan’ in un accordo intergovernativo tra i paesi ‘eletti’ è praticabile a una sola condizione: quella di trasformare l’Unione in un ring senza regole.
L’unico modo per far valere lo ‘stato di diritto’ è che, a decidere sulle ‘infrazioni’, sia un potere giurisdizionale indipendente che, secondo procedure e norme stabilite e trasparenti, giudichi caso per caso, sui singoli provvedimenti degli stati, annullandone l’efficacia: si faccia ricorso alla Corte di giustizia e se ne attenda la decisione.
Meglio sarebbe se l’Unione si desse una Costituzione che istituisca un ‘giudice’ comune capace di garantire insieme l’Unione e i suoi membri.
Oggi, se si ritiene che l’ordinamento di uno stato non sia coerente con lo status di membro dell’Unione Europea, l’unica decisione ‘politica’ possibile è l’espulsione di quel membro: con tutte le conseguenze, anche le più estreme, che l’esperienza storica ci ha insegnato.

P. S.: all’inizio del Consiglio europeo del 10 dicembre scorso, Emmanuel Macron si è preso il merito, insieme ad Angela Merkel, del superamento del veto polacco-ungherese per dare il via libera al «più grande pacchetto di aiuti nella storia dell’Ue … Abbiamo lavorato molto duramente per rispondere alle preoccupazioni di Ungheria e Polonia e allo stesso tempo per preservare il meccanismo dello stato di diritto». Konrad Szymaski, ministro polacco per i rapporti con l’Unione europea, ha così interpretato il compromesso: «la presidenza tedesca ha dato ragione all’esecutivo polacco e ha modificato il contenuto del provvedimento».
Infatti, il compromesso raggiunto è quello solito della favola della ‘capra e dei cavoli’: il veto polacco-ungherese sul bilancio dell’Unione 2021-2027 è stato ritirato; il legame tra erogazione dei fondi ‘Next generation EU’ e rispetto dello stato di diritto è stato mantenuto; però il meccanismo sanzionatorio stabilito dall’accordo tra Parlamento e Commissione resterà in piedi, entrerà in funzione non prima di un anno e mezzo ma sarà applicato in modo retroattivo dal gennaio 2021 per le risorse europee deliberate dopo quella data; infine, contro le eventuali sanzioni sarà ammesso il ricorso alla Corte di Giustizia. Insomma, si salvano i principi di entrambe le parti ma non si stabilisce alcuna procedura ‘costituzionale’ che, come si diceva, sarebbe la sola utile e necessaria e che, ora, sta soltanto nel ‘libro dei sogni’: rimane il ‘ring’ arbitrato da Germania e Francia.



Fonte: *
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