TRATTATIVE FALLITE A ISLAMABAD
22-04-2026 - UNO SGUARDO SUL MONDO di Salvatore Rondello
Dopo gli irresponsabili attacchi di Israele e Stati Uniti d’America all’Iran, si sta cercando una mediazione per arrivare ad un accordo. I problemi creati stanno mettendo in crisi il mondo intero per gli approvvigionamenti di gas e petrolio.
Le trattative, dopo il primo round con i continui colpi di scena di Trump che mettono i negoziati in bilico, per poi annunciare un possibile accordo imminente, sono saltati.
Gli incontri previsti per il giorno 22 aprile 2026 a Islamabad sono stati rinviati per le profonde distanze nelle richieste delle due parti. Anche se Trump ha dichiarato la prosecuzione della tregua a tempo indeterminato, non vengono escluse le ipotesi che possa essere una affermazione che nei fatti rischia di non essere rispettata. Intanto, i problemi di chiusura esistenti nello stretto di Hormuz proseguono a tempo indeterminato.
Secondo Alberto Brandanini, ex ambasciatore italiano in Iran e Cina: “La guerra Iran-USA è una vicenda talmente complessa che è difficile da comprendere nel suo sviluppo. Di sicuro gli americani ne vogliono uscire, forse a costo anche di ingoiare una serie di bocconi amari su nucleare, Hormuz, missili iraniani: l’alternativa sarebbe una crisi regionale drammatica e un’economia mondiale in grandissimo affanno”.
Non si sa esattamente quello che succede, neanche quando si dice la verità, perché c’è sempre qualcosa che non viene comunicato e poi ci sorprendiamo. Sappiamo bene che davanti agli annunci, ai tweet di Donald Trump, si resta disorientati e qualsiasi cosa dica il presidente americano non è presa in seria considerazione; bisogna vedere dopo quali sono i fatti. Ha dichiarato addirittura che potrebbe recarsi lui stesso in Pakistan, nel caso in cui si raggiungesse un accordo, per firmarlo con un leader iraniano adeguato.
Mojtaba Khamenei non si sa neanche se sia vivo. Qualcuno dice che la dirigenza sopravvissuta al 28 febbraio abbia deciso di eleggerlo perché tanto, in realtà, nel caso in cui israeliani e americani avessero deciso di ucciderlo, era già morto. Nel posto in cui si trovava sono morti tutti, suo padre, sua moglie, suo figlio, sua figlia, la nipote: se si è salvato sarà malconcio. Il leader con cui parlare potrebbe essere il presidente Pezeshkian, ma per ora si sa che da parte iraniana ci sarebbe Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, e Araghchi, il ministro degli Esteri. Il problema, comunque, è quale potrebbe essere l’accordo.
Una cosa è certa: gli americani vorrebbero uscire da una vicenda in cui si sono ficcati assieme agli israeliani. L’Iran pagherebbe un prezzo elevato, le sue infrastrutture verrebbero distrutte, magari ci sarebbero migliaia di morti, però ci sono 93 milioni di abitanti, dunque il Paese sopravviverebbe sicuramente.
In ogni caso si vendicherebbe colpendo Israele in ogni modo possibile, come ha già dimostrato di poter fare, prendendo di mira le navi americane che si aggirano, non a caso, lontano dallo Stretto di Hormuz, in modo da non essere raggiungibili dai missili iraniani.
Anche gli USA si vendicherebbero, ormai covano un sentimento di rabbia nei confronti degli iraniani, in particolare Trump, ma anche Pete Hegseth e gli altri: farebbero entrare in azione i loro bombardieri, i cui ordigni potrebbero cadere su zone residenziali, facendo stragi di civili. Sarebbe ulteriormente disdicevole per un Paese che non si cura del diritto internazionale, né dell’indipendenza degli altri Paesi, ma solo dei propri interessi, anzi di quell’1% che è in cima alla piramide, che controlla Wall Street, le grandi corporazioni, il complesso militare-industriale, l’AI.
Possono colpire gli USA, se è rimasto ancora qualche soldato nelle basi aeree e navali dei Paesi del Golfo. Trump ha detto di aver ammassato 50mila marines, tuttavia non si sa dove. D’altra parte, uno sbarco terrestre in Iran non è consigliabile, si ipotizza pertanto soltanto una pressione psicologica.
Gli iraniani possono anche vendicarsi contro i Paesi del Golfo ritenuti amici degli americani. E lì sarebbero veramente micidiali: se colpissero le infrastrutture energetiche o quelle di desalinizzazione, ci sarebbero intere città come Jeddah, Dubai, Abu Dhabi costrette a vivere in condizioni drammatiche. Lì non c’è niente intorno, solo sabbia. Se viene meno l’acqua del mare desalinizzata e non c’è più energia elettrica, ci sarebbero milioni di persone che non saprebbero dove andare.
L’Oman no, perché si è dimostrato amico. Probabilmente potrebbe salvarsi pure il Kuwait. Tutti gli altri sarebbero degli obiettivi: Bahrain, Qatar, Emirati, Arabia Saudita. L’ultima cosa che farebbero è chiudere più o meno definitivamente, comunque a oltranza, lo Stretto di Hormuz. Gli americani dicono che sono in grado di tenerlo aperto. Ma come fanno? Non possono invocare l’arrivo dei Paesi europei, la NATO, perché l’articolo 5 del Trattato in questo caso non funziona: nessuno ha attaccato un Paese dell’Alleanza atlantica.
Non essendoci stato un accordo potrebbe succedere che gli iraniani non rinunceranno in modo totale all’arricchimento dell’uranio, perché il Trattato di non proliferazione lo prevede per i Paesi membri e l’Iran ne fa parte. Non rinunceranno ai sistemi missilistici, perché non avrebbero di che difendersi. Poi c’è la questione dei proxy, di Hezbollah soprattutto, e degli Houthi, che non sono ancora entrati in guerra, ma potrebbero farlo bloccando lo Stretto di Bab el Mandeb. Per gli USA, per la loro economia e per Trump sarebbero dolori. Il presidente rischierebbe di perdere definitivamente le elezioni di novembre oltre che di incorrere nell’impeachment.
Gli iraniani chiederanno anche una garanzia, perché non si fideranno di un pezzo di carta firmato da Jared Kushner o da Steve Witkoff, da J.D. Vance o dallo stesso Trump. In questo caso si potrebbe immaginare una garanzia internazionale, con Russia e Cina che entrano nel gioco insieme a potenze regionali come Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Egitto. Inoltre chiederanno che gli americani se ne vadano dal Golfo. Paradossalmente potrebbero essere d’accordo le monarchie del Golfo, dove le basi militari USA sono diventate un obiettivo, insieme ai Paesi che le ospitano.
Secondo il diritto internazionale gli stretti devono essere aperti al passaggio delle navi di tutti i Paesi del mondo, ma Teheran potrebbe insistere che venga controllato da Oman e Iran, prendendo dai pedaggi i soldi per ricostruire il Paese. Il risarcimento chiesto agli americani lo otterrebbe così. Questo è il quadro del negoziato.
Per loro sarebbe una sconfitta plateale, ma potrebbero essere costretti a bere questo amaro calice, perché l’alternativa sarebbe peggiore, farebbe saltare in aria l’economia e causerebbe chissà quanti morti nel caso di un’invasione terrestre.
Gli americani potrebbero bombardare Kharg, fare uno sbarco dimostrativo, sequestrare qualche nave e poi tornare al tavolo delle trattative per firmare un compromesso, dicendo che hanno raggiunto i loro obiettivi. Un compromesso che prevederebbe, per esempio, di arricchire l’uranio al 3,5% sotto il controllo dell’AIEA, consegnando ai russi i 450 chili di uranio arricchito finora dagli iraniani. Magari gli USA chiederanno che l’Iran lasci loro la possibilità di dichiarare una mezza vittoria, anche se non è così.
Per gli iraniani anche il Libano è parte integrante, importante del negoziato. Lì, però, si può trattare, anche se nessuno sa esattamente cosa sta succedendo. La verità è che siamo di fronte a una situazione di grande complessità, per capire la quale abbiamo solo informazioni frammentarie e contraddittorie. Dobbiamo lasciarci sorprendere da quello che potrà succedere nelle prossime ore: anticipare l’evoluzione degli eventi è davvero molto difficile.
Il contesto in cui le imprese manifatturiere devono operare è sempre più difficile. Occorre che anche i Governi mettano in campo tutte le loro risorse. Industria e geopolitica, due realtà che fino a qualche anno fa sembravano appartenere a mondi separati, oggi non sono più così distanti. La politica commerciale di Trump, le guerre e le tensioni sulle supply chain globali sono variabili entrate ormai stabilmente nei piani industriali delle aziende manifatturiere. Quelle che operano in un settore a forte trazione export, come quello rappresentato da UCIMU, non fanno certo eccezione.
Difficile dunque orientarsi in questo momento, anche perché la relazione tra fenomeni esogeni, anche particolarmente intensi e distruttivi, e il risultato dell’attività di business delle imprese costruttrici di macchine utensili, robot e automazione non è poi così facilmente individuabile e prevedibile. I dati di andamento rilevati negli ultimi mesi da qualche centro studi mettono in luce proprio quanto il rapporto causa effetto non sia sempre così lineare.
Assodato che la generale incertezza internazionale è la grande nemica degli investimenti, ci sono alcuni eventi che hanno avuto un impatto notevole sul nostro settore e altri che, invece, hanno avuto effetti più blandi.
Tra i primi vi è sicuramente la crisi tedesca, legata indissolubilmente a quella dell’automotive, oggi messo a durissima prova dalla transizione elettrica e dalla spietata concorrenza asiatica. Lo stallo della locomotiva d’Europa ha innescato un effetto a catena che ha toccato anche le imprese italiane costruttrici di macchine utensili, che hanno visto la drastica riduzione delle esportazioni in Germania e della dimensione del mercato in assoluto più importante quale è (o era) quello dell’auto e del suo indotto.
Allo stesso modo, l’azzeramento del mercato russo, a causa delle sanzioni introdotte dall’Ue, ha pesato parecchio sui risultati delle aziende italiane. Non solo: il rischio per loro è la perdita definitiva di importanti clienti che, nel frattempo, sono stati costretti a rivolgersi ad altri Paesi fornitori, prima fra tutti la Cina.
L’introduzione dei dazi da parte dell’Amministrazione americana è invece tra i fenomeni che hanno avuto un impatto più contenuto, pur attivando effetti secondari e “di risposta” che i costruttori italiani segnalano con apprensione come, per esempio, l’incremento del costo di alcune materie prime.
Con una concorrenza interna decisamente debole, e limitata ad alcuni specifici segmenti, l’intero sovrapprezzo del macchinario daziato è di fatto stato scaricato sul cliente americano, non precludendo così le possibilità di vendita, in un momento tra l’altro in cui alcuni settori, a partire da aerospace e aeronautica, spingono molto.
Venendo alle cronache recentissime, se la crisi in Iran dovesse perdurare, ci potrebbero essere anche per il settore delle macchine utensili gli stessi effetti che stanno subendo gran parte degli altri comparti, ma a questi si aggiungerebbe il carico di una pesante strozzatura geografica verso il mercato asiatico, l’unico con una proiezione positiva.
Alla luce di questa carrellata di casi profondamente eterogenea viene da chiedersi cosa fare. Difficile dirlo, anche perché gli stessi organi decisori fanno fatica a indicare una via. In questo senso il Presidente di Confindustria Orsini, con le sue ultime dichiarazioni, ha espresso il netto disappunto dell’industria italiana rispetto alla lentezza di risposta da parte delle istituzioni dell’Ue per fronteggiare, in modo condiviso, gli effetti di questo conflitto.
L’Unione fonda la sua economia e il suo sviluppo proprio sull’industria manifatturiera. Le aziende devono poter contare, in Europa e in Italia, su sistemi e strumenti in grado di sostenere, e per quanto possibile, incrementare la loro competitività. Le istituzioni di governo, non possono permettersi continue distrazioni di attenzione e di risorse economiche motivate da una situazione di caos persistente.
Se le aziende sono costrette a operare in un contesto di business unusual, e lo stanno facendo ormai da anni, mettendo in campo tutte le loro capacità e risorse, lo devono poter fare anche i Governi. Altrimenti si dirà che questi ultimi non sono all’altezza dell’incarico che è stato loro conferito.
Questo è il pensiero dei costruttori italiani per i quali UCIMU ha messo in atto una serie di attività pensate per aiutare le aziende associate a comprendere la situazione e a definire strategie adeguate.
A questo proposito l’Assemblea annuale dei soci UCIMU, in programma il prossimo 7 luglio a Milano, nella sua parte pubblica, sarà dedicata all’approfondimento di questi temi, grazie al contributo di alcuni tra i massimi esperti della materia. Gli operatori del manifatturiero avranno sicuramente un momento di approfondimento e confronto interessante, non solo per i costruttori di macchine utensili.
A parte le associazioni di categoria, non si intravede finora nessun programma di governo e dell’Unione Europea sulle politiche industriali e produttive.
La produzione della new economy non si sa a che punto sta in Europa e in Italia. Ci sono forti ritardi con forti dipendenze energetiche e di materia prima. C’è bisogno di investire di più nella ricerca scientifica, le intelligenze non mancano né in Italia e nemmeno in Europa.
Oggi, basta una crisi come quella dell’Iran per mettere in difficoltà il mondo occidentale.
Recentemente, in Spagna l’Internazionale socialista ha trovato un punto di convergenza per chiedere la Pace nel mondo, trovando oggi una naturale alleanza con la Chiesa Cattolica rappresentata da Papa Leone XIV che continua a predicare la pace, la solidarietà e l’amore tra tutti i popoli del mondo. Iniziative che possono essere prodromi per costruire la democrazia economica nel mondo, per smantellare gli arsenali ricolmi di armi di deterrenza e di offesa sempre più potenti. Oggi sarebbe saggio fare programmi per debellare la fame nel mondo e per una maggiore assistenza sanitaria. Non si tratta di fare cose impossibili da realizzare, ma di un doveroso impegno per l’Umanità. Basta solo la volontà di creare un mondo migliore.
Le trattative, dopo il primo round con i continui colpi di scena di Trump che mettono i negoziati in bilico, per poi annunciare un possibile accordo imminente, sono saltati.
Gli incontri previsti per il giorno 22 aprile 2026 a Islamabad sono stati rinviati per le profonde distanze nelle richieste delle due parti. Anche se Trump ha dichiarato la prosecuzione della tregua a tempo indeterminato, non vengono escluse le ipotesi che possa essere una affermazione che nei fatti rischia di non essere rispettata. Intanto, i problemi di chiusura esistenti nello stretto di Hormuz proseguono a tempo indeterminato.
Secondo Alberto Brandanini, ex ambasciatore italiano in Iran e Cina: “La guerra Iran-USA è una vicenda talmente complessa che è difficile da comprendere nel suo sviluppo. Di sicuro gli americani ne vogliono uscire, forse a costo anche di ingoiare una serie di bocconi amari su nucleare, Hormuz, missili iraniani: l’alternativa sarebbe una crisi regionale drammatica e un’economia mondiale in grandissimo affanno”.
Non si sa esattamente quello che succede, neanche quando si dice la verità, perché c’è sempre qualcosa che non viene comunicato e poi ci sorprendiamo. Sappiamo bene che davanti agli annunci, ai tweet di Donald Trump, si resta disorientati e qualsiasi cosa dica il presidente americano non è presa in seria considerazione; bisogna vedere dopo quali sono i fatti. Ha dichiarato addirittura che potrebbe recarsi lui stesso in Pakistan, nel caso in cui si raggiungesse un accordo, per firmarlo con un leader iraniano adeguato.
Mojtaba Khamenei non si sa neanche se sia vivo. Qualcuno dice che la dirigenza sopravvissuta al 28 febbraio abbia deciso di eleggerlo perché tanto, in realtà, nel caso in cui israeliani e americani avessero deciso di ucciderlo, era già morto. Nel posto in cui si trovava sono morti tutti, suo padre, sua moglie, suo figlio, sua figlia, la nipote: se si è salvato sarà malconcio. Il leader con cui parlare potrebbe essere il presidente Pezeshkian, ma per ora si sa che da parte iraniana ci sarebbe Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, e Araghchi, il ministro degli Esteri. Il problema, comunque, è quale potrebbe essere l’accordo.
Una cosa è certa: gli americani vorrebbero uscire da una vicenda in cui si sono ficcati assieme agli israeliani. L’Iran pagherebbe un prezzo elevato, le sue infrastrutture verrebbero distrutte, magari ci sarebbero migliaia di morti, però ci sono 93 milioni di abitanti, dunque il Paese sopravviverebbe sicuramente.
In ogni caso si vendicherebbe colpendo Israele in ogni modo possibile, come ha già dimostrato di poter fare, prendendo di mira le navi americane che si aggirano, non a caso, lontano dallo Stretto di Hormuz, in modo da non essere raggiungibili dai missili iraniani.
Anche gli USA si vendicherebbero, ormai covano un sentimento di rabbia nei confronti degli iraniani, in particolare Trump, ma anche Pete Hegseth e gli altri: farebbero entrare in azione i loro bombardieri, i cui ordigni potrebbero cadere su zone residenziali, facendo stragi di civili. Sarebbe ulteriormente disdicevole per un Paese che non si cura del diritto internazionale, né dell’indipendenza degli altri Paesi, ma solo dei propri interessi, anzi di quell’1% che è in cima alla piramide, che controlla Wall Street, le grandi corporazioni, il complesso militare-industriale, l’AI.
Possono colpire gli USA, se è rimasto ancora qualche soldato nelle basi aeree e navali dei Paesi del Golfo. Trump ha detto di aver ammassato 50mila marines, tuttavia non si sa dove. D’altra parte, uno sbarco terrestre in Iran non è consigliabile, si ipotizza pertanto soltanto una pressione psicologica.
Gli iraniani possono anche vendicarsi contro i Paesi del Golfo ritenuti amici degli americani. E lì sarebbero veramente micidiali: se colpissero le infrastrutture energetiche o quelle di desalinizzazione, ci sarebbero intere città come Jeddah, Dubai, Abu Dhabi costrette a vivere in condizioni drammatiche. Lì non c’è niente intorno, solo sabbia. Se viene meno l’acqua del mare desalinizzata e non c’è più energia elettrica, ci sarebbero milioni di persone che non saprebbero dove andare.
L’Oman no, perché si è dimostrato amico. Probabilmente potrebbe salvarsi pure il Kuwait. Tutti gli altri sarebbero degli obiettivi: Bahrain, Qatar, Emirati, Arabia Saudita. L’ultima cosa che farebbero è chiudere più o meno definitivamente, comunque a oltranza, lo Stretto di Hormuz. Gli americani dicono che sono in grado di tenerlo aperto. Ma come fanno? Non possono invocare l’arrivo dei Paesi europei, la NATO, perché l’articolo 5 del Trattato in questo caso non funziona: nessuno ha attaccato un Paese dell’Alleanza atlantica.
Non essendoci stato un accordo potrebbe succedere che gli iraniani non rinunceranno in modo totale all’arricchimento dell’uranio, perché il Trattato di non proliferazione lo prevede per i Paesi membri e l’Iran ne fa parte. Non rinunceranno ai sistemi missilistici, perché non avrebbero di che difendersi. Poi c’è la questione dei proxy, di Hezbollah soprattutto, e degli Houthi, che non sono ancora entrati in guerra, ma potrebbero farlo bloccando lo Stretto di Bab el Mandeb. Per gli USA, per la loro economia e per Trump sarebbero dolori. Il presidente rischierebbe di perdere definitivamente le elezioni di novembre oltre che di incorrere nell’impeachment.
Gli iraniani chiederanno anche una garanzia, perché non si fideranno di un pezzo di carta firmato da Jared Kushner o da Steve Witkoff, da J.D. Vance o dallo stesso Trump. In questo caso si potrebbe immaginare una garanzia internazionale, con Russia e Cina che entrano nel gioco insieme a potenze regionali come Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Egitto. Inoltre chiederanno che gli americani se ne vadano dal Golfo. Paradossalmente potrebbero essere d’accordo le monarchie del Golfo, dove le basi militari USA sono diventate un obiettivo, insieme ai Paesi che le ospitano.
Secondo il diritto internazionale gli stretti devono essere aperti al passaggio delle navi di tutti i Paesi del mondo, ma Teheran potrebbe insistere che venga controllato da Oman e Iran, prendendo dai pedaggi i soldi per ricostruire il Paese. Il risarcimento chiesto agli americani lo otterrebbe così. Questo è il quadro del negoziato.
Per loro sarebbe una sconfitta plateale, ma potrebbero essere costretti a bere questo amaro calice, perché l’alternativa sarebbe peggiore, farebbe saltare in aria l’economia e causerebbe chissà quanti morti nel caso di un’invasione terrestre.
Gli americani potrebbero bombardare Kharg, fare uno sbarco dimostrativo, sequestrare qualche nave e poi tornare al tavolo delle trattative per firmare un compromesso, dicendo che hanno raggiunto i loro obiettivi. Un compromesso che prevederebbe, per esempio, di arricchire l’uranio al 3,5% sotto il controllo dell’AIEA, consegnando ai russi i 450 chili di uranio arricchito finora dagli iraniani. Magari gli USA chiederanno che l’Iran lasci loro la possibilità di dichiarare una mezza vittoria, anche se non è così.
Per gli iraniani anche il Libano è parte integrante, importante del negoziato. Lì, però, si può trattare, anche se nessuno sa esattamente cosa sta succedendo. La verità è che siamo di fronte a una situazione di grande complessità, per capire la quale abbiamo solo informazioni frammentarie e contraddittorie. Dobbiamo lasciarci sorprendere da quello che potrà succedere nelle prossime ore: anticipare l’evoluzione degli eventi è davvero molto difficile.
Il contesto in cui le imprese manifatturiere devono operare è sempre più difficile. Occorre che anche i Governi mettano in campo tutte le loro risorse. Industria e geopolitica, due realtà che fino a qualche anno fa sembravano appartenere a mondi separati, oggi non sono più così distanti. La politica commerciale di Trump, le guerre e le tensioni sulle supply chain globali sono variabili entrate ormai stabilmente nei piani industriali delle aziende manifatturiere. Quelle che operano in un settore a forte trazione export, come quello rappresentato da UCIMU, non fanno certo eccezione.
Difficile dunque orientarsi in questo momento, anche perché la relazione tra fenomeni esogeni, anche particolarmente intensi e distruttivi, e il risultato dell’attività di business delle imprese costruttrici di macchine utensili, robot e automazione non è poi così facilmente individuabile e prevedibile. I dati di andamento rilevati negli ultimi mesi da qualche centro studi mettono in luce proprio quanto il rapporto causa effetto non sia sempre così lineare.
Assodato che la generale incertezza internazionale è la grande nemica degli investimenti, ci sono alcuni eventi che hanno avuto un impatto notevole sul nostro settore e altri che, invece, hanno avuto effetti più blandi.
Tra i primi vi è sicuramente la crisi tedesca, legata indissolubilmente a quella dell’automotive, oggi messo a durissima prova dalla transizione elettrica e dalla spietata concorrenza asiatica. Lo stallo della locomotiva d’Europa ha innescato un effetto a catena che ha toccato anche le imprese italiane costruttrici di macchine utensili, che hanno visto la drastica riduzione delle esportazioni in Germania e della dimensione del mercato in assoluto più importante quale è (o era) quello dell’auto e del suo indotto.
Allo stesso modo, l’azzeramento del mercato russo, a causa delle sanzioni introdotte dall’Ue, ha pesato parecchio sui risultati delle aziende italiane. Non solo: il rischio per loro è la perdita definitiva di importanti clienti che, nel frattempo, sono stati costretti a rivolgersi ad altri Paesi fornitori, prima fra tutti la Cina.
L’introduzione dei dazi da parte dell’Amministrazione americana è invece tra i fenomeni che hanno avuto un impatto più contenuto, pur attivando effetti secondari e “di risposta” che i costruttori italiani segnalano con apprensione come, per esempio, l’incremento del costo di alcune materie prime.
Con una concorrenza interna decisamente debole, e limitata ad alcuni specifici segmenti, l’intero sovrapprezzo del macchinario daziato è di fatto stato scaricato sul cliente americano, non precludendo così le possibilità di vendita, in un momento tra l’altro in cui alcuni settori, a partire da aerospace e aeronautica, spingono molto.
Venendo alle cronache recentissime, se la crisi in Iran dovesse perdurare, ci potrebbero essere anche per il settore delle macchine utensili gli stessi effetti che stanno subendo gran parte degli altri comparti, ma a questi si aggiungerebbe il carico di una pesante strozzatura geografica verso il mercato asiatico, l’unico con una proiezione positiva.
Alla luce di questa carrellata di casi profondamente eterogenea viene da chiedersi cosa fare. Difficile dirlo, anche perché gli stessi organi decisori fanno fatica a indicare una via. In questo senso il Presidente di Confindustria Orsini, con le sue ultime dichiarazioni, ha espresso il netto disappunto dell’industria italiana rispetto alla lentezza di risposta da parte delle istituzioni dell’Ue per fronteggiare, in modo condiviso, gli effetti di questo conflitto.
L’Unione fonda la sua economia e il suo sviluppo proprio sull’industria manifatturiera. Le aziende devono poter contare, in Europa e in Italia, su sistemi e strumenti in grado di sostenere, e per quanto possibile, incrementare la loro competitività. Le istituzioni di governo, non possono permettersi continue distrazioni di attenzione e di risorse economiche motivate da una situazione di caos persistente.
Se le aziende sono costrette a operare in un contesto di business unusual, e lo stanno facendo ormai da anni, mettendo in campo tutte le loro capacità e risorse, lo devono poter fare anche i Governi. Altrimenti si dirà che questi ultimi non sono all’altezza dell’incarico che è stato loro conferito.
Questo è il pensiero dei costruttori italiani per i quali UCIMU ha messo in atto una serie di attività pensate per aiutare le aziende associate a comprendere la situazione e a definire strategie adeguate.
A questo proposito l’Assemblea annuale dei soci UCIMU, in programma il prossimo 7 luglio a Milano, nella sua parte pubblica, sarà dedicata all’approfondimento di questi temi, grazie al contributo di alcuni tra i massimi esperti della materia. Gli operatori del manifatturiero avranno sicuramente un momento di approfondimento e confronto interessante, non solo per i costruttori di macchine utensili.
A parte le associazioni di categoria, non si intravede finora nessun programma di governo e dell’Unione Europea sulle politiche industriali e produttive.
La produzione della new economy non si sa a che punto sta in Europa e in Italia. Ci sono forti ritardi con forti dipendenze energetiche e di materia prima. C’è bisogno di investire di più nella ricerca scientifica, le intelligenze non mancano né in Italia e nemmeno in Europa.
Oggi, basta una crisi come quella dell’Iran per mettere in difficoltà il mondo occidentale.
Recentemente, in Spagna l’Internazionale socialista ha trovato un punto di convergenza per chiedere la Pace nel mondo, trovando oggi una naturale alleanza con la Chiesa Cattolica rappresentata da Papa Leone XIV che continua a predicare la pace, la solidarietà e l’amore tra tutti i popoli del mondo. Iniziative che possono essere prodromi per costruire la democrazia economica nel mondo, per smantellare gli arsenali ricolmi di armi di deterrenza e di offesa sempre più potenti. Oggi sarebbe saggio fare programmi per debellare la fame nel mondo e per una maggiore assistenza sanitaria. Non si tratta di fare cose impossibili da realizzare, ma di un doveroso impegno per l’Umanità. Basta solo la volontà di creare un mondo migliore.
Fonte: di Salvatore Rondello










