MEMORANDUM PER GLI SMEMORATI (e anche per Trump)
22-06-2026 - DIARIO POLITICO di Giuseppe Butta'
di Giuseppe Buttà
Il memorandum firmato da Trump con l'Iran è aperto a tutto: alla migliore delle soluzioni pacifiche come al ritorno alla guerra: «È un memorandum d'intesa», ha detto Trump ai giornalisti al vertice dei leader del G-7 nelle Alpi francesi, «Se [un accordo finale] non viene concluso in 60 giorni, va bene così. Torniamo ai bombardamenti».
Ecco alcuni degli elementi chiave dell'accordo:
Trump ha difeso mercoledì le condizioni dell'accordo, in particolare la controversa decisione di restituire i fondi congelati all'Iran. «Sono i loro soldi, e li abbiamo congelati», ha detto Trump, «a un certo punto, immagino che dovremo restituirli». Che il "memorandum" sia un compromesso abbastanza ambiguo possiamo pure ammetterlo ma da ciò alla conclusione che – come scrive Federico Fubini sul "Corriere della Sera" del 17 giugno scorso – «Se davvero sarà firmata così, la bozza di «accordo» di queste ore fra gli Stati Uniti e l'Iran è la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul del 2021. A leggerli, i 14 punti che dovrebbero essere sul tavolo scorrono come se fosse il regime di Teheran ad aver dettato le condizioni e Donald Trump ad averle subite», di acqua ne corre molto ed è, per lo più acqua avvelenata da pregiudizio e furia originati dalla premessa che la guerra israelo-americana contro l'Iran sia stata ‘illegale' – rispetto a quale legge? – e un mero colpo di testa trumpiano pilotato dal disegno "criminoso" di Netanyahu.
Insomma, visto l'accordo, per molti si sarebbe trattato di una guerra inutile oltre che dannosa dal momento che il regime degli ayatollah ne sarebbe uscito rafforzato: la guerra non solo non avrebbe raggiunto i suoi obiettivi – primo fra tutti la caduta del regime – ma avrebbe fatto superare agli ayatollah una posizione di debolezza senza precedenti, crisi economiche e ambientali esistenziali, capacità difensive ridotte e turbolenze interne e controlli esterni a seguito della brutale repressione di gennaio contro con l'uccisione di decine di migliaia di suoi stessi abitanti; e, in più, avrebbe consegnato a Teheran un nuovo e potente deterrente – lo Stretto di Hormuz – che il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha definito l'arma nucleare economica dell'Iran che può sconvolgere i mercati energetici in tutto il mondo.
Tutto questo può essere vero ma è anche un'opinione discutibile: ormai da decenni sappiamo che l'Iran rappresenta il maggior pericolo per la pace in Medio Oriente e nel mondo: se la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi principali, ha messo però in chiaro a Iran e proxy – tra i quali vanno annoverati non solo Houti, Hetzbollah e Hamas ma anche Russia e Cina che ne sono stati finora i grandi sponsor e burattinai – i limiti invalicabili che né Israele né gli Stati Uniti permetteranno di violare.
Vi è addirittura chi prende sul serio le dichiarazioni – evidentemente di parte e, comunque, dirette a tacitare le fazioni iraniane – rilasciate dall'ombra della nuova "guida suprema", l'ennesimo Khamenei: questi avrebbe detto – uso il condizionale perché, a dettare la velina, è stata appunto un'ombra – che avrebbe preferito non firmare l'accordo ma che ha ceduto alle argomentazioni di Pezeshkian: «ho detto si nonostante le divisioni»; insomma sembrerebbe che gli ayatollah, da buoni "samaritani", abbiano voluto soccorrere un «Trump disperato». Oppure non gli conveniva rischiare la ripresa della guerra?
Il paradosso – anzi la contraddizione – lampante in cui stanno cadendo i critici e gli oppositori della guerra contro l'Iran è che essi non avrebbero firmato un tale accordo: forse è vero che si tratta di un compromesso al ribasso ma è quello che oggi certamente permetterà una tregua, sia pure armata, e l'avvio della soluzione della crisi: forse questi critici illuminati preferiscono il prolungamento della guerra?
Per esempio, Danilo Taino ha scritto sul ‘Corriere della Sera' (19-06- 26) che Trump, avendo fatto questo "deal" da palazzinaro, dovrà rimpiangere «l'occasione sprecata di mettere il sigillo finale alla trasformazione radicale già in corso nel Medio Oriente». Sono sicuro che, se Trump non lo avesse fatto, Taino avrebbe scritto che, succube, del criminale Netanyahu, Trump stava mettendo in pericolo la pace.
Storicamente è vero che, spesso, gli Stati Uniti hanno perduto politicamente battaglie e guerre già vinte militarmente (prima di quelle citate da Fubini – Vietnam e Afghanistan – io metterei la I e la II guerra mondiale nonché la Guerra di Corea, vittorie tutte sacrificate a un qualche interesse di politica interna americana): in questo caso di tratta di una guerra non finita, non portata a termine, tuttavia a me sembra che non si possa dire, se non appunto per colpire Meloni colpendo Trump (ma di ciò qui non parlerò se non per citare il preclaro editorialista della "Repubblica", Giannini, che si diletta a chiamare "sciamana" Meloni e che per Trump non ha migliore considerazione) che, nel caso presente, siamo di fronte a un accordo a perdere, verniciato di un alone di vittoria da un Trump affarista e pasticcione ma infinitamente più sfavorevole agli Stati Uniti rispetto a quello firmato da Obama nel 2015.
Sebbene resti incerto che, nei prossimi 60 giorni, possa essere raggiunto l'accordo finale sia riguardo alle modalità di ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz sia alla questione nucleari e all'alleggerimento delle sanzioni; seppure l'accordo lasci immodificato lo status quo politico interno in Iran, accanto alle concessioni che Trump – pressato dalle elezioni di "midterm" – ha dovuto fare per presentarsi con almeno una tregua ai suoi elettori "Maga", vi è però qualche punto di novità nello scenario mediorientale. Anzitutto è certo che l'accordo tra Washington e Teheran potrebbe produrre un effetto indiretto ma importante: ridurre la vicinanza tra Iran e Russia, liberare attenzione e interesse americani oggi assorbiti dal Medio Oriente e incidere sul mercato energetico, che resta una delle principali fonti di forza di Mosca. In secondo luogo, se l'accordo verrà rispettato da entrambe le parti, per il Medio Oriente potrebbe aprirsi qualche prospettiva di pace che sarà tanto più certa quanto più si riuscirà a dare garanzie a Israele.
Avevo scritto qui che, nel G7 di Evian, di ciò si era percepito un effetto positivo sui rapporti tra le due sponde dell'Atlantico portando a un'intesa salutare sulla questione ucraina tale da far ben sperare nel ‘rinascimento' della NATO; avevo aggiunto anche che chi si aspettava che il Presidente americano aprisse le cataratte sull'Europa era rimasto scornato e il peggio che aveva potuto dire di Trump è che egli, arrivando in ritardo al meeting, aveva rivendicato la sua prerogativa di "boss".
Ma ora devo rettificare. Gli eventi successivi mi hanno imposto qualche perplessità per non dire sconcerto: devo infatti ora dare conto del fatto che, di ritorno a Washington, Trump – in una telefonata notturna con un giornalista italiano (e c'è da chiedersi perché sia così facile per questo giornalista parlare al telefono con il Presidente degli Stati Uniti) – si è lasciato sfuggire dal seno stupidaggini sesquipedali su Starmer, su Meloni, sull'Europa in rapido disfacimento, etc.: è chiaro che i raptus demolitori, spesso insensati e controproducenti per gl'interessi americani, da cui Trump è colpito ormai quotidianamente e quasi patologicamente possono fare temere non solo che i rapporti tra lui e l'Europa saranno sempre traballanti e che il "rinascimento" sperato dovrà attendere tempi migliori, ma anche che possano far cambiare di segno tutto ciò che egli – un Creso al contrario che, invece che nell'oro, finisce nel "fango" – fa di positivo.
Io penso che gli Stati Uniti abbiano ragione di lamentarsi dello scarso contributo, finanziario militare e politico, che gli alleati europei hanno dato in tutti questi anni per la difesa collettiva dell'Occidente e che il piano americano di una significativa riduzione del numero di uomini, aerei e navi da guerra a disposizione per proteggere il continente europeo sia del tutto giustificato in ragione degl'impegni planetari degli Stati Uniti. Ma sarebbe folle pensare che questo piano possa essere attuato senza un previo consolidamento delle forze degli altri membri della NATO. Un indebolimento del fianco europeo indebolirebbe anche l'America.
Come ha giustamente risposto Meloni ai sarcasmi di Trump, questi non può trattare i suoi amici e alleati peggio di come tratta i suoi nemici. Se è sceso a patti con i pasdaran, tanto più gli conviene non gettare l'Europa nel caos.
Ecco alcuni degli elementi chiave dell'accordo:
- Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine al blocco navale sull'Iran in modo commisurato alla riapertura dello Stretto di Hormuz;
- Gli Stati Uniti accettano di collaborare con i partner regionali "per sviluppare un piano definitivo e concordato reciprocamente con almeno 300 miliardi di dollari" per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell'Iran;
- Immediatamente dopo la firma del Memorandum, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti "concederà deroghe per l'esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi e derivati, e tutti i servizi associati, inclusi transazioni bancarie, assicurazioni, trasporti, ecc.";
- La Repubblica Islamica dell'Iran riafferma che non acquisirà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti d'America e la Repubblica islamica dell'Iran hanno concordato di risolvere la questione dell'uranio arricchito e accumulato dall'Iran attraverso un meccanismo che verrà concordato reciprocamente, il cui metodo di base sarà il declassamento dell'arricchimento (down-blending) effettuato in loco sotto la supervisione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA).
- Gli Stati Uniti "renderanno pienamente disponibili all'uso" i fondi e le risorse dell'Iran, congelate o sottoposte a limitazioni, a condizione che l'accordo venga rispettato e attuato dall'Iran.
Trump ha difeso mercoledì le condizioni dell'accordo, in particolare la controversa decisione di restituire i fondi congelati all'Iran. «Sono i loro soldi, e li abbiamo congelati», ha detto Trump, «a un certo punto, immagino che dovremo restituirli». Che il "memorandum" sia un compromesso abbastanza ambiguo possiamo pure ammetterlo ma da ciò alla conclusione che – come scrive Federico Fubini sul "Corriere della Sera" del 17 giugno scorso – «Se davvero sarà firmata così, la bozza di «accordo» di queste ore fra gli Stati Uniti e l'Iran è la maggiore umiliazione della diplomazia americana dalle fughe da Saigon nel 1975 e da Kabul del 2021. A leggerli, i 14 punti che dovrebbero essere sul tavolo scorrono come se fosse il regime di Teheran ad aver dettato le condizioni e Donald Trump ad averle subite», di acqua ne corre molto ed è, per lo più acqua avvelenata da pregiudizio e furia originati dalla premessa che la guerra israelo-americana contro l'Iran sia stata ‘illegale' – rispetto a quale legge? – e un mero colpo di testa trumpiano pilotato dal disegno "criminoso" di Netanyahu.
Insomma, visto l'accordo, per molti si sarebbe trattato di una guerra inutile oltre che dannosa dal momento che il regime degli ayatollah ne sarebbe uscito rafforzato: la guerra non solo non avrebbe raggiunto i suoi obiettivi – primo fra tutti la caduta del regime – ma avrebbe fatto superare agli ayatollah una posizione di debolezza senza precedenti, crisi economiche e ambientali esistenziali, capacità difensive ridotte e turbolenze interne e controlli esterni a seguito della brutale repressione di gennaio contro con l'uccisione di decine di migliaia di suoi stessi abitanti; e, in più, avrebbe consegnato a Teheran un nuovo e potente deterrente – lo Stretto di Hormuz – che il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha definito l'arma nucleare economica dell'Iran che può sconvolgere i mercati energetici in tutto il mondo.
Tutto questo può essere vero ma è anche un'opinione discutibile: ormai da decenni sappiamo che l'Iran rappresenta il maggior pericolo per la pace in Medio Oriente e nel mondo: se la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi principali, ha messo però in chiaro a Iran e proxy – tra i quali vanno annoverati non solo Houti, Hetzbollah e Hamas ma anche Russia e Cina che ne sono stati finora i grandi sponsor e burattinai – i limiti invalicabili che né Israele né gli Stati Uniti permetteranno di violare.
Vi è addirittura chi prende sul serio le dichiarazioni – evidentemente di parte e, comunque, dirette a tacitare le fazioni iraniane – rilasciate dall'ombra della nuova "guida suprema", l'ennesimo Khamenei: questi avrebbe detto – uso il condizionale perché, a dettare la velina, è stata appunto un'ombra – che avrebbe preferito non firmare l'accordo ma che ha ceduto alle argomentazioni di Pezeshkian: «ho detto si nonostante le divisioni»; insomma sembrerebbe che gli ayatollah, da buoni "samaritani", abbiano voluto soccorrere un «Trump disperato». Oppure non gli conveniva rischiare la ripresa della guerra?
Il paradosso – anzi la contraddizione – lampante in cui stanno cadendo i critici e gli oppositori della guerra contro l'Iran è che essi non avrebbero firmato un tale accordo: forse è vero che si tratta di un compromesso al ribasso ma è quello che oggi certamente permetterà una tregua, sia pure armata, e l'avvio della soluzione della crisi: forse questi critici illuminati preferiscono il prolungamento della guerra?
Per esempio, Danilo Taino ha scritto sul ‘Corriere della Sera' (19-06- 26) che Trump, avendo fatto questo "deal" da palazzinaro, dovrà rimpiangere «l'occasione sprecata di mettere il sigillo finale alla trasformazione radicale già in corso nel Medio Oriente». Sono sicuro che, se Trump non lo avesse fatto, Taino avrebbe scritto che, succube, del criminale Netanyahu, Trump stava mettendo in pericolo la pace.
Storicamente è vero che, spesso, gli Stati Uniti hanno perduto politicamente battaglie e guerre già vinte militarmente (prima di quelle citate da Fubini – Vietnam e Afghanistan – io metterei la I e la II guerra mondiale nonché la Guerra di Corea, vittorie tutte sacrificate a un qualche interesse di politica interna americana): in questo caso di tratta di una guerra non finita, non portata a termine, tuttavia a me sembra che non si possa dire, se non appunto per colpire Meloni colpendo Trump (ma di ciò qui non parlerò se non per citare il preclaro editorialista della "Repubblica", Giannini, che si diletta a chiamare "sciamana" Meloni e che per Trump non ha migliore considerazione) che, nel caso presente, siamo di fronte a un accordo a perdere, verniciato di un alone di vittoria da un Trump affarista e pasticcione ma infinitamente più sfavorevole agli Stati Uniti rispetto a quello firmato da Obama nel 2015.
Sebbene resti incerto che, nei prossimi 60 giorni, possa essere raggiunto l'accordo finale sia riguardo alle modalità di ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz sia alla questione nucleari e all'alleggerimento delle sanzioni; seppure l'accordo lasci immodificato lo status quo politico interno in Iran, accanto alle concessioni che Trump – pressato dalle elezioni di "midterm" – ha dovuto fare per presentarsi con almeno una tregua ai suoi elettori "Maga", vi è però qualche punto di novità nello scenario mediorientale. Anzitutto è certo che l'accordo tra Washington e Teheran potrebbe produrre un effetto indiretto ma importante: ridurre la vicinanza tra Iran e Russia, liberare attenzione e interesse americani oggi assorbiti dal Medio Oriente e incidere sul mercato energetico, che resta una delle principali fonti di forza di Mosca. In secondo luogo, se l'accordo verrà rispettato da entrambe le parti, per il Medio Oriente potrebbe aprirsi qualche prospettiva di pace che sarà tanto più certa quanto più si riuscirà a dare garanzie a Israele.
Avevo scritto qui che, nel G7 di Evian, di ciò si era percepito un effetto positivo sui rapporti tra le due sponde dell'Atlantico portando a un'intesa salutare sulla questione ucraina tale da far ben sperare nel ‘rinascimento' della NATO; avevo aggiunto anche che chi si aspettava che il Presidente americano aprisse le cataratte sull'Europa era rimasto scornato e il peggio che aveva potuto dire di Trump è che egli, arrivando in ritardo al meeting, aveva rivendicato la sua prerogativa di "boss".
Ma ora devo rettificare. Gli eventi successivi mi hanno imposto qualche perplessità per non dire sconcerto: devo infatti ora dare conto del fatto che, di ritorno a Washington, Trump – in una telefonata notturna con un giornalista italiano (e c'è da chiedersi perché sia così facile per questo giornalista parlare al telefono con il Presidente degli Stati Uniti) – si è lasciato sfuggire dal seno stupidaggini sesquipedali su Starmer, su Meloni, sull'Europa in rapido disfacimento, etc.: è chiaro che i raptus demolitori, spesso insensati e controproducenti per gl'interessi americani, da cui Trump è colpito ormai quotidianamente e quasi patologicamente possono fare temere non solo che i rapporti tra lui e l'Europa saranno sempre traballanti e che il "rinascimento" sperato dovrà attendere tempi migliori, ma anche che possano far cambiare di segno tutto ciò che egli – un Creso al contrario che, invece che nell'oro, finisce nel "fango" – fa di positivo.
Io penso che gli Stati Uniti abbiano ragione di lamentarsi dello scarso contributo, finanziario militare e politico, che gli alleati europei hanno dato in tutti questi anni per la difesa collettiva dell'Occidente e che il piano americano di una significativa riduzione del numero di uomini, aerei e navi da guerra a disposizione per proteggere il continente europeo sia del tutto giustificato in ragione degl'impegni planetari degli Stati Uniti. Ma sarebbe folle pensare che questo piano possa essere attuato senza un previo consolidamento delle forze degli altri membri della NATO. Un indebolimento del fianco europeo indebolirebbe anche l'America.
Come ha giustamente risposto Meloni ai sarcasmi di Trump, questi non può trattare i suoi amici e alleati peggio di come tratta i suoi nemici. Se è sceso a patti con i pasdaran, tanto più gli conviene non gettare l'Europa nel caos.
Fonte: di Giuseppe Butta'










