L’USO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
21-09-2026 - UNO SGUARDO SUL MONDO di Salvatore Rondello
di Salvatore Rondello
L'umanità, da sempre convive con il progresso tecnologico e cerca di farne un uso corretto per migliorare la propria esistenza di vita. Tuttavia, rispetto alle nuove tecnologie che non so se possano essere appellate intelligenza artificiale o negligenza artificiale, un dilemma che tutta l'umanità dovrebbe porsi, emergono diverse problematiche preoccupanti per la loro mostruosità.
Nella letteratura, forse, Frankenstein o Mattia Pascal potrebbero essere importanti per fare riflessioni su quanto sta avvenendo.
Diverse persone, tra cui Capi di Stato, politici, scienziati, uomini di cultura ed anche alcuni tra i tecnici costruttori di queste nuove tecnologie, nutrono preoccupazioni e dubbi sulla loro funzionalità e sul modo per poterli gestire e controllare.
Recentemente, anche Re Carlo III d'Inghilterra ha esordito: “Lo sviluppo dell'IA, la sua natura e il suo ritmo sono, in egual misura, intriganti e profondamente preoccupanti. L'intelligenza artificiale sta già dimostrando la sua immensa capacità di migliorare e salvare vite, ad esempio nel campo delle scienze della vita e della medicina. Tuttavia, i creatori di queste tecnologie avvertono sempre più spesso che l'IA rischia di sviluppare capacità più oscure, arrivando forse persino a togliere la vita. A questo proposito, se posso permettermi, appare urgente valutare adeguatamente i rischi esistenziali legati alla possibilità che tali tecnologie finiscano nelle mani sbagliate e vengano utilizzate in modi potenzialmente catastrofici”.
Re Carlo, nel corso di una conferenza a Dumfries House, nel sud della Scozia, ha messo giustamente in guardia i responsabili dei colossi tecnologici dai “pericoli esistenziali” derivanti dal fatto che l‘intelligenza artificiale possa finire nelle mani sbagliate. All'incontro hanno partecipato importanti responsabili di Nvidia, Google DeepMind, OpenAI e Anthropic, oltre al ministro britannico per l'IA.
Il dibattito sull'intelligenza artificiale, tra chi esalta le potenzialità per l'umanità e chi dipinge un futuro apocalittico, si accende sempre di più. Da Amodei a Zuckerberg, da Trump a Huang: sono tanti i leader, gli esperti e i big dell'IA che hanno espresso la propria posizione su un tema che ormai non è solo di interesse tecnico ma è diventato argomento geopolitico che coinvolge tutta l'umanità.
All'interno dell'industria tecnologica e della leadership politica internazionale ci sono posizioni diverse. A dividere sono soprattutto due temi: la sicurezza dei modelli e i ritmi della loro evoluzione. Il confronto è ormai polarizzato tra l'entusiasmo di chi intende accelerare, gli allarmi degli apocalittici e la cautela diplomatica dei grandi colossi della rete. Il dibattito è acceso anche tra chi pensa che servano delle regole per disciplinare il settore e chi invece non è d'accordo.
Tra i big della tecnologia si sono esposti Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk di xAI: pur impegnati in una corsa quotidiana agli annunci, hanno chiesto cautela. Dall'altra parte ci sono Mark Zuckerberg di Meta e Jensen Huang di Nvidia, i quali ritengono che la responsabilità legale e ingegneristica bastino a garantire sicurezza a chi sviluppa le IA, senza frenare il progresso.
Sullo sfondo, poi, c'è la politica. La Casa Bianca, con l'amministrazione Trump, ha più volte ribadito la propria posizione, sottolineato l'importanza di mantenere il primato tecnologico degli Stati Uniti in un settore sempre più centrale nello scenario globale. Anche perché la Cina, il pensiero fisso di Washington, continua a correre con massicci investimenti statali e piani industriali aggressivi volti a colmare il divario con l'Occidente.
Da un lato, quindi, c'è chi sostiene l'avanzamento ad ogni costo: qui si concentrano le figure convinte dell'inevitabilità del progresso. In questa direzione spinge Nvidia, guidata anche da interessi economici visto che i suoi semiconduttori costituiscono l'infrastruttura materiale della rivoluzione artificiale. Huang ha detto: “La sicurezza è una questione ingegneristica, non legale. In fin dei conti, stiamo sviluppando software”.
Una linea che trova riscontro anche nella politica di Donald Trump, deciso ad azzerare ogni freno per preservare il vantaggio tecnologico di Washington su Pechino. Sulla questione si è esposto anche il vicepresidente Usa JD Vance, che ha respinto la richiesta delle big dell'intelligenza artificiale di imporre nuove regole. Vance ha detto: “Se state creando Frankenstein, fermatevi. Se avete intenzione di creare Frankenstein, non venite dal governo a dire che servono regole”.
La linea di Trump, che vuole preservare il vantaggio sulla Cina, trova favorevole anche Mark Zuckerberg. L'amministratore delegato di Meta ha respinto l'ipotesi di un accordo tra aziende per rallentare lo sviluppo dell'IA, rivendicando la piena autonomia dei singoli laboratori nella gestione della sicurezza e proponendo il ricorso a revisori indipendenti al posto di moratorie collettive. Il fondatore di Meta ha detto: “Sull'IA non serve rallentare ma costruire fiducia”.
Sul versante opposto, poi, troviamo le voci più allarmate, spesso nate all'interno delle stesse società di punta. Dario Amodei, co-fondatore di Anthropic, ha formalizzato la richiesta di una pausa per dare agli sviluppatori il tempo di integrare requisiti di sicurezza fondamentali senza intaccare la competitività americana.
In una posizione più complessa e sfumata, invece, si trova Sam Altman di OpenAI, che, dopo aver messo in guardia dal rischio di perdere il controllo e dalle derive distopiche legate alla concentrazione del potere tecnologico, ha diffuso messaggi di rassicurazione, dichiarando piena fiducia nella capacità del settore e della propria azienda di sviluppare l'IA senza timori per l'umanità. Secondo il Financial Times, comunque, all'interno di OpenAI e Anthropic sarebbero emerse tensioni riguardo alle posizioni dei Ceo.
Nel mezzo, poi, ci sono giganti come Google e Amazon. Le due multinazionali, forti di una lunga esperienza nelle dinamiche regolatorie statunitensi, stanno adottando un posizionamento più neutrale e calcolato: secondo gli esperti, si tratta di un atteggiamento tipico dei grandi conglomerati, che evitano l'esposizione diretta nelle dispute politiche così da proteggere le proprie infrastrutture e le rispettive quote di mercato senza alienarsi l'opinione pubblica.
Le inquietudini legate all'intelligenza artificiale stanno ormai investendo anche i livelli istituzionali. Per fare un esempio, il consiglio comunale di New York ha fissato per il 5 ottobre 2026 un'udienza pubblica straordinaria interamente dedicata all'intelligenza artificiale, invitando a partecipare formalmente sia OpenAI che Anthropic, con il riferimento esplicito alla recente ondata di rapporti e analisi che mettono in guardia contro il potenziale della tecnologia.
Se andiamo a leggere "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello, troviamo un'intuizione che si rivela profetica di questi nostri tempi. C'è una scena che vale più di molte analisi sulla condizione dell'uomo contemporaneo: Mattia, diventato Adriano Meis, scopre che senza un'anagrafe che lo registri non può sposarsi, non può denunciare un furto, non può possedere nulla, è libero, ma è una libertà che non serve a niente, perché la società non riconosce ciò che non funziona secondo le sue regole.
Luigi Pirandello, con un secolo di anticipo, aveva già capito una cosa che oggi ci sembra la minaccia svelata dall'avvento dell'intelligenza artificiale: non esistiamo se non in quanto funzioniamo e se non funzioniamo siamo appunto dei “fu”.
È da qui che si dovrebbe iniziare per comprendere e approfondire una paura molto diffusa, altrettanto dialettizzata e allo stesso tempo poco indagata, quella di essere sostituiti dalle macchine.
Mattia Pascal, prima ancora di diventare Adriano Meis, è già un ingranaggio, bibliotecario in una biblioteca polverosa e deserta, marito infelice, uomo schiacciato da una suocera in un matrimonio subìto più che scelto: la sua vita a Miragno è già la vita di uno strumento, non di una persona; la fuga a Montecarlo, la vincita, la falsa morte, tutto questo non nasce dal desiderio di essere finalmente sé stesso, piuttosto dà sollievo per non essere più in quel ruolo.
Il problema è che Mattia non trova, fuori da quel ruolo, un'identità: trova soltanto l'assenza di un ruolo, di una funzione.
La paura di essere “sostituiti” dall'AI, dalla macchina, non nasce con l'avvento della macchina, ma molto prima, quando cioè abbiamo accettato, o subìto, di essere valutati e di valutarci esclusivamente per la funzione che svolgiamo. Se io sono, ai miei stessi occhi, prima di tutto un produttore di risultati, un esecutore di compiti, un “erogatore” di prestazioni, allora è ovvio che qualunque cosa esegua meglio quegli stessi compiti (meglio, più in fretta e senza stancarsi) diventi una minaccia esistenziale. Non ho semplicemente paura di perdere un lavoro, ho paura di scoprire che l'unica cosa che mi rendeva qualcuno era sostituibile.
A questo punto varrebbe anche la pena di ricordare René Girard perchè il suo concetto di desiderio mimetico è più utile di quanto sembri.
Per Girard non desideriamo mai le cose in modo autonomo: desideriamo secondo il desiderio dell'altro, tendiamo ad imitare un modello. Il problema è che in una società che ha fatto della produttività o della visibilità (pensiamo ai social) il proprio modello supremo, l'unico realmente condiviso, l'unico che non richiede giustificazioni, abbiamo imparato a desiderare di essere efficienti o famosi prima ancora di desiderare di essere felici.
Non c'è l'AI all'origine dell'invenzione di un modo di trattarci “ridotto”. C'è invece una lunga catena di uomini che hanno guardato altri uomini trattarsi come strumenti. Molti li hanno imitati, convinti che fosse quella la strada per essere riconosciuti, amati, rispettati, pagati.
Quando poi arriva un ingranaggio che funziona meglio, un “accrocchio”, qualcosa di meccanico, capace di fare meglio la stessa cosa, quello che vacilla non è soltanto un ruolo economico. Vacilla lo stesso modello imitativo, perché il modello a cui eravamo conformati ci si rivolta contro: se il valore è la funzione, e la funzione può essere replicata e superata da una macchina, allora io, che ho costruito la mia identità sulla funzione, divento strutturalmente sostituibile e quindi perdo la mia “identità”.
Non è un incidente di percorso. È la logica conseguenza di aver accettato quella regola del gioco.
Anche Pier Paolo Pasolini aveva intuito qualcosa di simile con largo anticipo, parlando di una “omologazione” antropologica, prodotta non dal fascismo ma dal benessere e dai “consumi”.
La sua tesi, ripresa a più voci negli ultimi cinquant'anni, è piuttosto radicale: il consumismo non ci rende soltanto simili in superficie, nei gusti, ci rende simili nella natura profonda che assegniamo a noi stessi. Trasforma le persone in beni da consumare e consumatori a loro volta consumati dal ciclo produttivo.
L'omologazione pasoliniana è l'esito storico e sociale di quella stessa imitazione applicata su scala di massa e diventata cultura, pubblicità, linguaggio e pensiero comune.
Se la persona è già, ben prima dell'avvento dell'AI, un oggetto da ottimizzare, il proprio corpo da rendere performante, il proprio tempo da rendere produttivo, la propria mente da rendere efficace, allora la macchina intelligente non introduce nessuna novità. Porta semplicemente a compimento una logica che avevamo già accettato per noi stessi.
È per questo che la paura dell'AI è così forte e così povera insieme: fortissima perché tocca un nervo scoperto reale (la sopravvivenza economica, il senso del proprio ruolo sociale); povera, perché resta interamente dentro l'orizzonte che ha generato il problema, quello della produttività e del funzionamento.
Il romanzo di Pirandello non si chiude con una rivincita, ma con un'accettazione paradossale: Mattia torna a Miragno e scopre che la vita è andata avanti senza di lui, che sua moglie si è rifatta una famiglia, e decide di non distruggerla.
Non riprende il suo posto, accetta di essere un “fu”, vivo, ma socialmente morto, escluso dal ciclo delle funzioni e dei ruoli che la comunità gli aveva assegnato e poi ha riassegnato ad altri.
Rileggere “oggi” il finale de “Il fu Mattia Pascal” mette in luce la sua portata profetica. Non è la storia di un uomo sconfitto dalla macchina sociale: è la storia di un uomo che, uscito per un momento dall'ingranaggio, scopre di non avere altro linguaggio per descriversi se non quello dell'ingranaggio stesso. Anche la sua libertà da Adriano Meis è pensata e vissuta in termini funzionali: cosa posso fare, cosa non posso fare, cosa mi è permesso possedere. Mai è pensata nei termini di chi sono io, oltre e aldilà di ciò che faccio.
Ed è proprio questo il punto cieco che dovremmo guardare in faccia parlando di AI. Non sappiamo più immaginare un valore della persona che non sia legato a una prestazione, a un output, ad un “like”, ad un risultato misurabile. Per questo, quando qualcosa minaccia una prestazione migliore e più rapida della nostra, non abbiamo altro registro con cui reagire se non quello della competizione e la perdiamo in partenza, perché è una gara con una macchina progettata per quello ed essa vincerà quasi sempre perché è più veloce ed ha maggiori potenzialità.
L'unica via d'uscita reale non è tecnica ma antropologica. Recuperare una idea di persona che non coincida con la sua utilità. Non si tratta di negare che l'AI possa fare meglio di noi molte cose; è già vero oggi, e sarà sempre più vero.
Si tratta di rifiutare la premessa, mai davvero discussa, secondo cui il nostro valore dipenda da quel confronto. Una madre non vale meno di un'infermiera perché non produce assistenza sanitaria in modo efficiente. Un amico non vale meno di un algoritmo di raccomandazione perché non performa meglio nel prevedere i nostri gusti. Da sempre, le scelte che vengono fatte dipendono dalle informazioni ricevute.
Mattia Pascal ci ricorda che si può “sopravvivere” anche fuori dal ciclo delle funzioni sociali, ma il prezzo è altissimo: l'invisibilità, l'esclusione, la vita ai margini. Quella dei fiori portati sulla propria stessa tomba è un'immagine ma anche un avvertimento prezioso.
Papa Leone XIV, nell'introduzione della sua prima enciclica Magnifica humanitas, ci provoca così: “Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?”. Qui non c'è nessuna AI che possa rispondere per noi, nessuna imitazione: siamo unici anche perché dotati della volontà.
Allora cosa possiamo fare? Ad esempio, lasciarci provocare da “modelli”, testimoni umani viventi, donne e uomini capaci di suscitare tutta la domanda di senso che ci costituisce. Questo è il lavoro dell'uomo, la sfida per la vita di ciascuno: scoprire cosa desideriamo davvero e se il nuovo mondo ci porta alla felicità infinita o alla morte eterna senza riuscire a vivere nemmeno come “Il fu Mattia Pascal”.
Nella letteratura, forse, Frankenstein o Mattia Pascal potrebbero essere importanti per fare riflessioni su quanto sta avvenendo.
Diverse persone, tra cui Capi di Stato, politici, scienziati, uomini di cultura ed anche alcuni tra i tecnici costruttori di queste nuove tecnologie, nutrono preoccupazioni e dubbi sulla loro funzionalità e sul modo per poterli gestire e controllare.
Recentemente, anche Re Carlo III d'Inghilterra ha esordito: “Lo sviluppo dell'IA, la sua natura e il suo ritmo sono, in egual misura, intriganti e profondamente preoccupanti. L'intelligenza artificiale sta già dimostrando la sua immensa capacità di migliorare e salvare vite, ad esempio nel campo delle scienze della vita e della medicina. Tuttavia, i creatori di queste tecnologie avvertono sempre più spesso che l'IA rischia di sviluppare capacità più oscure, arrivando forse persino a togliere la vita. A questo proposito, se posso permettermi, appare urgente valutare adeguatamente i rischi esistenziali legati alla possibilità che tali tecnologie finiscano nelle mani sbagliate e vengano utilizzate in modi potenzialmente catastrofici”.
Re Carlo, nel corso di una conferenza a Dumfries House, nel sud della Scozia, ha messo giustamente in guardia i responsabili dei colossi tecnologici dai “pericoli esistenziali” derivanti dal fatto che l‘intelligenza artificiale possa finire nelle mani sbagliate. All'incontro hanno partecipato importanti responsabili di Nvidia, Google DeepMind, OpenAI e Anthropic, oltre al ministro britannico per l'IA.
Il dibattito sull'intelligenza artificiale, tra chi esalta le potenzialità per l'umanità e chi dipinge un futuro apocalittico, si accende sempre di più. Da Amodei a Zuckerberg, da Trump a Huang: sono tanti i leader, gli esperti e i big dell'IA che hanno espresso la propria posizione su un tema che ormai non è solo di interesse tecnico ma è diventato argomento geopolitico che coinvolge tutta l'umanità.
All'interno dell'industria tecnologica e della leadership politica internazionale ci sono posizioni diverse. A dividere sono soprattutto due temi: la sicurezza dei modelli e i ritmi della loro evoluzione. Il confronto è ormai polarizzato tra l'entusiasmo di chi intende accelerare, gli allarmi degli apocalittici e la cautela diplomatica dei grandi colossi della rete. Il dibattito è acceso anche tra chi pensa che servano delle regole per disciplinare il settore e chi invece non è d'accordo.
Tra i big della tecnologia si sono esposti Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk di xAI: pur impegnati in una corsa quotidiana agli annunci, hanno chiesto cautela. Dall'altra parte ci sono Mark Zuckerberg di Meta e Jensen Huang di Nvidia, i quali ritengono che la responsabilità legale e ingegneristica bastino a garantire sicurezza a chi sviluppa le IA, senza frenare il progresso.
Sullo sfondo, poi, c'è la politica. La Casa Bianca, con l'amministrazione Trump, ha più volte ribadito la propria posizione, sottolineato l'importanza di mantenere il primato tecnologico degli Stati Uniti in un settore sempre più centrale nello scenario globale. Anche perché la Cina, il pensiero fisso di Washington, continua a correre con massicci investimenti statali e piani industriali aggressivi volti a colmare il divario con l'Occidente.
Da un lato, quindi, c'è chi sostiene l'avanzamento ad ogni costo: qui si concentrano le figure convinte dell'inevitabilità del progresso. In questa direzione spinge Nvidia, guidata anche da interessi economici visto che i suoi semiconduttori costituiscono l'infrastruttura materiale della rivoluzione artificiale. Huang ha detto: “La sicurezza è una questione ingegneristica, non legale. In fin dei conti, stiamo sviluppando software”.
Una linea che trova riscontro anche nella politica di Donald Trump, deciso ad azzerare ogni freno per preservare il vantaggio tecnologico di Washington su Pechino. Sulla questione si è esposto anche il vicepresidente Usa JD Vance, che ha respinto la richiesta delle big dell'intelligenza artificiale di imporre nuove regole. Vance ha detto: “Se state creando Frankenstein, fermatevi. Se avete intenzione di creare Frankenstein, non venite dal governo a dire che servono regole”.
La linea di Trump, che vuole preservare il vantaggio sulla Cina, trova favorevole anche Mark Zuckerberg. L'amministratore delegato di Meta ha respinto l'ipotesi di un accordo tra aziende per rallentare lo sviluppo dell'IA, rivendicando la piena autonomia dei singoli laboratori nella gestione della sicurezza e proponendo il ricorso a revisori indipendenti al posto di moratorie collettive. Il fondatore di Meta ha detto: “Sull'IA non serve rallentare ma costruire fiducia”.
Sul versante opposto, poi, troviamo le voci più allarmate, spesso nate all'interno delle stesse società di punta. Dario Amodei, co-fondatore di Anthropic, ha formalizzato la richiesta di una pausa per dare agli sviluppatori il tempo di integrare requisiti di sicurezza fondamentali senza intaccare la competitività americana.
In una posizione più complessa e sfumata, invece, si trova Sam Altman di OpenAI, che, dopo aver messo in guardia dal rischio di perdere il controllo e dalle derive distopiche legate alla concentrazione del potere tecnologico, ha diffuso messaggi di rassicurazione, dichiarando piena fiducia nella capacità del settore e della propria azienda di sviluppare l'IA senza timori per l'umanità. Secondo il Financial Times, comunque, all'interno di OpenAI e Anthropic sarebbero emerse tensioni riguardo alle posizioni dei Ceo.
Nel mezzo, poi, ci sono giganti come Google e Amazon. Le due multinazionali, forti di una lunga esperienza nelle dinamiche regolatorie statunitensi, stanno adottando un posizionamento più neutrale e calcolato: secondo gli esperti, si tratta di un atteggiamento tipico dei grandi conglomerati, che evitano l'esposizione diretta nelle dispute politiche così da proteggere le proprie infrastrutture e le rispettive quote di mercato senza alienarsi l'opinione pubblica.
Le inquietudini legate all'intelligenza artificiale stanno ormai investendo anche i livelli istituzionali. Per fare un esempio, il consiglio comunale di New York ha fissato per il 5 ottobre 2026 un'udienza pubblica straordinaria interamente dedicata all'intelligenza artificiale, invitando a partecipare formalmente sia OpenAI che Anthropic, con il riferimento esplicito alla recente ondata di rapporti e analisi che mettono in guardia contro il potenziale della tecnologia.
Se andiamo a leggere "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello, troviamo un'intuizione che si rivela profetica di questi nostri tempi. C'è una scena che vale più di molte analisi sulla condizione dell'uomo contemporaneo: Mattia, diventato Adriano Meis, scopre che senza un'anagrafe che lo registri non può sposarsi, non può denunciare un furto, non può possedere nulla, è libero, ma è una libertà che non serve a niente, perché la società non riconosce ciò che non funziona secondo le sue regole.
Luigi Pirandello, con un secolo di anticipo, aveva già capito una cosa che oggi ci sembra la minaccia svelata dall'avvento dell'intelligenza artificiale: non esistiamo se non in quanto funzioniamo e se non funzioniamo siamo appunto dei “fu”.
È da qui che si dovrebbe iniziare per comprendere e approfondire una paura molto diffusa, altrettanto dialettizzata e allo stesso tempo poco indagata, quella di essere sostituiti dalle macchine.
Mattia Pascal, prima ancora di diventare Adriano Meis, è già un ingranaggio, bibliotecario in una biblioteca polverosa e deserta, marito infelice, uomo schiacciato da una suocera in un matrimonio subìto più che scelto: la sua vita a Miragno è già la vita di uno strumento, non di una persona; la fuga a Montecarlo, la vincita, la falsa morte, tutto questo non nasce dal desiderio di essere finalmente sé stesso, piuttosto dà sollievo per non essere più in quel ruolo.
Il problema è che Mattia non trova, fuori da quel ruolo, un'identità: trova soltanto l'assenza di un ruolo, di una funzione.
La paura di essere “sostituiti” dall'AI, dalla macchina, non nasce con l'avvento della macchina, ma molto prima, quando cioè abbiamo accettato, o subìto, di essere valutati e di valutarci esclusivamente per la funzione che svolgiamo. Se io sono, ai miei stessi occhi, prima di tutto un produttore di risultati, un esecutore di compiti, un “erogatore” di prestazioni, allora è ovvio che qualunque cosa esegua meglio quegli stessi compiti (meglio, più in fretta e senza stancarsi) diventi una minaccia esistenziale. Non ho semplicemente paura di perdere un lavoro, ho paura di scoprire che l'unica cosa che mi rendeva qualcuno era sostituibile.
A questo punto varrebbe anche la pena di ricordare René Girard perchè il suo concetto di desiderio mimetico è più utile di quanto sembri.
Per Girard non desideriamo mai le cose in modo autonomo: desideriamo secondo il desiderio dell'altro, tendiamo ad imitare un modello. Il problema è che in una società che ha fatto della produttività o della visibilità (pensiamo ai social) il proprio modello supremo, l'unico realmente condiviso, l'unico che non richiede giustificazioni, abbiamo imparato a desiderare di essere efficienti o famosi prima ancora di desiderare di essere felici.
Non c'è l'AI all'origine dell'invenzione di un modo di trattarci “ridotto”. C'è invece una lunga catena di uomini che hanno guardato altri uomini trattarsi come strumenti. Molti li hanno imitati, convinti che fosse quella la strada per essere riconosciuti, amati, rispettati, pagati.
Quando poi arriva un ingranaggio che funziona meglio, un “accrocchio”, qualcosa di meccanico, capace di fare meglio la stessa cosa, quello che vacilla non è soltanto un ruolo economico. Vacilla lo stesso modello imitativo, perché il modello a cui eravamo conformati ci si rivolta contro: se il valore è la funzione, e la funzione può essere replicata e superata da una macchina, allora io, che ho costruito la mia identità sulla funzione, divento strutturalmente sostituibile e quindi perdo la mia “identità”.
Non è un incidente di percorso. È la logica conseguenza di aver accettato quella regola del gioco.
Anche Pier Paolo Pasolini aveva intuito qualcosa di simile con largo anticipo, parlando di una “omologazione” antropologica, prodotta non dal fascismo ma dal benessere e dai “consumi”.
La sua tesi, ripresa a più voci negli ultimi cinquant'anni, è piuttosto radicale: il consumismo non ci rende soltanto simili in superficie, nei gusti, ci rende simili nella natura profonda che assegniamo a noi stessi. Trasforma le persone in beni da consumare e consumatori a loro volta consumati dal ciclo produttivo.
L'omologazione pasoliniana è l'esito storico e sociale di quella stessa imitazione applicata su scala di massa e diventata cultura, pubblicità, linguaggio e pensiero comune.
Se la persona è già, ben prima dell'avvento dell'AI, un oggetto da ottimizzare, il proprio corpo da rendere performante, il proprio tempo da rendere produttivo, la propria mente da rendere efficace, allora la macchina intelligente non introduce nessuna novità. Porta semplicemente a compimento una logica che avevamo già accettato per noi stessi.
È per questo che la paura dell'AI è così forte e così povera insieme: fortissima perché tocca un nervo scoperto reale (la sopravvivenza economica, il senso del proprio ruolo sociale); povera, perché resta interamente dentro l'orizzonte che ha generato il problema, quello della produttività e del funzionamento.
Il romanzo di Pirandello non si chiude con una rivincita, ma con un'accettazione paradossale: Mattia torna a Miragno e scopre che la vita è andata avanti senza di lui, che sua moglie si è rifatta una famiglia, e decide di non distruggerla.
Non riprende il suo posto, accetta di essere un “fu”, vivo, ma socialmente morto, escluso dal ciclo delle funzioni e dei ruoli che la comunità gli aveva assegnato e poi ha riassegnato ad altri.
Rileggere “oggi” il finale de “Il fu Mattia Pascal” mette in luce la sua portata profetica. Non è la storia di un uomo sconfitto dalla macchina sociale: è la storia di un uomo che, uscito per un momento dall'ingranaggio, scopre di non avere altro linguaggio per descriversi se non quello dell'ingranaggio stesso. Anche la sua libertà da Adriano Meis è pensata e vissuta in termini funzionali: cosa posso fare, cosa non posso fare, cosa mi è permesso possedere. Mai è pensata nei termini di chi sono io, oltre e aldilà di ciò che faccio.
Ed è proprio questo il punto cieco che dovremmo guardare in faccia parlando di AI. Non sappiamo più immaginare un valore della persona che non sia legato a una prestazione, a un output, ad un “like”, ad un risultato misurabile. Per questo, quando qualcosa minaccia una prestazione migliore e più rapida della nostra, non abbiamo altro registro con cui reagire se non quello della competizione e la perdiamo in partenza, perché è una gara con una macchina progettata per quello ed essa vincerà quasi sempre perché è più veloce ed ha maggiori potenzialità.
L'unica via d'uscita reale non è tecnica ma antropologica. Recuperare una idea di persona che non coincida con la sua utilità. Non si tratta di negare che l'AI possa fare meglio di noi molte cose; è già vero oggi, e sarà sempre più vero.
Si tratta di rifiutare la premessa, mai davvero discussa, secondo cui il nostro valore dipenda da quel confronto. Una madre non vale meno di un'infermiera perché non produce assistenza sanitaria in modo efficiente. Un amico non vale meno di un algoritmo di raccomandazione perché non performa meglio nel prevedere i nostri gusti. Da sempre, le scelte che vengono fatte dipendono dalle informazioni ricevute.
Mattia Pascal ci ricorda che si può “sopravvivere” anche fuori dal ciclo delle funzioni sociali, ma il prezzo è altissimo: l'invisibilità, l'esclusione, la vita ai margini. Quella dei fiori portati sulla propria stessa tomba è un'immagine ma anche un avvertimento prezioso.
Papa Leone XIV, nell'introduzione della sua prima enciclica Magnifica humanitas, ci provoca così: “Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?”. Qui non c'è nessuna AI che possa rispondere per noi, nessuna imitazione: siamo unici anche perché dotati della volontà.
Allora cosa possiamo fare? Ad esempio, lasciarci provocare da “modelli”, testimoni umani viventi, donne e uomini capaci di suscitare tutta la domanda di senso che ci costituisce. Questo è il lavoro dell'uomo, la sfida per la vita di ciascuno: scoprire cosa desideriamo davvero e se il nuovo mondo ci porta alla felicità infinita o alla morte eterna senza riuscire a vivere nemmeno come “Il fu Mattia Pascal”.
Fonte: di Salvatore Rondello










