L’ITALIA TRA DEBITI UE E DAZI USA di Carlo Giannone
26-01-2026 - EDITORIALE
La legislazione di fine anno può essere considerata corretta sul piano contabile, ma lascia trasparire una serie di rilevanti nodi da sciogliere, relativi all'inadeguata copertura distributiva e al bisogno di una netta revisione dell'intera politica fiscale. Ne conseguono implicazioni negative sulle prospettive di sviluppo nel prossimo triennio, data la struttura predeterminata del nuovo Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), che ha sostituito la "Nota di aggiornamento" (Nadef) con i dati sulla situazione economica dei singoli paesi membri.
I maggiori punti critici riguardano fisco, crescita e debito. Nonostante il tenue calo nel secondo scaglione IRPEF, i cui effetti si dispiegano nel tempo, si elude tuttora il dettato dell'art. 81 Cost. di un sistema improntato a criteri di progressività, teso a realizzare una concreta redistribuzione della ricchezza e non solo l'efficienza, mentre ben l'85% del gettito totale ricade su lavoro e pensioni.
Il magro aumento di occupati sul Pil, di +0.7% nel 2023 e 2024 (e due giorni feriali in più), implica un ammontare, in unità equivalenti, del solo 2.3%, per cui la pressione tributaria, passata dal 42,5% (+1,5%) nel 2024 a 42.8% nel 2025 è ascrivibile al ‘drenaggio fiscale' (fiscal drag) sui redditi medi. Ne deriva il paradosso italiano di avere, di fatto, tassato l'inflazione al posto dei redditi, accantonando gravi disparità sociali, tra cui quella della mancata applicazione, rinviata da anni, del salario minimo. Poiché, inoltre, il Dpfp rileva solo il comparto privato - caso unico nell'Ue – non recupera l'inflazione del biennio 2022-23, limitandosi a prevedere per i dipendenti pubblici un rimborso di 5 Md, rispetto ai circa 17-25 Md incassati, che formano oggetto di tensioni su tempi e valori contesi.
Il trend citato condurrà intanto, nel 2027, a un debito di 137 Md e ad un salto, nel 2028, degli oneri per interessi da 3.9% a 4.3%, per una coppia di cause congiunte: minori entrate di cassa legate alla fine del "superbonus" e effetto "palla di neve" (snowball), non coprendo il calo del rapporto D/Pil.
Le nuove regole Ue, incentrate sulle spese nette, implicano un tasso di crescita fissato preventivamente nel "Piano strutturale di bilancio" (Psb) e modifiche della spesa primaria mediante misure discrezionali, come rottamazione dei crediti, ‘una tantum' e sopravvenienze (windfall gains), escludendo altri tipi di uscite. L'esecutivo ne ha fatto uso con la nutrita serie di interventi, tra cui mini tasse, balzelli ed età pensionabile, nei decreti ‘omnibus', quale nefanda prassi di altre coalizioni.
In vista dell'obbligo di consegna alla Commissione Ue del Dpfp entro il 15 ottobre, ci si è in sostanza preoccupati soprattutto di evitare con un anno di anticipo la procedura triennale di infrazione, comminata per eccesso di disavanzo, ponendo ulteriori vincoli alle già precarie capacità di azione.
La legge di bilancio trova così spiegazione nel dover disporre di adeguati margini per i programmi predisposti a livello Ue sui vari fondi per la Difesa, nell'impervio contesto internazionale. Ne consegue l'immediato consenso a enormi poste a debito per spese militari, assenti nei documenti citati, relativi a concrete ipotesi di finanziamento concertate in sede Ue di titoli del tipo "SAFE" (Simple Agreement for Future Equity). Essi sono ben accetti a una gestione ondivaga che, in sintonia con molti "vicini" e celando il suo marchio d'origine, agevola un capitalismo cannibale, senza dare pari valenza a capitale e lavoro e i gradi di libertà e eguaglianza sintesi di reale democrazia economica.
Ciò avrebbe trovato adeguato spazio in un assetto di unione politica, quale ispirata all'utopia dei Padri Fondatori e oggi riproposta da fonti autorevoli, di un bene pubblico "perfetto" come la Difesa e sforzo a carico dei singoli cittadini, atto a incentivarne la partecipazione a scelte collettive comuni. Resta, invece, il disagio di dover stimare le probabilità e le linee di tendenza del profondo sconvolgimento globale creato da rapporti di forza e dominio, in un incerto domani, ove gestito dalla medesima compagine di decisori. Un cenno, infine, oltre Atlantico al forsennato Presidente, crogiolato nella pia illusione di tariffe che da sempre rovinano i rapporti mondiali. Gli economisti, è noto, sono di scarso aiuto in tali previsioni, poiché nel lungo periodo saremo tutti … uguali!
I maggiori punti critici riguardano fisco, crescita e debito. Nonostante il tenue calo nel secondo scaglione IRPEF, i cui effetti si dispiegano nel tempo, si elude tuttora il dettato dell'art. 81 Cost. di un sistema improntato a criteri di progressività, teso a realizzare una concreta redistribuzione della ricchezza e non solo l'efficienza, mentre ben l'85% del gettito totale ricade su lavoro e pensioni.
Il magro aumento di occupati sul Pil, di +0.7% nel 2023 e 2024 (e due giorni feriali in più), implica un ammontare, in unità equivalenti, del solo 2.3%, per cui la pressione tributaria, passata dal 42,5% (+1,5%) nel 2024 a 42.8% nel 2025 è ascrivibile al ‘drenaggio fiscale' (fiscal drag) sui redditi medi. Ne deriva il paradosso italiano di avere, di fatto, tassato l'inflazione al posto dei redditi, accantonando gravi disparità sociali, tra cui quella della mancata applicazione, rinviata da anni, del salario minimo. Poiché, inoltre, il Dpfp rileva solo il comparto privato - caso unico nell'Ue – non recupera l'inflazione del biennio 2022-23, limitandosi a prevedere per i dipendenti pubblici un rimborso di 5 Md, rispetto ai circa 17-25 Md incassati, che formano oggetto di tensioni su tempi e valori contesi.
Il trend citato condurrà intanto, nel 2027, a un debito di 137 Md e ad un salto, nel 2028, degli oneri per interessi da 3.9% a 4.3%, per una coppia di cause congiunte: minori entrate di cassa legate alla fine del "superbonus" e effetto "palla di neve" (snowball), non coprendo il calo del rapporto D/Pil.
Le nuove regole Ue, incentrate sulle spese nette, implicano un tasso di crescita fissato preventivamente nel "Piano strutturale di bilancio" (Psb) e modifiche della spesa primaria mediante misure discrezionali, come rottamazione dei crediti, ‘una tantum' e sopravvenienze (windfall gains), escludendo altri tipi di uscite. L'esecutivo ne ha fatto uso con la nutrita serie di interventi, tra cui mini tasse, balzelli ed età pensionabile, nei decreti ‘omnibus', quale nefanda prassi di altre coalizioni.
In vista dell'obbligo di consegna alla Commissione Ue del Dpfp entro il 15 ottobre, ci si è in sostanza preoccupati soprattutto di evitare con un anno di anticipo la procedura triennale di infrazione, comminata per eccesso di disavanzo, ponendo ulteriori vincoli alle già precarie capacità di azione.
La legge di bilancio trova così spiegazione nel dover disporre di adeguati margini per i programmi predisposti a livello Ue sui vari fondi per la Difesa, nell'impervio contesto internazionale. Ne consegue l'immediato consenso a enormi poste a debito per spese militari, assenti nei documenti citati, relativi a concrete ipotesi di finanziamento concertate in sede Ue di titoli del tipo "SAFE" (Simple Agreement for Future Equity). Essi sono ben accetti a una gestione ondivaga che, in sintonia con molti "vicini" e celando il suo marchio d'origine, agevola un capitalismo cannibale, senza dare pari valenza a capitale e lavoro e i gradi di libertà e eguaglianza sintesi di reale democrazia economica.
Ciò avrebbe trovato adeguato spazio in un assetto di unione politica, quale ispirata all'utopia dei Padri Fondatori e oggi riproposta da fonti autorevoli, di un bene pubblico "perfetto" come la Difesa e sforzo a carico dei singoli cittadini, atto a incentivarne la partecipazione a scelte collettive comuni. Resta, invece, il disagio di dover stimare le probabilità e le linee di tendenza del profondo sconvolgimento globale creato da rapporti di forza e dominio, in un incerto domani, ove gestito dalla medesima compagine di decisori. Un cenno, infine, oltre Atlantico al forsennato Presidente, crogiolato nella pia illusione di tariffe che da sempre rovinano i rapporti mondiali. Gli economisti, è noto, sono di scarso aiuto in tali previsioni, poiché nel lungo periodo saremo tutti … uguali!
Fonte: di Carlo Giannone










