27 Novembre 2022

"L’ITALIA CIVILE ESISTE ANCORA"

23-11-2022 - LA REDAZIONE
Pubblichiamo volentieri quanto Enzo Marzo dalle colonne di Non Mollare N°117 in data 7 Novembre 2022 ha risposto a Vittorio Sgarbi. Un testo che ci dice come, grazie a Dio, esista ancora una Italia civile. (https://criticaliberale.it/2022/11/07/polemica-con-vittorio-sgarbi-il-grande-inganno-il-fascismo-buono-e-quello-cattivo/)



La risposta di Enzo Marzo a Vittorio Sgarbi.

"POLEMICA CON VITTORIO SGARBI – IL GRANDE INGANNO: IL FASCISMO BUONO E QUELLO CATTIVO"
NOVEMBRE 7, 2022 CRITICA LIBERALE
di Enzo Marzo

Questo articolo è la risposta all'invettiva di Vittorio Sgarbi posta sul suo sito Facebook [1] come commento all'editoriale di e. ma., La bilancia indecente di Sgarbi, Non Mollare n.116, 17 ottobre 2022

Con ammirazione devo dare atto a Vittorio Sgarbi del fatto che sa unire il trasformismo politico, ora tutto puntato verso l'estrema destra, con la riproposizione monotona del peggio di sé, per decenni.
1. Lei, Sgarbi, sostiene che il fascismo fin dal 1935 fu sì «orrore», ma fece anche «cose buone». Nella sua intervista Lei cita l'Inps, la Treccani e l'Accademia dei Lincei. Dimenticandosi dei “treni in orario”. Ecco, mi perdoni, credo che non si possa neppure accostare il valore della Treccani con l'esito spaventoso delle leggi razziali o la guerra. Ma Lei si è offeso ed è andato fuori di testa perché ho fatto notare due strafalcioni sull'INPS e sull'Accademia dei Lincei. Invece di aggredirmi verbalmente, avrebbe fatto meglio a riconoscere i due errori e la cosa sarebbe finita lì. Invece Lei, prima, dà una lezione da scuola media sull'architettura e sulla Treccani e, poi, conferma le Sue due bufale e anzi ne aggiunge una terza, grossolana, sull'Accademia d'Italia.
Privo com'è di senso autocritico, difende l'indifendibile. Vada a guardare il sito ufficiale dell'Inps, dove scoprirà che “l'Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale”, nacque nel 1944, derivò da quella “Cassa nazionale di previdenza per la vecchiaia degli operai”, istituita nel 1898, che nel 1919 assunse la denominazione di “Cassa nazionale per le assicurazioni sociali” e nel 1933 quella di “Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale”. Ogni nuovo nome ovviamente ha comportato un arricchimento della Previdenza.

Ma molto molto più grave è la castroneria sull'Accademia dei Lincei, confusa con l'Accademia reale d'Italia che ora Lei presenta come fiore virtuoso del fascismo, ma che aveva dimenticato di citare nella sua intervista. In effetti, Lei ha compiuto la leggera confusione tra vittima e aggressore. È come se avesse detto che Matteotti fece assassinare – che ne so – Arnaldo Mussolini e che Gobetti, Giovanni Amendola, don Minzoni e altri bastonarono a morte Starace o Balbo.

L'Accademia d'Italia fu istituita contro i Lincei, che da secoli predicavano la libertà di indagine scientifica. L'Accademia d'Italia nacque nel 1929 proprio per fascistizzare la cultura italiana moralmente già in feluca (ci voleva ben poco) e non, come dice Lei «nello spirito che poi è diventato dopo, la caduta del fascismo, quello della rinnovata Accademia dei Lincei». Paradossalmente, dopo tre anni di «preparazione spirituale» (cit. di Mussolini), l'Accademia d'Italia fu inaugurata «ufficialmente nel simbolo del Littorio», il suo compito era quello di giungere alla «perfetta aderenza ai problemi relativi alla posizione storica della nazione». Nel suo Statuto si precisa lo scopo di «conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe». Per ottenere questo fine bisognava liquidare i Lincei. Così, prima, il fascismo nel 1934 impose agli accademici lincei il giuramento accademico, poi arrivò nel ‘39 addirittura al vero e proprio scioglimento dell'Accademia secolare, all'incorporazione del suo patrimonio e all'inserimento dei soci nell'organico dell'Accademia reale d'Italia. S'informi: Croce, accademico del Lincei dal 1920, non giurò all'inizio del ‘35. Con lui altri nove. Forse perché non accettavano quello spirito dell'Accademia d'Italia che Lei tanto ammira. Anzi, fu proprio Croce a denunciare «l'ufficio corruttore» di questa istituzione fascista, che non ebbe una storia, ma soltanto «triste aneddotica». Nel '38 si dimise anche Einstein. Dopo la guerra, l'Accademia d'Italia fu soppressa e Croce, Einaudi, Arangio-Ruiz furono i protagonisti sia della rinascita dei Lincei sia della battaglia per l'epurazione di quegli accademici che erano stati collaborazionisti del fascismo, e che avevano beneficiato della «sconcia amnistia» (cit. Croce) di Togliatti.
La cantonata non è da Lei che addirittura ha smaniato di diventare Ministro della Cultura e che oggi, anche se in un ruolo secondario, con Borgonzoni (approfitti della vicinanza per insegnarle la cartina geografica dell'Italia) e il ministro Sangiuliano, fa parte del terzetto che è la punta di diamante della cultura di destra al governo.

È quasi incredibile che un Sottosegretario alla Cultura non conosca le vicende e le finalità dichiarate dell'Accademia d'Italia, e spacci esattamente il contrario di ciò che fu. È triste che sia digiuno anche delle vicende drammatiche dell'Accademia dei Lincei, ovvero del più illustre istituto culturale italiano. È preoccupante per il nostro futuro che al Ministero della Cultura ci sia un Sottosegretario che tiene in non cale il valore della “libertà di scienza e di coscienza”, così violata dall'Accademia d'Italia. Lo scontro tra Croce e chi aveva imposto il giuramento accademico è esemplare della perfetta incompatibilità tra la cultura liberale e quella fascista, vecchia e nuova.
Se non conosce la storia dell'Accademia dei Lincei, non si può certo pretendere che sia venuto a conoscenza della rivista di sinistra liberale “Critica liberale”, che ha solo 53 anni di vita (non 4 secoli e passa), anche se ha avuto come Presidente del Comitato di presidenza tale Norberto Bobbio (ne ha mai sentito parlare?).

2. E qui arriviamo al punto politico. Nella Sua intervista Lei si intruppa nella schiera sempre più folta dei propagandisti dediti all'incultura delle masse, che distinguono tra due periodi del fascismo reale. Una fase buona e una fase “orrenda” che inizierebbe circa nel 1935 e sarebbe segnata dalle leggi razziali e dall'entrata in guerra. Alcune «scelte sbagliate», minimizza Lei, che non c'entrerebbero col Governo Mussolini della prima parte del Ventennio. Nel primo periodo (quindi quello non “orrendo”), la informo, si eresse un regime dittatoriale criminale, si assassinarono si esiliarono si incarcerarono si confinarono tutti gli avversari politici, si sciolsero Parlamento, partiti e sindacati, si annichilì lo Stato di diritto, si uccise la libertà di stampa, si fascistizzò l'Università, si “educò” militarizzandola persino l'infanzia dagli otto anni in su, si procedette a una schedatura di massa e all'iscrizione pressoché obbligatoria al Partito unico. Il Tribunale Speciale fu istituito nel 1926 e in tutta la sua immonda storia comminò 42 condanne a morte (31 eseguite) e 160 mila furono quelli ammoniti o sottoposti a vigilanza speciale; al confino furono inviati in 12.330. Questo avveniva fin dalla prima parte, quella del “fascismo buono”, quello del “governo Mussolini”, a cui si rifà Fratelli d'Italia che, per motivi di epoche diverse certamente non può appartenere al fascismo storico, ma innegabilmente è di “ascendenza fascista”. Quindi si può tranquillamente attribuire ai dirigenti di Fratelli d'Italia, ma anche alla Lega salviniana e a settori cospicui di Forza Italia, il “fascismo eterno” così ben descritto da Umberto Eco, ovvero quella “personalità autoritaria” che fu studiata e classificata in una ricerca commissionata ad Adorno, e altri, dalla Comunità ebraica statunitense. La consulti, Lei ci si ritroverà perfettamente. La mentalità autoritaria risulta l'esatta antitesi della mentalità liberale. Ha una logica totalitaria e linguaggio e pratica violenta. Ovviamente riconosciamo questa “mentalità o “pancia” nella composizione del Governo, nelle nomine parlamentari e in tutti i primi provvedimenti governativi. E noi, militi ignoti del liberalismo, non ci meravigliamo. Ci scandalizzano semmai gli pseudo avversari di Meloni che soltanto ora cascano dal pero. Dov'erano alcune settimane fa?


3. Lei mi definisce «liberale mancato». Non so che voglia dire. Anche un solo individuo che professi e pratichi l'idea liberale, pure in un deserto, non è mai “mancato”, semplicemente è liberale. Semmai è mancato chi si intruppa con neofascisti e clericali. Se invece si riferisce alla debolezza della “sinistra liberale” posso essere d'accordo con Lei che nella politica partitica la sinistra liberale e liberalsocialista, in questo paese, non ha avuto grande rilievo. Eccetto che col partito d'Azione, con alcuni tratti dei partiti laici e in un certo periodo del partito radicale fino al suo completo snaturamento. Ed è stata sempre fuori dalla grancassa mediatica e propagandistica. Si chieda se questa può essere una delle cause del degrado politico e dell'etica pubblica in cui è precipitato il paese. Pardon, la Nazione.
Ma forse le devo spiegare che tutti hanno diritto a dirsi liberali, basta che dichiarino quali sono i loro punti di riferimento valoriali e politici. Noi di “Critica liberale”, per esempio, quando cerchiamo di praticare quanto dichiarato nell'esergo della rivista (“voce del pensiero laico e liberale italiano e della tradizione politica che difende e afferma la libertà, l'equità, i diritti, il conflitto”), ci riferiamo a personaggi che vanno da Beveridge a Keynes, da Croce ad Einaudi, da Harriet Taylor Mill a suo marito, da Tocqueville a Constant, da Gobetti a Rosselli, da Pannunzio a Ernesto Rossi, da Hobhouse a Berlin, a Russell, a Dahrendorf. Il nostro nemico è il Potere (si legga Montesquieu), e quindi ogni totalitarismo, autoritarismo e monopolio. Non confondiamo il liberalismo con alcuna teoria economica, semplicemente perché non è una teoria economica, né confondiamo il liberismo della scuola italiana con il neoliberismo selvaggio reaganiano e trumpiano. I nomi che le ho fatto le sono ignoti come liberali? Forse sì, dato che professa un liberalismo che contrappone alla “rivoluzione liberale” di Gobetti la “rivoluzione liberale” di Arcore. E quindi i liberali “del suo tipo” (io li chiamo “liberaloidi”) hanno come riferimento Berlusconi, Dell'Utri, Previti, Pera, Tremonti, Tajani, Vittorio Feltri, Fede, Morgan. Noi, tanto per fare un altro esempio, amiamo la Arendt, voi liberaloidi la Santanchè. A ciascuno il suo. Ma nel mondo delle idee ognuno può definirsi come vuole. Todos caballeros. Anche se ora vedo che si tende ad esagerare e cadere nel grottesco giudicando “liberale” persino il clerico-filo nazista Lorenzo Fontana. Il servilismo di parte degli intellettuali italiani non ci risparmierà neppure ben presto un “signor presidente Giorgio” Meloni come rappresentante del liberalismo crociano più schietto. Avremo pazienza. Senza ridere troppo sopporteremo anche i fascio-liberali. Come stiamo sopportando da anni gente come Bertinotti, fuoriusciti dal Pd e persino settori del partito di Letta che si dichiarano convinti davvero che il liberalismo italiano sia quello di Arcore. Come vede, la non conoscenza delle dottrine politiche e della storia culturale del nostro paese è assai estesa. Si consoli, non è solo. L'ignoranza e soprattutto il servilismo sono come i rotoloni Regina, “non finiscono mai”.


4. Ho l'impressione che l'acredine e la maleducazione contro di me, e gli strafalcioni che Le sono sfuggiti, ma confermati e ampliati, siano frutto della fretta di cogliere l'occasione per l'ennesima adulazione di Meloni, e di recenti aspirazioni frustrate. Elabori il lutto. Lo dico per il suo bene: si acquieti, abbandoni la Curva Sud, con la sua storia di trasformista compulsivo un posto in lista lo troverà sempre. Ha già cambiato casacca per ben 18 volte – se ho fatto bene i conti – passando per quasi tutti i partiti-liste, dal PSI fino all'estrema destra novax, una volta persino piatendo un posto in lista contemporaneamente dal Pci e dal Psi. Ma senza fortuna. Neppure Pera o Tremonti o Scilipoti potranno insidiare il suo record. Mi dia retta, si calmi, altrimenti corre il rischio di accentuare – come in quest'ultima polemica – quegli aspetti che già notò Federico Zeri, sommo critico d'arte, e che il suo collega di partito, Giuliano Urbani, riprese facendoli suoi: «narcisista, presuntuoso, impreparato, superficiale». [2]
Codicillo: Lei si compiace delle sue “parolacce”, Le do atto che è davvero insuperato re del turpiloquio pubblico, anche in Parlamento. Però Lei accosta il suo nome a quello di Céline, ebbene non si allarghi troppo: Céline è un grande scrittore “maledetto” che sta nella Pléiade mentre Lei sguazza col solito copione rissoso nelle trasmissioni-spazzatura di RaiSet.

P.s: Dato che alcune informazioni di Vittorio Sgarbi sui rapporti tra Critica liberale, il quindicinale online “Non Mollare” e “Il Fatto quotidiano” sono inesatte e possono far nascere equivoci, preciso che io non sono stato mai un collaboratore del “Fatto quotidiano” cartaceo e che il “Fatto quotidiano online” molto gentilmente ospita tra i suoi blog una Premessa e l'Indice di ogni nuovo numero del “Non Mollare”. E quindi, mostrando grande liberalità, accoglie un “diverso parere”, dato che abbiamo opposti giudizi sia sul governo Conte 1 sia sul Governo Draghi sia, soprattutto, sull'invasione dell'Ucraina. Ricordiamo anche che, prima, “l'Unità” di Furio Colombo e di Antonio Padellaro e, poi, “il Fatto” di Padellaro e di Travaglio furono in prima linea nella battaglia contro il regime illiberale di Berlusconi. E quindi noi di “Opposizione civile” (Paolo Sylos Labini, Enzo Marzo e Elio Veltri) ce li trovammo a fianco.


NOTE

[1] Replica alle scemenze di Enzo Marzo, liberale mancato (e frustrato) al servizio de “Il Fatto” di Vittorio Sgarbi [titolo dell'autore, “Non Mollare” si scusa con i lettori per il turpiloquio presente nel testo]
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=tmiZPvoIKiI

Enzo Marzo – nome a tutti ignoto, liberale mancato e intellettuale pieno di livore e di rancore con chi ha avuto successo, non essendo arrivato a raggiungere la notorietà neanche nel suo condominio – si è spostato da una rivista liberale che aveva servito (e quindi con spirito non liberale) a il Fatto, il giornale più antiliberale che esiste (anzi al blog del fatto), dove, mentre io parlo di patrimonio artistico di beni culturali – che io conosco e certamente lui largamente ignora – mi attribuisce di avere un atteggiamento di ossequio nei confronti della Meloni, naturalmente richiamandola ai valori fascisti, che certo non le appartengono. E siccome si parla necessariamente di fascismo (perché è quello che si rimprovera alla Meloni), occorre dire che tutto il fascismo è orrore e violenza. E in questo si fa una considerazione che, come io dico sempre, valuta non il governo di Mussolini, ma le scelte sbagliate da un certo momento (dalla metà degli anni ‘30 e poi dal ‘38 in avanti e poi con la guerra) che hanno reso vane e immemorabili anche le cose buone. Le quali sono prima di tutto nell'architettura, caro Marzo, in quella architettura che, nella sua ignoranza, ha avuto il vincolo di patrimonio dell'UNESCO, quindi di patrimonio dell'umanità, per la città di Asmara (solo perché quella città di fondazione è in Eritrea, perché l'Italia si vergogna di avere città fasciste). E in questo un architetto inglese ha indotto l'UNESCO a fare questa declaratio, a dare questa indicazione di patrimonio mondiale, di patrimonio universale. È chiaro che se tu lo fai per Asmara devi farlo per Latina, devi farlo per Sabaudia, devi farlo per Tresigallo, devi farlo per l'EUR. E quindi questo sta a significare quello che è evidente a tutti: che l'ultimo stile italiano è lo stile fascista e che è una grande architettura, degna di Palladio e di Bramante, è la “Casa del Fascio”, così si chiama, di Terragni a Como. Questo è un dato sicuro. O la vuole bombardare? O la vuole buttare giù? O vuole dire che tanto è orrore? No non è orrore e l'UNESCO lo dimostra. E, sul piano della allusione, avere vincolato, avere indicato Asmara, vuol dire indicare tutte le architetture e le città che il fascismo ha voluto e anche le città di fondazione come Latina.

Allora questo è la premessa per quello che io ho detto, riassumendolo in queste frasi, in un'intervista, in cui ovviamente poi l'intervistatore può trascrivere anche alcune cose con una qualche imperfezione. Ma ribadisco tutto e rilancio l'accusa di ignoranza della storia e delle istituzioni al signor Marzo, nella sua nullità, nella sua volontà soltanto di fare delle piccole critiche per livore, rancore personale, invidia e fallimento umano. Egli è un fallito. E, in quanto fallito, chi ha avuto successo per lui – ma non soltanto io, anche Morgan (che è un uomo di grande intelligenza, di grandi capacità, di grande libertà), che naturalmente per lui va indicato come se fosse uno che, avendo preso la mia posizione, avendo preso le mie difese o avendo sostenuto la mia parte, è da guardarsi come se fosse cosa modesta e marginale. Io ho dichiarato in quell'intervista, caro signor Marzo: «il fascismo è stato un momento storico durato vent'anni, con pagine orrende come le leggi razziali e la limitazione della libertà [mi pare sufficiente], ma non è un fenomeno che possa essere ridotto all'olio di ricino e alla violenza: il fascismo è stato anche la Treccani, l'INPS, l'accademia dei Lincei».

Sulla Treccani non mi può contestare, perché che Treccani degli Alfieri, il cui figlio poi è stato un rappresentante dell'arte per la Resistenza, Ernesto Treccani, sia il fondatore della enciclopedia che si usa ancora (che si chiama Treccani), è indiscutibile, è stata fondata e voluta durante il fascismo. Non “dal fascismo”, benché Giacomo Noventa dica: «il fascismo non è stato un errore contro la cultura italiana, ma un errore della cultura italiana». E quindi quello che vale per la Treccani è di essere un'espressione della cultura al tempo del fascismo. Naturalmente questo vale anche per molti artisti: vale per Sironi, vale per Cambellotti, vale per il bellissimo libro – che lei non conoscerà ovviamente – che è “L'invenzione di una prefettura”, di Leonardo Sciascia, sincero democratico, radicale, il quale ha fatto togliere le coperture agli affreschi di Cambellotti, in cui si rappresentava il Duce per dire che quella era una storia che non andava nascosta. Quindi queste attività, espresse dal fascismo come tutta l'arte di Novecento voluta dalla Salfatti, oggi hanno un amplissimo rispetto e sono valori positivi elaborati durante il fascismo e anche nello spirito fascista. Come tutti i busti di Mussolini tra cui i capolavori di Adolfo Wildt, che lei ignora, e altri di altri maestri.

Allora, Treccani non possiamo dire niente. Così come sull'INPS. Ecco che subito diceva: «Sgarbi non sa che l'INPS è stata fondata nel 1898». Sì sì, certo, è stata fondata una istituzione, ovviamente di previdenza sociale: si chiamava “Cassa Nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia”, quindi benissimo. Infatti non ho parlato della CNIV, ho parlato dell'INPS. Andiamo a leggere: «l'INPS è stata fondata nel 1923 con Regio decreto del governo Mussolini e si è chiamata soltanto “Cassa Nazionale per la sicurezza sociale” (quindi con un altro nome, e quindi saremmo all'inizio del fascismo), ma durante il fascismo, il 27 marzo del '33 ha preso nome “Istituto Nazionale della Previdenza Sociale”, INPS. Quindi, caro ignorante lei, l'INPS, chiamata INPS, nasce nel '33. Il resto è altro nome. E quindi di cosa parla, se non per livore, per impedirmi di dire una verità?

Treccani. INPS. Andiamo all'Accademia dei Lincei. L'Accademia dei Lincei, che io definisco per tale, ha una dimensione diversa in cui lei potrebbe sembrare aver ragione, perché l'Accademia dei Lincei nasce ovviamente nel 1603, per volontà di Zucker (?) [3] – io tra l'altro sono accademico di San Luca, quindi sono all'interno di quelle accademie, che hanno una lunga storia. Però, nel 1926, Benito Mussolini inventò l'Accademia d'Italia, che era quello che oggi è tornato a essere l'Accademia dei Lincei, riprendendo il nome. Quindi è stata cancellata l'Accademia dei Lincei ed è diventata Accademia d'Italia. L'intervistatore probabilmente ha sovrapposto i due nomi della stessa. Si chiama, ma nacque l'Accademia d'Italia nel 1926, nello spirito che poi è diventato, dopo la caduta del fascismo, quello della rinnovata Accademia dei Lincei. Ma qui c'è un passaggio interessante: quando Mussolini inventò l'Accademia d'Italia – di cui erano rappresentanti grandi fascisti come Marconi, come Fermi, come (spero, credo) anche Pirandello, sempre fascista – quindi il fascismo ha espresso anche loro, caro modesto Marzo, ignorante Marzo! – il presidente dell'Accademia dei Lincei si dimise. Si chiamava Vito Volterra. Gesto alto, gesto importante, in contrasto con il regime. Ebbene lei non sa, nella sua ignoranza, che io, sindaco di Sutri (e credo unico sindaco in Italia negli ultimi 20 anni), oltre ad aver dato vie a Croce, a Zeri, anche a Julius Evola, ho dato una strada (che è stata inaugurata alla presenza di Odifreddi, il grande matematico) a Vito Volterra. Ho onorato quel grande scienziato, che si dimise contro il fascismo. Quindi lei pensa di attaccare me, ma lei è ignorante come una capra e attacca me soltanto perché io le faccio ombra, da sempre, da liberale riconosciuto a liberale sconosciuto che scrive sul Fatto (il giornale più illiberale del mondo) e la contesta punto per punto: INPS (durante il fascismo INPS), Treccani e Accademia d'Italia. E per il resto, caro Marzo, VADA A FARE IN CULO! Dicevo anche questo perché lei è contento che ci sia Casini al Senato, perché non dice parolacce. Io le dico. Le dico quanto mi pare. Le dico come le diceva Céline, come le diceva Henry Miller, come è normale dire quando si ha davanti una testa di nulla come lei.

[2] Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Sgarbi del 5-11-2022

[3] Dall'audio non è chiaro a chi Sgarbi attribuisca la fondazione dell'Accademia dei Lincei. Il fondatore unanimemente riconosciuto fu Federico Cesi, studioso di scienze naturali, che la promosse con tre giovani amici, l'olandese Giovanni Heckius, Francesco Stelluti e Anastasio de Filiis.


Lo spaccio delle idee accademie [1]
Benedetto Croce


Vedo che parecchi giornali, con molta, con troppa benevolenza verso la mia persona, vagheggiano la mia nomina a presidente dell'Accademia d'Italia.
Poiché il silenzio questa volta potrebbe far nascere equivoci o dubbî sul mio atteggiamento, sono costretto a dichiarare che, secondo il mio modesto avviso (che è per altro un mio fermo convincimento), l'Accademia d'Italia, notoriamente creata come mezzo di allettamento e di asservimento verso gli uomini di arte e di scienza italiani, e che purtroppo ha largamente esercitato il suo ufficio corruttore, non può in niun modo essere conservata nella nuova Italia e deve essere senz'altro abolita, ristabilendo nell'atto stesso l'Accademia dei Lincei, istituita da Quintino Sella, che ha ben altri e nobili ricordi e ha tanto e seriamente lavorato per gli studî italiani, la quale fu soppressa per far largo alla nuova. Ciò è necessario, e un po' prima e un po' dopo dovrà ineluttabilmente esser fatto; e sarebbe meglio farlo sin da ora, appagando il voto di tutti coloro che non possono dimenticare l'origine e il carattere dell'Accademia d'Italia e conoscono la sua, non già storia, ma triste aneddotica.
Vi sono certamente in questa Accademia, accanto a gente di nessun merito e che non hanno punto curato la loro dignità morale, taluni uomini valenti; ma questi potranno passare nelle classi di scienze e di lettere dei risorti Lincei, con provvedimento di cui si studierà il modo e la forma dopo l'abolizione dell'una e la ricostruzione dell'altra accademia. Anche qui, non vendetta e non crudeltà, ma discernimento e giustizia, accompagnata da qualche umana indulgenza.

Per quel che mi riguarda (e sono dolente di dover accennare alla mia persona, che non io ma altri ha stimato, sia pure con ottime intenzioni, di chiamare in causa a questo proposito) sono e resterò affatto estraneo alle sopraddette e alle altre reali accademie, avendo già pregato cortesi amici di desistere dal loro pensiero di restituirmi al mio antico posto in taluna di esse, dalla quale, per rifiuto di giuramento, venni (e in forma legalmente poco corretta) escluso. Sono molto innanzi negli anni e vorrei all'estremo della mia vita somigliare almeno in questo a Giordano Bruno: nell'essere accademico di nulla accademia; augurando a me stesso soltanto di poter ancora, ove gli eventi me lo consentano, con le forze che mi rimangono condurre a termine alcuni miei lavori, e rendere ancora qualche servigio agli studî da me sempre prediletti. Sic me contingat mori! [2]

16 agosto 1943.
* Tratto da Benedetto Croce, Scritti e discorsi politici, vol. II, Laterza, p.125.



NOTE

[1] Nel «Giornale d'Italia» del 20 agosto 1943; ma il governo del re non volle sapere allora della mia proposta, di cui la censura a stento lasciò correre la pubblicazione, vietando altri articoli in proposito.
[2] Abolita più tardi l'Accademia d'Italia e deliberata la ricostituzione di quella dei Lincei, si poté leggere nei giornali (v. Risorgimento liberale» del 16 novembre 1944, e altri) questo piccolo saggio, riguardante un unico punto e risultato di un primo esame del Commissario liquidatore prof. Rivera del modo in cui quell′accademia adoperava il pubblico danaro. La noterella aveva per titolo: Quanto costava il presidente di un'accademia fascistica:
«l'Accademia d'Italia ora abolita, ha sempre fatto (come i mietitori ebbri della Figlia di Iorio si proponevano verso Mila di Codra) “le cose alla grande”, disdegnando la parsimonia delle vecchie accademie italiane. Ma, con la presidenza del Federzoni, le fece alla grandissima.
«Il personale amministrativo arrivò a circa un centinaio di impiegati, avventizî o comandati da altre amministrazioni; con assunzioni che erano favoritismi, con assegni ed indennità speciali, da niente giustificati. Cosicché in un bilancio annuo di sei milioni le spese per la stampa prendevano meno della settima parte, lire ottocentomila.
«Ma le spese maggiori furono per la persona del presidente, perché se i precedenti, Tittoni e Marconi, si contentavano, oltre del normale assegno accademico, di un'automobile, di un segretario, di un commesso e di un autista, il nuovo presidente chiese ed ottenne che gli si serbasse tutto quanto egli riscuoteva come presidente del Senato, nella somma di lire quattrocentomila annue, oltre dell'abitazione gratuita nella Farnesina e del personale subalterno per la sua famiglia, composto di tre camerieri, un cuoco ed un autista, pei quali, nel solo periodo dal 1939 a luglio 1943, si spesero lire dugentoventunmila. Le automobili per lo stesso periodo costarono lire quattrocentomila. Nel 1939 egli si fece costruire una carrozza salone che costò lire cinquecentocinquantasettemila, pagabili in venti rate annuali, di cui solo quattro finora pagate.
«La sua segreteria particolare era composta di un segretario particolare, di un coadiutore, di due coadiutori, di due stenografi e di un archivista, che costarono lire quattrocentoventimila. L'ufficio tecnico si componeva di un direttore, di un vicedirettore, di un geometra, di un assistente che costarono lire trecentocinquantasettemila, oltre una spesa per operai nell'anno 1942-43 di lire novantaduemila. La spesa di manutenzione degli immobili fu per lo stesso anno di lire dugentocinquantaduemila. Non si sono trovati elementi per gli anni precedenti e susseguenti. Le spese per la toletta e per l'archivio privato del presidente (onde fu necessario dividere con tramezzi due sale della Farnesina) ammontarono a lire settantamila.
«Il presidente faceva pesare, inoltre, sul bilancio dell'Accademia, gli abbonamenti ai telefoni dei suoi domicili di Roma e di Bologna, l'abbonamento al palco del Teatro Reale dell'Opera, l'indennità di missione per un impiegato, che lo seguiva anche nei mesi estivi a Bologna e Montecatini.

«E poiché la sua grandiosità si spandeva tutto intorno, è da aggiungere che, per es., nel palazzo Corsini, già sede dei Lincei, i due telefoni, che eran più che bastevoli alla vecchia accademia, si sono ritrovati moltiplicati nel numero di trentuno!

«E dire che nelle nostre Accademie Reali tutto il servizio si faceva da uno o due impiegati, e non solo i presidenti non avevano alcuno stipendio né indennità, ma nemmeno i segretarî tesorieri, che erano per turno i socî stessi. I socî della Reale di Napoli avevano una pensione di lire quaranta all'anno ed un gettone di quindici lire per ogni tornata; quelli della Pontaniana, che erano un centinaio, dividevano, per ogni tornata, tra i soli intervenuti, lire cento, come spesa per la ‘carrozzella'. Così ‘vile e bassa', ma insieme operosa, era l'italietta, che non avrebbe neppure alla lontana sognato gli splendori da ‘Mille e una notte' dell'Accademia d'Italia».







Fonte: di LRD
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L'AVVENIRE DEI LAVORATORI
Periodico socialista fondato 1897.
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IL PONTE RIVISTA
Rivista di politica economica e cultura
fondata da Calamandrei
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CRITICA LIBERALE - NON MOLLARE
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Quindicinale on line di Critica Liberale,
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