L’EURO DIGITALE

di Salvatore Rondello


Coi passi in avanti compiuti dalla Bce e dal Parlamento europeo, l'euro digitale potrebbe essere presto una realtà da non confondere con la moneta elettronica già esistente. Alcuni ricorderanno l'uscita della canzone Money dei Pink Floyd nel 1973, dove il denaro diventava rumore e ritmo; adesso sta diventando silenziosamente codice, memoria e infrastruttura.

La canzone dei Pink Floyd comincia prima ancora che inizi la musica: si sentono monete, cassetti di registratori di cassa, carta strappata, ingranaggi. Il denaro è presente come materia e come ritmo. Tintinna, cade, viene contato, passa di mano. È il suono meccanico di una società che ha trasformato la ricchezza in una pulsazione collettiva. Poi arriva la voce, che invita sarcasticamente ad afferrare il denaro con entrambe le mani, a tenerlo stretto e a spenderlo in un'auto nuova, in caviale, in un jet privato, magari perfino in una squadra di calcio. Infine, emerge la morale ipocrita: il denaro sarebbe la radice di tutti i mali, purché nessuno tocchi la propria fetta di torta.
Con Money Roger Waters mette in scena l'avidità e smaschera il doppio linguaggio della società moderna, nel quale il denaro viene pubblicamente disprezzato e privatamente adorato, dichiarato volgare ma assunto come misura universale del successo, condannato come fonte di corruzione mentre ogni relazione viene progressivamente tradotta in prezzo. Così, gli usi e i costumi della società ruotano attorno al consumismo ed al potere del dio denaro.

Cinquantatré anni dopo, quel registratore di cassa continua idealmente a battere il tempo, ma il denaro rischia di perdere il proprio rumore. Il tintinnio delle monete, il loro peso e perfino il rigonfiamento di una banconota nel portafoglio stanno scomparendo dallo spazio fisico per trasformarsi in cifra sullo schermo, impulso elettronico, autorizzazione digitale.

Il 9 luglio 2026 il Parlamento europeo ha approvato l'apertura dei negoziati con il Consiglio sul regolamento per l'euro digitale, con 416 voti favorevoli, 169 contrari e 22 astensioni. Non si tratta ancora dell'approvazione definitiva, né della decisione formale di emettere la nuova moneta, ma il progetto entra nel passaggio legislativo che dovrà definirne forma, limiti e garanzie.

Con l'euro digitale il denaro non verrebbe soltanto trasferito in forma elettronica, come già accade con carte, bonifici e pagamenti tramite telefono. Verrebbe emessa una nuova forma di moneta pubblica digitale, garantita direttamente dalla Banca centrale europea e utilizzabile dai cittadini attraverso banche e altri intermediari autorizzati.

Anche il progetto tecnico è ormai avanzato. Il 2 luglio 2026 la Bce ha pubblicato una nuova versione del Digital Euro Scheme Rulebook, il documento che descrive come dovrebbero funzionare i pagamenti, gli accessi, la gestione dei dati, i controlli anti-frode e i rapporti tra i diversi soggetti coinvolti. È inoltre prevista una sperimentazione di dodici mesi a partire dalla seconda metà del 2027, mentre una possibile emissione potrebbe arrivare nel 2029, dopo l'approvazione definitiva della normativa.

L'euro digitale non appartiene quindi più al repertorio delle ipotesi futuristiche perché le sue regole, i suoi limiti e la sua architettura stanno già prendendo forma.

Per questo è urgente smettere di interrogarsi soltanto sulla sua comodità, sulla velocità dei pagamenti o sulla capacità dell'Europa di emanciparsi dai grandi circuiti internazionali. Occorre riflettere sul fatto che ogni forma di denaro incorpora anche un determinato rapporto tra individuo, istituzioni e potere. Bisogna chiedersi come vi si potrà accedere, chi controllerà il sistema, chi potrà limitare l'accesso o bloccare un pagamento e chi conserverà la memoria degli scambi.

Con l'euro digitale non si sta progettando soltanto un nuovo strumento di pagamento, ma si sta decidendo quale rapporto avremo con il denaro quando il suo utilizzo dipenderà da un'infrastruttura capace di riconoscerci, autorizzarci, registrare le operazioni e applicare regole.

Non cambia soltanto la forma della moneta, ma la condizione nella quale essa potrà essere posseduta e utilizzata. Insieme alla condizione del denaro, rischia di cambiare anche quella del cittadino.

La comunicazione istituzionale insiste su una formula rassicurante: l'euro digitale sarà semplicemente “contante in forma digitale”.

È una strategia narrativa già vista. Per esempio, Chat Control viene presentato come uno strumento per proteggere i minori, l'identità digitale come una versione più comoda dei documenti tradizionali, la firma digitale come l'equivalente elettronico della firma autografa. Ogni volta la novità viene raccontata attraverso qualcosa di familiare, rassicurante e apparentemente neutro.

Ma questi strumenti non si limitano a trasferire nel digitale ciò che esisteva prima; ne modificano la struttura. La comunicazione privata diventa analizzabile, l'identità diventa interrogabile da una rete, la firma diventa una procedura tecnica dipendente da certificatori, credenziali e sistemi di validazione.

Allo stesso modo, l'euro digitale non sarà semplicemente una banconota trasferita su uno schermo. La definizione di “contante in forma digitale” rischia di nascondere la differenza essenziale: dietro quella cifra non vi sarà soltanto un valore, ma un'infrastruttura capace di identificare, autorizzare, registrare e limitare.

Una banconota è un documento di credito al portatore e il suo possesso coincide con la sua disponibilità. Può essere consegnata senza aprire un conto, senza autenticarsi, senza chiedere a una rete di riconoscere il pagatore e senza produrre necessariamente una registrazione dell'atto.

L'euro digitale, invece, sarà inserito in una struttura composta da intermediari, dispositivi, credenziali, regole di accesso, controlli tecnici, limiti di detenzione e procedure anti-frode. Potrà essere utilizzato attraverso un telefono o una carta, online e offline, ma il suo funzionamento dipenderà sempre da un sistema organizzato e regolato. Sarà emesso dalla Bce, mentre banche e intermediari continueranno a gestire il rapporto diretto con il cittadino.

Il cambiamento non consiste dunque soltanto nella scomparsa della carta, ma nel fatto che il denaro diventa inseparabile dall'architettura che ne rende possibile l'uso.

La banconota contiene un valore; la moneta digitale porta con sé anche una procedura. E ogni procedura, quando passa attraverso un'infrastruttura, lascia inevitabilmente una traccia.

Del resto, il denaro non è mai stato soltanto un mezzo di pagamento. La parola credito conserva ancora la radice della fiducia, del credere nella promessa che quel segno verrà riconosciuto anche da qualcun altro. Una moneta vale perché una comunità decide di attribuirle valore, perché accetta di riceverla oggi sapendo che potrà nuovamente spenderla domani. Il denaro ha sempre avuto quindi una natura paradossale. Ci libera dalla necessità di negoziare ogni volta direttamente con l'altro, ma ci rende dipendenti dal sistema che garantisce il valore dello scambio.

Con l'euro digitale però non dipenderemo soltanto dall'istituzione che garantisce la moneta, ma anche dall'infrastruttura che ne riconosce e autorizza ogni movimento. Il contante passa di mano e tace; non conosce il nostro nome, non ricorda ciò che abbiamo comprato, non interpreta il gesto, non verifica se corrisponde alle nostre abitudini. La moneta digitale, invece, per funzionare deve produrre informazioni. È come se ogni moneta, nel momento in cui viene spesa, si fermasse per un istante a sussurrare al sistema dove si trova e che cosa le sta accadendo.

Ci viene assicurato che questo sussurro sarà protetto, che la Bce non vedrà direttamente il nome del cittadino associato a ogni operazione, che la modalità offline garantirà una riservatezza simile a quella del contante e che l'euro digitale non sarà una moneta programmabile.

Ma il punto non è soltanto ciò che il sistema promette di fare oggi. È ciò che, per sua stessa natura, diventa tecnicamente capace di fare domani. Il contante non ha bisogno di promettere che non conserverà la memoria dei nostri acquisti; semplicemente non può farlo. Non deve dichiarare che non applicherà limiti attraverso un aggiornamento, che non interpreterà un pagamento come sospetto, che non collegherà una transazione a un'identità. Nell'euro digitale, invece, la libertà non dipenderà soltanto dal valore posseduto, ma dalla permanenza delle regole che ne consentono l'utilizzo.

Il denaro continuerà a essere formalmente nostro, ma fra il possesso e il gesto di spenderlo si inserirà un ambiente tecnico capace di riconoscere, registrare, verificare e, in determinate circostanze, bloccare. Non occorre immaginare un funzionario europeo seduto davanti a uno schermo mentre decide se possiamo comprare un libro o prendere un treno. Il potere digitale è molto più discreto: non impartisce necessariamente un ordine, ma costruisce l'ambiente nel quale alcune azioni scorrono liberamente e altre vengono rallentate, verificate o fermate.

È la forma contemporanea del paternalismo tecnologico, non ci viene detto apertamente che siamo incapaci di amministrare la nostra libertà, ma ci viene offerto un sistema più comodo, più sicuro, più efficiente, che per proteggerci deve però conoscere sempre meglio i nostri comportamenti. La comodità diventa così il linguaggio attraverso cui accettiamo la dipendenza. Più il gesto appare semplice, meno percepiamo la complessità dell'apparato che lo rende possibile.

Ecco perché l'euro digitale non può essere raccontato soltanto come “contante in forma digitale”. Il contante è un oggetto che circola, mentre l'euro digitale sarà una relazione permanente tra il cittadino e l'infrastruttura che rende il suo denaro utilizzabile. Insomma, sarà denaro invisibile, immateriale e probabilmente oggetto di nuovi tentativi di truffe informatiche.

Nel 1973 il registratore di cassa della canzone Money trasformava l'avidità in un ritmo rumoroso in cui il denaro annunciava la propria presenza. Nel 2026 la moneta digitale viene codificata e si muove in perfetto silenzio. Non tintinna più, non pesa e non gonfia il portafoglio. Scorre invisibilmente, mentre registra il proprio passaggio e attende che una rete lo riconosca. E se per un mal funzionamento della rete non venga riconosciuto, cosa accadrà? Di certo produrrà un danno e come tale dovrebbe essere risarcito, ma da chi?

La vecchia moneta veniva contata, quella nuova potrebbe cominciare a contare noi. Ed è proprio per questo che, quando il denaro smette di fare rumore, bisogna imparare ad ascoltarlo ancora più attentamente. Ci sarà anche un problema di privacy da tutelare nelle transazioni, ma bisognerà tutelare anche il titolare della moneta digitale, la custodia e necessità di nuove forme di garanzie.

L'utilizzo presuppone una conoscenza del funzionamento del linguaggio digitale. Ma quanti ancora oggi non sono in grado di navigare ed utilizzare i sistemi digitali che non sono controllati dai cittadini ma da strutture private che di fatto gestiscono anche dati di istituzioni pubbliche?

E' doveroso costruire le necessarie garanzie normative e le tutele applicabili su tutto ciò che viene dematerializzato, a maggior ragione quando si tratta della moneta e delle risorse finanziarie.





Fonte: di Salvatore Rondello