LA FORZA INDEBITA
22-06-2026 - DIARIO POLITICO di Giuseppe Butta'
di Giuseppe Buttà
Esclusa la premessa cerimoniosa, ma anche sottilmente critica e ironica, in cui si dice che Sergio Mattarella «è un tipo che sa farsi amare … », io condivido quasi parola per parola l'articolo pubblicato da Giuliano Ferrara su "Il Foglio" del 3 giugno scorso: in particolare mi pare assai precisa la notazione sul Mattarella che mostra ‘comprensibili' ma non ‘giustificabili' «segni di cedimento alla pressione devastante, univoca e trasversale che colpisce il paese degli ebrei». Ferrara conclude che «gli argomenti quirinalizi contro, l'offensiva libanese di Tsahal su Hezbollah sono deboli prima di tutto sul piano logico e, poi, sul piano civile e politico», e che «se anche noi, come Israele, avessimo avuto ai confini dei terroristi come Hezbollah avremmo usato la stessa forza "indebita"».
Ma qui non parlerò della guerra israelo-americana contro Hamas, Hezbollah, Houti e Iran se non per dire che l'unico punto su cui dissento dall'analisi di Ferrara è l'illusione da lui nutrita circa l'uso che noi faremmo della forza – debita o indebita.
Temo infatti che non saremmo capaci di farne uso: "teniamo famiglia e vogliamo il burro e l'aspirina"; un indizio eclatante, che giustifica questo timore, mi sembra possa essere trovato nell'illuminato giudizio del "massimo" sindacalista italiano, Landini, che, tenuto ben conto della situazione internazionale attuale, ha liquidato come «una coglionata» l'idea di una riconversione industriale verso i settori di ricerca e produzione necessari alla difesa almeno di quella parte dell'industria che non ha più mercato e che non fa che produrre disoccupati. E poi dobbiamo riconoscere che quella "pressione devastante" di cui parla Ferrara e che ha oscurato totalmente la situazione strategica e geopolitica nella quale la guerra va vista non è giustificata da una visione alternativa di questi problemi; tale pressione in effetti guarda principalmente agli effetti elettorali che può avere una siffatta propaganda pro o contro le varie "flotille", le bizze di Trump e le intemperanze di Netanyahu piuttosto che – al di là della pace, che tutti vorremmo - agl'interessi permanenti del Paese e alle sue alleanze.
Io parlerò qui di una questione diversa che da tempo mi preoccupa.
Il problema che io pongo non è se sia giustificabile o no l'opinione di Mattarella sull'uso "indebito" della forza – ma indebito rispetto a che cosa? – fatto dagli israeliani; il problema è se egli – come Presidente della Repubblica – abbia o no il potere e la facoltà di esternare le proprie opinioni al di fuori dei propri poteri e delle sedi costituzionalmente appropriate e di parlare di questioni che sono di esclusiva competenza dell'esecutivo e del Parlamento.
D'accordo o no che si possa essere sulle opinioni politiche da lui espresse, il punto in questione è proprio questo: dette da lui, potrebbero sembrare opinioni che impegnano l'intero Paese e tutte le sue istituzioni. Mi è capitato più volte di manifestare la mia invidia per gl'inglesi ai quali, ogni anno, Sua Maestà recapita – con il Discorso della Corona – il programma del governo leggendolo davanti ai rappresentanti del popolo riuniti in seduta comune (io non ho mancato mai di deliziarmi nell'ascoltare la lettura dei discorsi, preparati da un MacMillan o da un Blair, che Queen Elisabeth faceva con assoluto e regale distacco); dicevo di aver provato invidia perché qui in Italia, invece, dobbiamo ascoltare o leggere, ogni giorno, le veline quirinalizie e gl'immancabili discorsi (su ogni argomento: dalla guerra alla pace, dalle adunate sportive alle passeggiate scolastiche, … ) con cui il nostro attuale Presidente ci gratifica anche manifestando indirizzi politici diversi da quello del governo in carica.
Ormai da molti anni – almeno dall'era di Re Giorgio – assistiamo, quasi silenti, a una vera e propria metamorfosi del modo d'intendere i poteri e il ruolo del Presidente della Repubblica. Quasi silenti, dicevo, perché pare che stia prevalendo una nuova retorica o, per meglio dire, un culto della personalità coincidente con un interesse partitico ben preciso che, attribuendo d'ufficio la virtù della "saggezza" all'uomo che ricopre la carica di Presidente della Repubblica, accredita per esempio un ‘ircocervo' costituzionale: il c.d. "governo del Presidente" e combatte, usque ad effusionem sanguinis, contro ogni ipotesi di presidenzialismo o, ancor di più, contro il c. d. premierato e in difesa della prerogativa che il Presidente della Repubblica avrebbe di nominare il Presidente del Consiglio e di scegliere anche i ministri.
Ora, a prescindere dal fatto che nel linguaggio politico il termine "prerogativa" meglio si adatta ai poteri di un monarca, meglio se "assoluto", nel caso della nostra Repubblica, la nomina del Presidente del Consiglio non dipende da una scelta indipendente del Presidente bensì dalla fiducia del Parlamento – principio che, nel Regno di Sardegna, venne introdotto dall'abile e venerato Camillo di Cavour proprio per smantellare la "prerogativa regia": in realtà, il Presidente della Repubblica, attraverso le sue pur macchinose e sontuose "consultazioni", può solo accertare o meglio sondare, per così dire sulla carta, se e come quel tale presidente del consiglio incaricato potrà effettivamente formare un governo: sarà poi la maggioranza delle due Camere a ratificarne la nomina. Quindi, a mio parere, un eventuale "premierato" – che a me non piace ma per motivi diversi da quelli dei "prerogativisti" – nulla toglierebbe al Presidente e nulla toglierebbe alla "democrazia" anzi la rafforzerebbe dando agli elettori, piuttosto che ai loro rappresentanti in Parlamento, il diritto di scegliere direttamente il "premier".
Insomma a me sembra che tutta la parte della Costituzione dedicata alla ai poteri della Presidenza della Repubblica debba essere rivalutata e interpretata a seguito di cambiamenti della prassi, che sono divenuti strabordanti come conseguenza del cedimento della DC, o meglio delle sue componenti cripto-comuniste che si sono consegnate sic et simpliciter agli ex (si fa per dire) - comunisti che si sono auto-elevati non solo a custodi e interpreti esclusivi della Costituzione ma anche ad abili manipolatori dell'opinione pubblica per imporle una interpretazione feticistica della Costituzione che ne impedisce qualsiasi modifica che possa scalfire il sistema di potere (di cui il Colle e il CSM sono i pivot) su cui si sono assisi.
Giungerà mai il tempo per una riflessione, non pregiudicata da vincoli e interessi di parte, sui poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e sulla necessità di una "interpretazione autentica" di due articoli fondamentali della nostra Carta, l'art. 89 – «Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti» – e l'art. 90 – «Il Presidente della Repubblica non è responsabile per tutti gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione»?
Ma qui non parlerò della guerra israelo-americana contro Hamas, Hezbollah, Houti e Iran se non per dire che l'unico punto su cui dissento dall'analisi di Ferrara è l'illusione da lui nutrita circa l'uso che noi faremmo della forza – debita o indebita.
Temo infatti che non saremmo capaci di farne uso: "teniamo famiglia e vogliamo il burro e l'aspirina"; un indizio eclatante, che giustifica questo timore, mi sembra possa essere trovato nell'illuminato giudizio del "massimo" sindacalista italiano, Landini, che, tenuto ben conto della situazione internazionale attuale, ha liquidato come «una coglionata» l'idea di una riconversione industriale verso i settori di ricerca e produzione necessari alla difesa almeno di quella parte dell'industria che non ha più mercato e che non fa che produrre disoccupati. E poi dobbiamo riconoscere che quella "pressione devastante" di cui parla Ferrara e che ha oscurato totalmente la situazione strategica e geopolitica nella quale la guerra va vista non è giustificata da una visione alternativa di questi problemi; tale pressione in effetti guarda principalmente agli effetti elettorali che può avere una siffatta propaganda pro o contro le varie "flotille", le bizze di Trump e le intemperanze di Netanyahu piuttosto che – al di là della pace, che tutti vorremmo - agl'interessi permanenti del Paese e alle sue alleanze.
Io parlerò qui di una questione diversa che da tempo mi preoccupa.
Il problema che io pongo non è se sia giustificabile o no l'opinione di Mattarella sull'uso "indebito" della forza – ma indebito rispetto a che cosa? – fatto dagli israeliani; il problema è se egli – come Presidente della Repubblica – abbia o no il potere e la facoltà di esternare le proprie opinioni al di fuori dei propri poteri e delle sedi costituzionalmente appropriate e di parlare di questioni che sono di esclusiva competenza dell'esecutivo e del Parlamento.
D'accordo o no che si possa essere sulle opinioni politiche da lui espresse, il punto in questione è proprio questo: dette da lui, potrebbero sembrare opinioni che impegnano l'intero Paese e tutte le sue istituzioni. Mi è capitato più volte di manifestare la mia invidia per gl'inglesi ai quali, ogni anno, Sua Maestà recapita – con il Discorso della Corona – il programma del governo leggendolo davanti ai rappresentanti del popolo riuniti in seduta comune (io non ho mancato mai di deliziarmi nell'ascoltare la lettura dei discorsi, preparati da un MacMillan o da un Blair, che Queen Elisabeth faceva con assoluto e regale distacco); dicevo di aver provato invidia perché qui in Italia, invece, dobbiamo ascoltare o leggere, ogni giorno, le veline quirinalizie e gl'immancabili discorsi (su ogni argomento: dalla guerra alla pace, dalle adunate sportive alle passeggiate scolastiche, … ) con cui il nostro attuale Presidente ci gratifica anche manifestando indirizzi politici diversi da quello del governo in carica.
Ormai da molti anni – almeno dall'era di Re Giorgio – assistiamo, quasi silenti, a una vera e propria metamorfosi del modo d'intendere i poteri e il ruolo del Presidente della Repubblica. Quasi silenti, dicevo, perché pare che stia prevalendo una nuova retorica o, per meglio dire, un culto della personalità coincidente con un interesse partitico ben preciso che, attribuendo d'ufficio la virtù della "saggezza" all'uomo che ricopre la carica di Presidente della Repubblica, accredita per esempio un ‘ircocervo' costituzionale: il c.d. "governo del Presidente" e combatte, usque ad effusionem sanguinis, contro ogni ipotesi di presidenzialismo o, ancor di più, contro il c. d. premierato e in difesa della prerogativa che il Presidente della Repubblica avrebbe di nominare il Presidente del Consiglio e di scegliere anche i ministri.
Ora, a prescindere dal fatto che nel linguaggio politico il termine "prerogativa" meglio si adatta ai poteri di un monarca, meglio se "assoluto", nel caso della nostra Repubblica, la nomina del Presidente del Consiglio non dipende da una scelta indipendente del Presidente bensì dalla fiducia del Parlamento – principio che, nel Regno di Sardegna, venne introdotto dall'abile e venerato Camillo di Cavour proprio per smantellare la "prerogativa regia": in realtà, il Presidente della Repubblica, attraverso le sue pur macchinose e sontuose "consultazioni", può solo accertare o meglio sondare, per così dire sulla carta, se e come quel tale presidente del consiglio incaricato potrà effettivamente formare un governo: sarà poi la maggioranza delle due Camere a ratificarne la nomina. Quindi, a mio parere, un eventuale "premierato" – che a me non piace ma per motivi diversi da quelli dei "prerogativisti" – nulla toglierebbe al Presidente e nulla toglierebbe alla "democrazia" anzi la rafforzerebbe dando agli elettori, piuttosto che ai loro rappresentanti in Parlamento, il diritto di scegliere direttamente il "premier".
Insomma a me sembra che tutta la parte della Costituzione dedicata alla ai poteri della Presidenza della Repubblica debba essere rivalutata e interpretata a seguito di cambiamenti della prassi, che sono divenuti strabordanti come conseguenza del cedimento della DC, o meglio delle sue componenti cripto-comuniste che si sono consegnate sic et simpliciter agli ex (si fa per dire) - comunisti che si sono auto-elevati non solo a custodi e interpreti esclusivi della Costituzione ma anche ad abili manipolatori dell'opinione pubblica per imporle una interpretazione feticistica della Costituzione che ne impedisce qualsiasi modifica che possa scalfire il sistema di potere (di cui il Colle e il CSM sono i pivot) su cui si sono assisi.
Giungerà mai il tempo per una riflessione, non pregiudicata da vincoli e interessi di parte, sui poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e sulla necessità di una "interpretazione autentica" di due articoli fondamentali della nostra Carta, l'art. 89 – «Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti» – e l'art. 90 – «Il Presidente della Repubblica non è responsabile per tutti gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione»?
Fonte: di Giuseppe Butta'










