LA CRIMEA E IL "CONTE"
23-07-2026 - DIARIO POLITICO di Giuseppe Butta'
Come diceva il chiaroveggente Eugenio Scalfari, il Conte di Volturara Appula ricorda molto il Conte di Cavour: ne ha la stessa intelligenza, la stessa capacità diplomatica, gli stessi obiettivi e, soprattutto, il medesimo "allure" di statista: il Conte di Cavour ha fatto il connubio, la grande alleanza destra-sinistra per stabilire il governo parlamentare e fare l’Italia; il Conte di Volturara Appula, avendo – come spiegava Scalfari – «la capacità corrisposta di avere come riferimento costituzionale ma anche politico il Presidente della Repubblica», ha portato alla estrema perfezione l’arte del trasformismo e del giuoco politico delle tre carte per la disinvoltura con la quale egli si adatta ai cambiamenti di maggioranza e di linea politica.
Dopo ormai più di un lustro dal suo benemerito governo, benedetto, nelle sue due versioni di destra e di sinistra, dall’alto del Colle senza che il benedicente battesse ciglio, e dalla sua leadership del popolo dei 5S orfani del comico Grillo, purtroppo dobbiamo notare qualche differenza tra il Conte di Volturara Appula e il Conte di Cavour: mentre questi s’interessava molto alla Crimea e mandava il generale La Marmora a fare i bagni di mare a Sebastopoli, il primo, il Conte di Volturara Appula, ne ignora la stessa esistenza e la storia, almeno quella recente.
Negli ultimi giorni, a Napoli, dove si è svolta la prima performance estiva del cosiddetto “campo largo”, l’alleanza "democratico-antifascista" che in futuro vorrebbe governare l’Italia, egli ci ha spiegato, con il suo stile avvocatesco e pezze alla mano, non solo che il piano del nostro governo per aumentare le spese militari è stato concepito unicamente per «acquistare armi americane e compiacere Trump», togliendo soldi al welfare degli italiani, ma ha potuto anche rivelarci quanto segue: «stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti ... queste cose non le dicono, ve le dico io».
Su questo nessuno può dubitare né mettere lingua: nessuno più di lui dispone di fonti al più alto livello "internazionale" e di notizie di prima mano; nessuno più di lui ha così buoni rapporti con i servizi segreti non solo italiani. E infatti egli basava le sue affermazioni sulle informazioni ricevute nientepopodimeno che dal comandante della NATO Alexus G. Grynkewich, intervistato nelle scorse settimane dal britannico Financial Times. Dal palco di Napoli Conte ha citato Grynkewich, attribuendogli queste parole: «Né oggi né domani la Russia rappresenta una minaccia per l’Europa».
Solo che il povero Conte, che parla o "straparla" solo per "parabole" o anche per "iperboli", non aveva capito un tubo di ciò che aveva detto Grynkewich; in realtà, questi intendeva rassicurare sulle capacità difensive della NATO e ha detto che, in base alle informazioni di intelligence a sua disposizione, la Russia «non sta cercando un conflitto» con la NATO anche perché ne conosce i mezzi e le risorse (più precisamente ha parlato di «vantaggi asimmetrici»).
Insomma, il generale Grynkewich voleva dire agli alleati della NATO – soprattutto a Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria, insomma a tutti i paesi dell’Est europeo che hanno il piacere di confinare con la Russia di Putin – di stare certi che nonostante le bizze di Trump, la NATO c’è ancora.
Solo i ciechi infatti non vedono che viviamo in una situazione internazionale quanto meno complessa: la Cina ci ha fatto sapere di recente di disporre di missili e armi che possono colpire ogni punto dell’Occidente e, dopo il lancio di un missile a lungo raggio da un sottomarino nucleare dell’Esercito popolare di liberazione cinese, gli altri Paesi del Pacifico meridionale, e pure di quello settentrionale, sono in allarme: il messaggio è stato molto minaccioso anche perché è stato fatto nello stesso giorno in cui l’Australia e le Fiji hanno firmato un nuovo trattato di difesa reciproca, pensato anche per contenere la crescente influenza cinese nel Pacifico. L’Australia ha definito l’episodio destabilizzante per la regione. Anche Nuova Zelanda e Giappone hanno espresso preoccupazione non solo per il test missilistico ma per il contesto. Il Pacifico è diventato uno dei grandi scacchieri di competizione globale: rotte commerciali, basi militari, isole strategiche, alleanze difensive e influenza diplomatica si intrecciano in uno spazio enorme, spesso lontano dai riflettori europei ma centrale per gli equilibri mondiali.
Il Giappone, da parte sua, teme la crescente attività militare cinese vicino ai propri spazi strategici.
La mappa si allarga e il Pacifico torna al centro del problema strategico: se il test cinese non significa che una guerra tra Cina e Australia sia imminente, né che il mondo sia a un passo dal conflitto globale, significa però che la competizione militare nel Pacifico sta diventando sempre più intensa e che ogni azione può essere vista come parte di una partita più grande.
La Cina continua a dichiarare una politica di “no first use”, cioè di non primo uso delle armi nucleari. Allo stesso tempo, sta modernizzando rapidamente le proprie forze armate e il proprio arsenale. Secondo le stime, Pechino ha oggi circa 600 testate nucleari e potrebbe superare quota 1.000 entro il 2030 e va costruendo superportaerei e super sottomarini nucleari.
Ecco perché l’allarme va preso sul serio. Soprattutto perché, dietro tutto questo, vi è non solo la Cina ma anche la potenza nucleare dei russi – che continuano a sviluppare strumenti di attacco come per esempio i droni a reazione Geran4 di difficile contrasto – e l’intesa strategica tra la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping che, rafforzata a partire dal 2022, ha permesso a Putin di martoriare l’Ucraina e che, qualche mese fa, è stata ribadita come «un partenariato globale "senza limiti", nato per contrastare l'egemonia occidentale e favorire un ordine mondiale multipolare».
Il povero Conte è confuso e chiude gli occhi in un gioco a moscacieca che vede impegnati tutti i "testardi" del "campo largo"; ma la colpa non è solo della capacità personale di comprendonio del Conte di Volturara Appula: non è la prima volta che egli dice cose che riflettono in certa misura non tanto una posizione filorussa quanto una misera propaganda populista. Egli è il capo dello stesso partito che, oltre a essere contrario al riarmo, si è sempre opposto all’invio di armi in Ucraina, a differenza per esempio del PD che, almeno nelle sue correnti più moderate come quella “riformista”, ha mantenuto un convinto sostegno dell’Ucraina dopo l’invasione del 2022 ma che coltiva dentro di sé posizioni altrettanto ‘populiste’ che lo portano a giocherellare sulle liste d’attesa del Ssn. Come non essere d’accordo con Pina Picierno, appena uscita dal PD, la quale ha definito le parole di Conte «gravissime e pericolose» e ha criticato in particolare l’immobilismo di Schlein, che «ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta»? O, anche, con Filippo Sensi, senatore del PD, che, rivolgendosi ai leader del "campo largo", li ha così pregati: «risparmiatevi la foto, c’è ancora MOLTO da fare»!
In generale esiste, nel "campo largo", un’area che accomuna i diversi partiti contrari agli investimenti nella difesa. Alcuni partiti accompagnano questa contrarietà a una critica nei confronti della NATO: vedi Alleanza Verdi e Sinistra, i cui leader infatti si sono espressi con la stessa lungimiranza di Conte e di alcuni esponenti del PD. Angelo Bonelli ha detto che il vero problema è la disponibilità dell’Italia a destinare il 5 per cento del PIL alle spese militari entro il 2035, come richiesto dalla NATO, e Nicola Fratoianni ha ripetuto che la situazione internazionale non giustifica il riarmo.
Chi ha pienamente condiviso le parole di Conte & c., è stato il vituperato Vannacci che, come direbbe la Gruber, rappresenterebbe la destra-destra-destra: ma, per l’esattezza, il ‘futurista’ ha precisato di «non essere lui d’accordo con Conte, bensì Conte a essere d’accordo con lui».
La verità è che tutta questa accolta di statisti, lungimiranti difensori del welfare, del bene comune e del popolo minuto, è rimasta male per il fatto che, al vertice della NATO svoltosi ad Ankara il 7-8 luglio, non si è avuto il naufragio dell’Alleanza che essi si auguravano e, soprattutto, non si è avuto lo scontro epocale con Trump. Al contrario, ad Ankara si è avuto un primo riaggiustamento dell’Alleanza verso la nuova strategia globalista: ormai è inevitabile che il suo fronte si sposti dall’Atlantico al Pacifico: «Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si assumono maggiori responsabilità per la difesa dell'Alleanza. La deterrenza e la difesa della NATO si basano su un adeguato mix di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche. Siamo impegnati a mantenere il nostro vantaggio in combattimento».
Ma stiamo sicuri e tranquilli: se sarà necessario, il Conte di Volturara Appula saprà fare un’altra capriola, naturalmente in coppia con la Schlein, anche lei "testardamente" bravissima a caprioleggiare inseguendo una volta Conte e l’altra Fratoianni, il sinistro, o Bonelli, il verde di rabbia, e con un occhio di riguardo per Renzi, di Rignano sull’Arno ma italiano vivo, che, accampando presunti gradi di grande statista, invoca di essere tratto dal pelago – dove s’è cacciato - alla riva dove spera di salvare la pelle (il posto al Senato o, anche, alla Camera, non importa) facendo da nostromo a bordo della ong "campo largo".
Dopo ormai più di un lustro dal suo benemerito governo, benedetto, nelle sue due versioni di destra e di sinistra, dall’alto del Colle senza che il benedicente battesse ciglio, e dalla sua leadership del popolo dei 5S orfani del comico Grillo, purtroppo dobbiamo notare qualche differenza tra il Conte di Volturara Appula e il Conte di Cavour: mentre questi s’interessava molto alla Crimea e mandava il generale La Marmora a fare i bagni di mare a Sebastopoli, il primo, il Conte di Volturara Appula, ne ignora la stessa esistenza e la storia, almeno quella recente.
Negli ultimi giorni, a Napoli, dove si è svolta la prima performance estiva del cosiddetto “campo largo”, l’alleanza "democratico-antifascista" che in futuro vorrebbe governare l’Italia, egli ci ha spiegato, con il suo stile avvocatesco e pezze alla mano, non solo che il piano del nostro governo per aumentare le spese militari è stato concepito unicamente per «acquistare armi americane e compiacere Trump», togliendo soldi al welfare degli italiani, ma ha potuto anche rivelarci quanto segue: «stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti ... queste cose non le dicono, ve le dico io».
Su questo nessuno può dubitare né mettere lingua: nessuno più di lui dispone di fonti al più alto livello "internazionale" e di notizie di prima mano; nessuno più di lui ha così buoni rapporti con i servizi segreti non solo italiani. E infatti egli basava le sue affermazioni sulle informazioni ricevute nientepopodimeno che dal comandante della NATO Alexus G. Grynkewich, intervistato nelle scorse settimane dal britannico Financial Times. Dal palco di Napoli Conte ha citato Grynkewich, attribuendogli queste parole: «Né oggi né domani la Russia rappresenta una minaccia per l’Europa».
Solo che il povero Conte, che parla o "straparla" solo per "parabole" o anche per "iperboli", non aveva capito un tubo di ciò che aveva detto Grynkewich; in realtà, questi intendeva rassicurare sulle capacità difensive della NATO e ha detto che, in base alle informazioni di intelligence a sua disposizione, la Russia «non sta cercando un conflitto» con la NATO anche perché ne conosce i mezzi e le risorse (più precisamente ha parlato di «vantaggi asimmetrici»).
Insomma, il generale Grynkewich voleva dire agli alleati della NATO – soprattutto a Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria, insomma a tutti i paesi dell’Est europeo che hanno il piacere di confinare con la Russia di Putin – di stare certi che nonostante le bizze di Trump, la NATO c’è ancora.
Solo i ciechi infatti non vedono che viviamo in una situazione internazionale quanto meno complessa: la Cina ci ha fatto sapere di recente di disporre di missili e armi che possono colpire ogni punto dell’Occidente e, dopo il lancio di un missile a lungo raggio da un sottomarino nucleare dell’Esercito popolare di liberazione cinese, gli altri Paesi del Pacifico meridionale, e pure di quello settentrionale, sono in allarme: il messaggio è stato molto minaccioso anche perché è stato fatto nello stesso giorno in cui l’Australia e le Fiji hanno firmato un nuovo trattato di difesa reciproca, pensato anche per contenere la crescente influenza cinese nel Pacifico. L’Australia ha definito l’episodio destabilizzante per la regione. Anche Nuova Zelanda e Giappone hanno espresso preoccupazione non solo per il test missilistico ma per il contesto. Il Pacifico è diventato uno dei grandi scacchieri di competizione globale: rotte commerciali, basi militari, isole strategiche, alleanze difensive e influenza diplomatica si intrecciano in uno spazio enorme, spesso lontano dai riflettori europei ma centrale per gli equilibri mondiali.
Il Giappone, da parte sua, teme la crescente attività militare cinese vicino ai propri spazi strategici.
La mappa si allarga e il Pacifico torna al centro del problema strategico: se il test cinese non significa che una guerra tra Cina e Australia sia imminente, né che il mondo sia a un passo dal conflitto globale, significa però che la competizione militare nel Pacifico sta diventando sempre più intensa e che ogni azione può essere vista come parte di una partita più grande.
La Cina continua a dichiarare una politica di “no first use”, cioè di non primo uso delle armi nucleari. Allo stesso tempo, sta modernizzando rapidamente le proprie forze armate e il proprio arsenale. Secondo le stime, Pechino ha oggi circa 600 testate nucleari e potrebbe superare quota 1.000 entro il 2030 e va costruendo superportaerei e super sottomarini nucleari.
Ecco perché l’allarme va preso sul serio. Soprattutto perché, dietro tutto questo, vi è non solo la Cina ma anche la potenza nucleare dei russi – che continuano a sviluppare strumenti di attacco come per esempio i droni a reazione Geran4 di difficile contrasto – e l’intesa strategica tra la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping che, rafforzata a partire dal 2022, ha permesso a Putin di martoriare l’Ucraina e che, qualche mese fa, è stata ribadita come «un partenariato globale "senza limiti", nato per contrastare l'egemonia occidentale e favorire un ordine mondiale multipolare».
Il povero Conte è confuso e chiude gli occhi in un gioco a moscacieca che vede impegnati tutti i "testardi" del "campo largo"; ma la colpa non è solo della capacità personale di comprendonio del Conte di Volturara Appula: non è la prima volta che egli dice cose che riflettono in certa misura non tanto una posizione filorussa quanto una misera propaganda populista. Egli è il capo dello stesso partito che, oltre a essere contrario al riarmo, si è sempre opposto all’invio di armi in Ucraina, a differenza per esempio del PD che, almeno nelle sue correnti più moderate come quella “riformista”, ha mantenuto un convinto sostegno dell’Ucraina dopo l’invasione del 2022 ma che coltiva dentro di sé posizioni altrettanto ‘populiste’ che lo portano a giocherellare sulle liste d’attesa del Ssn. Come non essere d’accordo con Pina Picierno, appena uscita dal PD, la quale ha definito le parole di Conte «gravissime e pericolose» e ha criticato in particolare l’immobilismo di Schlein, che «ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta»? O, anche, con Filippo Sensi, senatore del PD, che, rivolgendosi ai leader del "campo largo", li ha così pregati: «risparmiatevi la foto, c’è ancora MOLTO da fare»!
In generale esiste, nel "campo largo", un’area che accomuna i diversi partiti contrari agli investimenti nella difesa. Alcuni partiti accompagnano questa contrarietà a una critica nei confronti della NATO: vedi Alleanza Verdi e Sinistra, i cui leader infatti si sono espressi con la stessa lungimiranza di Conte e di alcuni esponenti del PD. Angelo Bonelli ha detto che il vero problema è la disponibilità dell’Italia a destinare il 5 per cento del PIL alle spese militari entro il 2035, come richiesto dalla NATO, e Nicola Fratoianni ha ripetuto che la situazione internazionale non giustifica il riarmo.
Chi ha pienamente condiviso le parole di Conte & c., è stato il vituperato Vannacci che, come direbbe la Gruber, rappresenterebbe la destra-destra-destra: ma, per l’esattezza, il ‘futurista’ ha precisato di «non essere lui d’accordo con Conte, bensì Conte a essere d’accordo con lui».
La verità è che tutta questa accolta di statisti, lungimiranti difensori del welfare, del bene comune e del popolo minuto, è rimasta male per il fatto che, al vertice della NATO svoltosi ad Ankara il 7-8 luglio, non si è avuto il naufragio dell’Alleanza che essi si auguravano e, soprattutto, non si è avuto lo scontro epocale con Trump. Al contrario, ad Ankara si è avuto un primo riaggiustamento dell’Alleanza verso la nuova strategia globalista: ormai è inevitabile che il suo fronte si sposti dall’Atlantico al Pacifico: «Gli Alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si assumono maggiori responsabilità per la difesa dell'Alleanza. La deterrenza e la difesa della NATO si basano su un adeguato mix di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche. Siamo impegnati a mantenere il nostro vantaggio in combattimento».
Ma stiamo sicuri e tranquilli: se sarà necessario, il Conte di Volturara Appula saprà fare un’altra capriola, naturalmente in coppia con la Schlein, anche lei "testardamente" bravissima a caprioleggiare inseguendo una volta Conte e l’altra Fratoianni, il sinistro, o Bonelli, il verde di rabbia, e con un occhio di riguardo per Renzi, di Rignano sull’Arno ma italiano vivo, che, accampando presunti gradi di grande statista, invoca di essere tratto dal pelago – dove s’è cacciato - alla riva dove spera di salvare la pelle (il posto al Senato o, anche, alla Camera, non importa) facendo da nostromo a bordo della ong "campo largo".
Fonte: di Giuseppe Butta'










