L'ANTIFASCISTA GIOVANNI AMENDOLA

23-06-2026 - STORIE&STORIE
di Sergio Castelli

Nel centenario della morte è stato ricordato a Pisa l'antifascista Giovanni Amendola. L'iniziativa promossa dall'Università e dalla Domus Mazziniana si è svolta nell'Aula Magna Storica dl Palazzo della Sapienza. E' stata deposta una corona d'alloro sulla lapide che lo ricorda come docente di filosofia teoretica nello stesso ateneo.


Mercoledì 10 giugno, presso l'Aula Magna Storica dell'Università di Pisa, Palazzo della Sapienza, si è svolto un seminario di studi su “Un liberale intransigente per una nuova democrazia. Giovanni Amendola a cento anni dalla morte”. Evento promosso dal CIDIC, Centro per l'Innovazione e la Diffusione della Cultura dell'Università di Pisa, dai dipartimenti di Civiltà e Forme del sapere e di Scienze Politiche, dall'Associazione Mazziniana Italiana e dalla Domus Mazziniana, con il patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni e dell'Istituto storico Italiano per l'età moderna e contemporanea, e dedicato alla memoria di Giovanni Amendola (nella foto), nel centenario della sua scomparsa.

Il parlamentare liberaldemocratico fu vittima di un feroce pestaggio organizzato perché il 16 luglio 1925 sfidò apertamente Mussolini pubblicando sul quotidiano Il Mondo un incisivo documento che lo accusava direttamente del brutale assassinio di Giacomo Matteotti. L'attacco avvenne nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1925, nella località La Colonna, situata al confine tra Montecatini Terme e Pieve a Nievole, allora provincia di Lucca. Una squadra fascista composta da quindici uomini, guidata dal gerarca e ras lucchese Carlo Scorza, noto per la sua fedeltà alla linea dura e intransigente imposta da Roberto Farinacci, allora segretario del Partito Nazionale Fascista (PNF), prese parte al vile atto premeditato. Sul luogo fu successivamente eretto un monumento (nella foto), a ricordo del punto in cui venne ritrovato il corpo martoriato di Amendola. L'intellettuale e figura di spicco dell'antifascismo liberale riportò gravi lesioni interne e traumi alla schiena che ne causarono la morte, avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926. A nulla valsero le prime cure prestate nell'ospedale di Lucca.

L'iniziativa “Un liberale intransigente per una nuova democrazia: Pisa ricorda Giovanni Amendola a 100 anni dalla morte” si colloca nel contesto delle celebrazioni nazionali per il centenario della morte del parlamentare liberaldemocratico, una figura che, come evidenziato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rappresenta un pilastro fondamentale delle origini della nostra Repubblica. Amendola incarna un legame ideale tra la lotta per la democrazia nei primi anni Venti e l'attuale Stato di diritto.

Giovanni Amendola (Napoli, 15 aprile 1882), giornalista, filosofo e politico, è stato una delle voci più lucide e coerenti nell'opposizione al fascismo. Fu lui, nel maggio 1923, a coniare sul quotidiano Il Mondo, giornale da lui creato e diretto e chiuso dal regime nell'ottobre 1926, il neologismo “totalitarismo” per illustrare l'intento del Partito Nazionale Fascista (PNF) di accentrarsi e detenere il potere in modo esclusivo. Benito Mussolini accolse con orgoglio il termine "totalitario", facendolo suo; sebbene originariamente ideato in chiave negativa da oppositori antifascisti come Giovanni Amendola, il Duce lo adottò apertamente nel giugno del 1925, descrivendo la «fiera volontà totalitaria» che caratterizzava il suo movimento.

Tra i protagonisti della secessione dell'Aventino e promotore del Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925, Giovanni Amendola si è battuto instancabilmente in difesa delle istituzioni liberali e dello Stato di diritto. Noto come un "liberale intransigente", Amendola si distinse per la sua ferma opposizione morale e politica al fascismo, una lotta che gli costò la vita e che ha rappresentato un prezioso riferimento per le generazioni successive di antifascisti, diventando un simbolo imperituro di libertà e resistenza democratica. Fu lui che il 20 aprile 2025 propose a Benedetto Croce di redigere il Manifesto degli Antifascisti in risposta al testo Manifesto degli intellettuali fascisti scritto da Giovanni Gentile e pubblicato sul quotidiano fascista Il Popolo d'Italia e sui principali quotidiani dell'epoca. Nell'occasione il deputato leader liberale rivolgendosi a Benedetto Croce scrisse:

«Caro Croce, avete letto il manifesto fascista agli intellettuali stranieri?…oggi ho incontrato varie persone le quali pensano che, dopo l'indirizzo fascista, noi abbiamo il diritto di parlare e il dovere di rispondere. Che ne pensate voi? Sareste disposto a firmare un documento di risposta che potesse avere la vostra approvazione? E, in caso, vi sentireste di scriverlo voi?»; rispose Croce il giorno dopo: «Mio caro Amendola…l'idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta, che a mio parere, dovrebbe essere breve, per non far dell'accademia e non annoiare la gente».

Il Manifesto degli intellettuali Antifascisti conosciuto anche come Antimanifesto, fu pubblicato su diversi quotidiani il 1° maggio 1925. L'anno prima, il 30 maggio 1924, Giovanni Amendola salì a Montecitorio per contestare i risultati elettorali del 6 aprile 1924, votazioni che si tennero con la legge Acerbo, dal nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giacomo Acerbo, un sistema elettorale maggioritario che assegnava i 2/3 dei seggi alla lista più votata. In un clima ostile e minaccioso, lesse all'Aula un documento di denuncia che elencava nel dettaglio i brogli e le illegalità delle squadre d'azione. Questo atto di accusa aprì la via al famoso discorso pronunciato da Giacomo Matteotti, politico e giornalista socialista, poche ore più tardi. Dopo il rapimento e l'uccisione del parlamentare di sinistra, avvenuti il 10 giugno 1924, Amendola si fece promotore e guida della Secessione dell'Aventino. Le opposizioni parlamentari optarono per l'abbandono delle attività della Camera e decisero di non prendere parte alle sedute, manifestando così una protesta morale contro il governo di Mussolini. L'intento di Amendola era quello di sollecitare la Corona, rappresentata dal re Vittorio Emanuele III, a ristabilire la legalità democratica nel paese.

Il seminario “Un liberale intransigente per una nuova democrazia. Giovanni Amendola a cento anni dalla morte”, iniziato dopo la deposizione di una corona di alloro sulla lapide che lo ricorda docente di filosofia teoretica nel 1914 presso l'ateneo pisano, è stato moderato da Cristina Cassina dell'Università di Pisa. iniziato con i saluti istituzionali e l'introduzione di Giovanni Battista Amendola, nipote del martire antifascista e Presidente del Comitato Nazionale per il Centenario della morte di Giovanni Amendola. Successivamente, sono intervenuti relatori che, partendo dalla riflessione filosofica di Giovanni Amendola, hanno esaminato il pensiero e l'impegno intellettuale. Simonetta Bassi dell'Università di Pisa ha approfondito tale aspetto con un intervento intitolato “Bisogno di armonia. Appunti sulla filosofia di Giovanni Amendola”. A seguire, Carmelo Calabrò, anch'egli dell'Università di Pisa, ha curato il ruolo di Amendola come antifascista e analista del regime fascista con l'intervento dal titolo “Giovanni Amendola antifascista e interprete del fascismo”. Si ricorda che fu proprio Amendola a fornire una delle prime definizioni del fascismo come totalitarismo. Infine, l'eredità politica di Giovanni Amendola è stata oggetto della riflessione di Paolo Soddu dell'Università di Torino, intervenuto con una relazione dal titolo “Giovanni Amendola e l'antifascismo: dall'Aventino al CLN, dall'Unione Goliardica per la libertà al Partito d'Azione”. L'incontro è stato concluso da Mario Di Napoli, vicepresidente della Domus Mazziniana.

Dal seminario è emerso che il ricordo di Giovanni Amendola occupa un ruolo centrale nella storia repubblicana, incarnando l'antifascismo intransigente, l'etica pubblica e la strenua difesa della democrazia parlamentare contro ogni forma di violenza. La sua figura, il suo pensiero, la sua azione e il suo sacrificio assumono un valore fondamentale per molteplici ragioni. Fu uno dei primi a cogliere l'essenza totalitaria e violenta del fascismo, opponendosi con fermezza alle squadracce e introducendo il termine "avventurismo" per descrivere la deviazione antidemocratica del movimento politico autoritario e ultranazionalista fondato da Benito Mussolini. La sua visione politica era radicata in un profondo senso di responsabilità etica e nell'impegno per il rafforzamento delle istituzioni rappresentative. Il suo operato continua a rappresentare un messaggio di ammonimento contro la violenza politica e l'autoritarismo. Intellettuale e giornalista di grande rilievo, Amendola considerava la libertà di informazione un diritto imprescindibile, tanto che il mondo del giornalismo lo celebra ancora oggi attraverso l'ente di previdenza della categoria.

Il valore morale del suo lascito è ricordato costantemente dalle istituzioni, come sottolineato durante il centenario della sua morte con il tributo delle più alte cariche dello Stato, attraverso iniziative volte a preservare la memoria collettiva e mediante il conferimento di significative onorificenze civiche.

Il processo riguardante l'uccisione dell'onorevole Giovanni Amendola non si svolse in un'unica occasione, ma venne riaperto nel secondo dopoguerra. Nel 1946, la Corte d'Assise di Pistoia avviò un nuovo procedimento volto a individuare e giudicare i colpevoli della violenta aggressione fascista subita dal politico liberale il 20 luglio 1925 a Montecatini Terme, un'aggressione che portò alla sua morte nel corso dell'anno successivo. Tutti gli imputati presenti, tra cui Carlo Scorza, futuro segretario del PNF e processato in contumacia poiché rifugiato in Argentina, furono giudicati colpevoli. Tra il 1946 e il 1947, i giudici di Pistoia li condannarono a 30 anni di carcere per concorso in omicidio premeditato, riconoscendo il legame diretto tra il pestaggio e la morte di Amendola. Il processo si concluse nel luglio del 1949, con i giudici che optarono per una derubricazione del reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale. Pur riconoscendo la natura premeditata dell'aggressione, stabilirono che mancasse l'intenzione di uccidere. Questo verdetto consentì agli imputati di usufruire dell'amnistia emanata il 22 giugno 1946 dal governo De Gasperi I su proposta del Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti. Questo provvedimento legale consentì agli assassini di Amendola di beneficiare di scarcerazioni e significative riduzioni di pena, permettendo ad alcuni tra i principali mandanti ed esecutori di evitare completamente l'esecuzione delle pene previste dalla sentenza.

Nel processo d'Appello tenutosi presso la Corte d'Assise di Perugia nell'ottobre del 1950, le condanne vennero annullate e tutti gli imputati furono assolti a causa dell'insufficienza di prove. Nonostante il controverso esito giudiziario, i processi del dopoguerra hanno avuto il merito storico incontestabile di confermare in maniera definitiva l'origine fascista dell'omicidio.





Fonte: di Sergio Castelli