30 Luglio 2021

"IL COLORE DEL NEMICO"

21-06-2021 - IL SOCIALISMO NEL MONDO
Tulsa: città dell’Oklahoma famosa per l’arte, la cultura, le innovazioni tecnologiche, ai primi posti negli USA per la qualità della vita. In quest’angolo di paradiso in terra cent’anni fa, nella notte fra il 31 maggio e il 1° giugno, si scatenò l’inferno. Qui, nel quartiere di Greenwood, prosperava la più ricca comunità afroamericana del paese. L’avevano soprannominato Black Wall Street, il luogo dov’era stato possibile per i discendenti degli schiavi fare fortuna. Ma il 1° giugno 1921 Greenwood Avenue era in fiamme, 37 isolati ridotti a un cumulo di macerie, i negozi saccheggiati. L’area era stata rasa al suolo da una folla di bianchi inferociti. Ancora oggi si continuano a trovare i resti delle vittime del massacro. Accadde dopo che Dick Rowland, un giovane nero, fu arrestato per presunta violenza a una bianca e una folla di bianchi decisi al linciaggio si scontrò con un gruppo di veterani neri della prima guerra mondiale accorso per impedire l’impiccagione. Bombe incendiarie furono scagliate contro il quartiere residenziale nero, i suoi abitanti furono braccati, cacciati dalle loro case, a centinaia fucilati per strada. Dick Rowland in realtà non fu la causa, ma il pretesto, l’alibi per eliminare quella realtà intollerabile: avendo dimostrato di possedere le stesse capacità di affermazione dei bianchi, gli afroamericani avevano commesso un peccato imperdonabile. Per anni, i cittadini bianchi di Tulsa e i quotidiani locali avevano alimentato i risentimenti facendo commenti negativi su Greenwood, usando termini razzisti a causa del loro mai placato rancore. Subito dopo i disordini che avevano provocato 300 vittime e 10.000 senzatetto, il sindaco TD Evans promise di ricostruire Greenwood ma nel giro di un paio di giorni cambiò idea e la prosperità di Greenwood svanì per sempre. Non fu mai pagato un risarcimento e per decenni il massacro di Tulsa fu insabbiato, cancellato anche nel ricordo. Il 1° giugno 2021, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden che ha fatto del “progresso dell’eguaglianza razziale e dei diritti civili” una delle quattro priorità della sua amministrazione, si è recato a Tulsa in occasione del centenario di quello che “non fu una rissa. Fu un massacro, uno dei peggiori della nostra storia. Ma non l’unico”, ha detto dopo l’incontro con tre sopravvissuti di 100, 106 e 107 anni, e discendenti di famiglie che persero casa e lavoro. “Solo perché la storia non ne parla, non significa che non sia accaduto, che non abbia avuto luogo”. E ora, la nazione deve fare i conti con il peccato della negazione. “Non dobbiamo solo scegliere quel che vogliamo sapere e non quello che dovremmo sapere. Sono venuto qui, ha detto, per riempire il silenzio, perché nel silenzio le lacerazioni si approfondiscono. Anche se abbiamo fatto enormi progressi … l’odio non è stato sconfitto, si nasconde soltanto. E se i suoi leader gli danno ossigeno, riappare.” Le tensioni razziali non sono mai cessate negli USA: si calcola che tutt’oggi 40 milioni di neri siano vittime di razzismo, diseguaglianze economiche e sanitarie, brutalità della polizia. Proprio per queste ragioni Joe Biden sta pilotando gli USA verso una resa dei conti nei confronti della discriminazione razziale. Su questo tema la differenza dal suo predecessore non potrebbe essere più evidente. Incancellabile rimarrà la memoria della reazione di Donald Trump quando il 6 gennaio, per contestare il risultato delle elezioni, i suoi sostenitori invasero Capitol Hill: un assalto preparato da suprematisti bianchi e organizzazioni di estrema destra. Trump non solo incoraggiò la marcia sul Campidoglio, ma definì i partecipanti “patrioti”. Il suprematismo non è un fenomeno circoscritto all’America, è un pericolo diffuso in tutto il mondo e va crescendo. Non è difficile individuare “il nemico” che inquina la tua razza, ti ruba il lavoro, mette in pericolo i tuoi valori e la tua cultura. Per Anders Behring Breivik, un impiegato norvegese di 32 anni dichiaratosi “anti-multicuralista, anti-marxista, anti-islamista” convertitosi al nazismo, il nemico è l’Islam. Deciso a opporsi alla “invasione islamica”, il 22 luglio 2011provoca la morte di 77 persone con una un’autobomba piazzata nel centro di Oslo e sparando all’impazzata con armi automatiche sui giovani socialdemocratici riuniti nell’ isola di Utoya colpevoli di “aprire le porte all’immigrazione di massa dei musulmani”. Breivik, giudicato sano di mente, non si è mai pentito, non ha chiesto perdono, e ha rivendicato i suoi crimini. Il 15 marzo 2019 il 28enne australiano Brenton Tarrant, “a white suprematist” grande ammiratore di Trump perché “simbolo di una rinnovata identità bianca”, assalta due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda uccidendo 51persone e ferendone una quarantina. Tarrant, spiegano i pubblici ministeri durante il processo, si è deciso alla strage perché voleva instillare il terrore in coloro che descrive come "nemici, invasori". Il 17 giugno 2015 il giovane suprematista bianco Dylann Roof, uccide nove afroamericani in una chiesa di Charleston nella Carolina del Sud. Dopo l’arresto confessa di aver commesso la strage sperando di “dare il via a una guerra razziale” perché “i neri stanno conquistando il mondo”. I pericoli connessi al suprematismo esistono ovunque. Anche qui in Italia non manca il nemico da irridere, massacrare di botte, eliminare: neri, cinesi, musulmani, migranti … Ci ricordiamo tutti i fatti di Macerata: il 3 febbraio 2018 il 28enne Luca Traini, incensurato, candidato nel 2017 alle elezioni comunali di Corridonia per la Lega Nord, a bordo di un’Alfa Romeo 174 spara contro la sede del Partito democratico e contro i migranti che incrocia per strada. Con la sua semiautomatica Glock riesce a ferirne sei, tutti di colore, cinque uomini e una donna. Bloccato dai carabinieri, si avvolge nel tricolore e fa il saluto fascista. Come ci ricordiamo di Willy Monteiro Duarte, 21enne italiano originario di Capo Verde, pestato a morte dai fratelli Marco e Gabriele Bianchi il 6 settembre dello scorso anno a Colleferro, colpevole di avere la pelle nera e di essere accorso in aiuto di un amico preso a botte dai due. Prima del massacro di Willy i fratelli Bianchi avevano già picchiato a sangue a Velletri altri giovani perché di colore: un indiano, un marocchino… Il clima di risentimento nei confronti del diverso non nasce all’improvviso: minimizzare, consentire per anni l’atteggiamento intollerante, la battuta razzista, l’irrisione ingigantisce i rancori e può condurre a gesti irrimediabili. Di certo non è responsabile Roberto Calderoli, medico, rappresentante della Lega, di quanto accaduto a Macerata e a Colleferro. Ma di certo non hanno contribuito a placare le animosità certe sue affermazioni: l’Italia ha battuto la Francia ai campionati mondiali di calcio a Berlino nel 2006 perché la nostra squadra “ha schierato lombardi, campani, veneti e calabresi” contro avversari “negri, islamici e comunisti”. O affermando nel 2013 che l’allora ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge aveva “le sembianze di un orango”. Battute di questo genere, venendo da personaggi autorevoli – Calderoli è vicepresidente del Senato – non contribuiscono a placare le animosità.




Fonte: di GIULIETTA ROVERA
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