DISORDINE GLOBALE E RIORDINO di Salvatore Rondello
23-03-2026 - UNO SGUARDO SUL MONDO di Salvatore Rondello
Le relazioni internazionali sono entrate in una fase di instabilità strutturale, mentre il sistema energetico si riconfigura con una velocità senza precedenti. Il disordine non è più l'eccezione ma il nuovo sistema operativo delle relazioni internazionali.
L'energia, un settore storicamente lento, fatto di cicli lunghi e trasformazioni progressive, oggi è al centro di uno dei più rapidi processi di riordino degli ultimi cinquant'anni. Queste due dinamiche scorrono affiancate: un mondo conteso e un sistema energetico che cambia materiali, geografie e logiche. Non comprenderle insieme significa leggere male il quadro del mondo dove siamo immersi.
A prima vista potrebbe sembrare tutto imprevedibile: guerre, tensioni commerciali, blocchi navali, attacchi cyber. In realtà, il disordine segue dei modelli molto chiari. Il primo è la frammentazione del potere. Viviamo in un'architettura di poteri concorrenti. Stati Uniti e Cina fissano i paletti strategici, attori regionali come India, Turchia, Brasile e Paesi del Golfo avanzano con un'agenda autonoma e ambiziosa mentre la Russia opera da potenza revisionista, spesso fuori dalle regole. Il secondo è la normalizzazione del conflitto. Per decenni, abbiamo dato per scontato che una guerra su larga scala in Europa fosse impossibile.
Eppure eccoci qui: la guerra in Ucraina continua, il Medio Oriente vive un ciclo di escalation, le navi nel Mar Rosso vengono attaccate dai droni, l'Africa registra continui colpi di stato, e le tensioni crescono nell'Indo-Pacifico. Questo non è un picco temporaneo. È una tendenza strutturale. Le crisi non si succedono, ma coesistono.
L'architettura istituzionale costruita dopo il 1945 è sotto tensione: il multilateralismo non funziona, l'ONU è paralizzato, il WTO è incapace di occuparsi delle dispute, il G20 che sembrava la soluzione del dialogo appare sempre più diviso.
A questo si aggiunge l'armamento dell'interdipendenza: sanzioni, divieti tecnologici, controlli sugli investimenti, restrizioni all'export. L'economia globale non è più un terreno neutrale: è un campo di competizione. E poi l'ultimo invisibile fronte: l'ascesa della guerra informativa. Disinformazione, deepfake, campagne di influenza non solo destabilizzano governi o elezioni: si tratta di strumenti a basso costo e massimo impatto, che erodono la fiducia, la risorsa politica più scarsa del nostro tempo.
Le cause profonde di questo disordine sono molte: la transizione di potere tra Stati Uniti e Cina, l'eredità lunga degli shock del 2008 e della pandemia, la fine dell'iper globalizzazione, la divergenza demografica tra Nord e Sud, la polarizzazione interna nelle democrazie e lo stress climatico che agisce come amplificatore.
Nel radar di un futuro prossimo ricollochiamo i consueti scenari: le tensioni nello Stretto di Taiwan, le provocazioni e gli incidenti al confine fra NATO e Russia, i sabotaggi nella “grey zone”, dalla fibra sottomarina alle infrastrutture energetiche. Una dimensione ibrida che non è guerra, ma certamente non è pace. E tutto questo, se i cigni neri lo permettano.
Se il quadro geopolitico si scompone, l'energia si sta ricomponendo con una velocità inattesa. Il 2022 ha segnato un punto di rottura: la sicurezza energetica è tornata al centro, insieme alla competitività, ridefinendo il tradizionale trilemma. Nella sua riscrittura, sostenibilità economica, sicurezza e transizione non procedono più allineate: si negoziano, si compensano, si sacrificano quando serve. Anche l'opinione pubblica si fa volatile: l'energia diventa linea di frattura politica. Gli obiettivi climatici restano, vengono spostati in un orizzonte temporale più lontano, ma competono con la gestione dei rischi e dei costi.
Per chi vive nel mondo dell'industria non sappiamo se si tratta di una notizia buona, in fondo: le policies non possono forzare oltre misura il mercato e la maturità delle tecnologie. Il realismo torna a essere la misura delle scelte possibili, dunque sostenibili, ma nel frattempo l'illusione domina lo scenario internazionale.
La nuova mappa del potere energetico globale riflette questo equilibrio. Gli Stati Uniti sono diventati l'egemone energetico inatteso, lo swing supplier: prima lo shale, oggi il GNL, una forte industria cleantech, un ruolo crescente nella sicurezza energetica europea imposto dalla leadership politica. La Cina, al contrario, domina la transizione materiale: solare, batterie, EV, terre rare, processing minerario. Nella nuova economia, chi controlla la filiera dei minerali controlla la velocità della transizione. I Paesi del Golfo si muovono con pragmatismo: investono in energia tradizionale e rinnovabile, puntano sulle nuove tecnologie; attraverso i fondi sovrani costruiscono una piattaforma geo-economica sempre più ampia. La Russia invece ha perso l'Europa, si è girata verso l'Asia, ma a prezzo di una perdita strutturale di influenza dato che le condizioni sono dettate da altri.
L'Europa, e con essa l'Italia, cerca di reagire a questa crisi, stretta fra la competizione sino-americana e l'aggressività russa: diversificazione, GNL, nuove infrastrutture, maggiore integrazione mediterranea e una lenta ma progressiva revisione delle proprie ambizioni, non sostenute da altrettanta leva geopolitica.
La transizione energetica non è fatta solo di tecnologie ma di minerali: litio, nichel, rame, grafite, terre rare sono la nuova base industriale dell'energia pulita. Qui nasce la mineral trap: sommiamo dipendenze tradizionali con nuove, più ambigue, dipendenze minerali, geograficamente limitate nell'upstream ma pesantemente concentrate nella fase della raffinazione. Ribaltare questo tavolo sembra impossibile: l'egemonia cinese è partita da lontano e ha guadagnato almeno una decina di anni di distacco.
Nel nuovo disordine, l'energia è una leva geopolitica. Le sanzioni ridisegnano i flussi; i cyberattacchi colpiscono le infrastrutture; i sabotaggi mostrano la vulnerabilità di gasdotti e cavi sottomarini; dazi e divieti costruiscono barriere più alte di molti confini fisici.
Per un Paese come l'Italia, la risposta ha un nome: resilienza. Ridondanza, diversificazione, protezione delle infrastrutture, cooperazione con il Mediterraneo allargato e dialogo costante con alleati e partner sono essenziali.
Un nuovo animale si aggira per la scena, e che condizionerà in modo inedito sia le relazioni internazionali che la competizione energetica: l'AI, con i suoi centri di calcolo e i suoi big data. Sul fronte del risparmio, l'intelligenza artificiale promette grandi cose nella gestione della rete e degli stoccaggi, nel trading e nel pricing, nelle previsioni meteorologiche, perfino nella modellazione di scenari o nella creazione di nuovi materiali. Per il momento si tratta di promesse, però non lontane dalla nuova realtà.
Su quello invece dell'energia richiesta, sappiamo solo che la domanda sarà enorme, considerato che l'AI sta crescendo e cambiando più velocemente delle previsioni della Legge di Moore sui chip.
L'IA è una tecnologia totale, influenza la politica e la scienza, l'energia e l'economia. Può garantire la sorveglianza totale e il tracciamento e l'eliminazione di bersagli nemici, ma può consentire di ricostruire la catena delle proteine e di potenziare il cervello umano fino al compimento della teoria della “singolarità” di Kurtzweil. La grande differenza tra la rivoluzione digitale degli anni '90 e la rivoluzione odierna è che la prima è avvenuta in un tempo di mentalità win-win, con il digitale mirato ad aprire nuove opportunità a tutti; la seconda si sta sviluppando in un mondo competitivo. Putin ha dichiarato nel 2017: “Chi sarà leader nell'intelligenza artificiale, guiderà il mondo”. Xi ha promesso che la Cina sarà alla guida dell'AI entro il 2030.
La geopolitica oggi plasma l'energia. E sempre più spesso, l'energia plasma la geopolitica, poiché è diventata il sistema nervoso della competizione globale. Comprendere questa trasformazione non è un esercizio analitico: è una necessità strategica perché leggere bene il disordine permette di guidare meglio il riordino.
La crisi tra Stati Uniti e Iran aumenta il disordine con un effetto inatteso nella relazione transatlantica: una scelta militare locale si è trasformata in una potenziale guerra commerciale. Il rifiuto della Spagna di autorizzare l'uso delle basi di Rota e Morón per operazioni statunitensi contro Teheran ha provocato la reazione dell'amministrazione Trump, che ha minacciato dazi e restrizioni commerciali verso Madrid. Non si tratta solo di un episodio diplomatico. Per la prima volta in modo così esplicito, una divergenza strategica all'interno dell'alleanza occidentale viene tradotta in pressione economica diretta contro uno Stato membro dell'Unione europea. Il passaggio è delicato perché rompe una separazione storica: quella tra cooperazione militare NATO e relazioni commerciali transatlantiche. Se la sicurezza diventa uno strumento di negoziazione economica, l'equilibrio interno dell'Alleanza rischia di cambiare natura.
La posizione della Spagna nasce da una scelta politica chiara: evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Madrid ha rivendicato la propria decisione come coerente con il diritto internazionale e con una linea di prudenza rispetto a un'escalation militare in Medio Oriente. La reazione americana ha invece spostato la disputa sul terreno economico. L'ipotesi di limitare gli scambi commerciali con la Spagna ha immediatamente provocato la risposta della Commissione Europea, che ha ricordato come la politica commerciale sia competenza esclusiva dell'Unione. In altre parole, colpire Madrid significherebbe di fatto aprire un contenzioso con l'intero mercato europeo. Il messaggio di Bruxelles è stato quindi duplice: solidarietà con uno Stato membro e difesa del principio che il commercio transatlantico non può essere frammentato in trattative bilaterali. Accettare questo precedente significherebbe infatti consentire pressioni selettive su singoli Paesi dell'UE.
La minaccia di dazi contro la Spagna segnala un'evoluzione nella strategia geopolitica americana: l'uso dell'interdipendenza economica come strumento di disciplina politica anche all'interno del blocco occidentale. Il caso è particolarmente significativo perché i rapporti economici tra Stati Uniti e Spagna non sono marginali. Nel 2025 Washington ha registrato un surplus commerciale nei confronti di Madrid: oltre 26 miliardi di dollari di esportazioni contro circa 21 miliardi di importazioni. Questa interdipendenza rende teoricamente costosa per entrambe le parti un'escalation commerciale. Proprio per questo la minaccia assume una funzione soprattutto deterrente. Il messaggio implicito è che le decisioni strategiche degli alleati, soprattutto quando riguardano infrastrutture militari critiche, possono avere conseguenze economiche dirette.
La tensione transatlantica non può essere compresa senza considerare il contesto più ampio del conflitto con l'Iran. L'escalation militare ha riacceso il timore di una crisi energetica globale legata allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La possibilità che Teheran minacci o blocchi il traffico energetico rappresenta una leva geopolitica enorme. Gli Stati Uniti hanno risposto con una strategia di deterrenza dura, promettendo ritorsioni massicce in caso di attacchi alle rotte marittime.
Gli effetti economici della crisi stanno già emergendo. Il Pakistan fortemente dipendente dalle importazioni di energia, ha adottato misure di austerità straordinarie per ridurre il consumo di carburanti statali e contenere l'impatto dei prezzi petroliferi. Questo episodio mostra come una guerra regionale possa rapidamente trasformarsi in una crisi economica globale.
Per l'Unione europea la situazione è particolarmente complessa. Da un lato, la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico è vitale per l'economia del continente. Dall'altro, il rischio di una frattura commerciale con Washington rappresenta un fattore di instabilità politica e finanziaria. La risposta europea si sta muovendo su due livelli. Sul piano militare, diversi Paesi, tra cui Francia, Italia e Grecia, hanno rafforzato la presenza navale nel Mediterraneo orientale e a Cipro per proteggere infrastrutture e traffici marittimi. Sul piano economico, Bruxelles sta cercando di preservare l'accordo commerciale UE-USA firmato nel 2025, ancora in fase di ratifica. Il Parlamento europeo resta però diviso: alcuni gruppi chiedono di congelare l'intesa proprio a causa delle nuove tensioni con Washington.
La vera posta in gioco non riguarda solo la Spagna. Se la pressione economica diventasse uno strumento ricorrente per risolvere divergenze strategiche all'interno della NATO, l'alleanza potrebbe trasformarsi in un sistema in cui la sicurezza ha un costo politico ed economico esplicito. In questo scenario, il sostegno militare americano smetterebbe di essere percepito come un pilastro strutturale dell'ordine occidentale e inizierebbe a essere interpretato come una leva negoziale. Il risultato sarebbe una trasformazione profonda dell'equilibrio transatlantico: la difesa collettiva non più come bene pubblico condiviso, ma come rapporto di interdipendenza in cui la protezione strategica può diventare, letteralmente, fatturabile. Ed è proprio questo il precedente che oggi preoccupa Bruxelles più della crisi diplomatica con Madrid. Perché una volta aperta la porta alla coercizione economica tra alleati, chi paga il conto potrebbe non essere soltanto la Spagna.
Il gioco si fa sempre più duro con frequenti colpi di scena. Chi vincerà? Nessuno, a parte i fabbricanti di morte e distruzione. Alla fine della fiera l'umanità pagherà il prezzo maggiore di questo scellerato disordine mondiale per il quale non si vede un nuovo ordine all'orizzonte accettabile e condivisibile. In una logica dinamica della vita, non si ancora se nuove scoperte scientifiche possano mettere in crisi i paradigmi della realtà che l'umanità sta vivendo.
E' sempre più urgente che gli uomini di buona volontà, economisti, filosofi, scienziati e politici inizino a pensare al mondo che verrà dove possa regnare la pace perpetua, la solidarietà tra i popoli, il rispetto reciproco tra le persone ed una società in grado di garantire a tutte le persone una vita dignitosa fatta di giustizia sociale e dalla libertà da ogni forma di oppressione.
L'energia, un settore storicamente lento, fatto di cicli lunghi e trasformazioni progressive, oggi è al centro di uno dei più rapidi processi di riordino degli ultimi cinquant'anni. Queste due dinamiche scorrono affiancate: un mondo conteso e un sistema energetico che cambia materiali, geografie e logiche. Non comprenderle insieme significa leggere male il quadro del mondo dove siamo immersi.
A prima vista potrebbe sembrare tutto imprevedibile: guerre, tensioni commerciali, blocchi navali, attacchi cyber. In realtà, il disordine segue dei modelli molto chiari. Il primo è la frammentazione del potere. Viviamo in un'architettura di poteri concorrenti. Stati Uniti e Cina fissano i paletti strategici, attori regionali come India, Turchia, Brasile e Paesi del Golfo avanzano con un'agenda autonoma e ambiziosa mentre la Russia opera da potenza revisionista, spesso fuori dalle regole. Il secondo è la normalizzazione del conflitto. Per decenni, abbiamo dato per scontato che una guerra su larga scala in Europa fosse impossibile.
Eppure eccoci qui: la guerra in Ucraina continua, il Medio Oriente vive un ciclo di escalation, le navi nel Mar Rosso vengono attaccate dai droni, l'Africa registra continui colpi di stato, e le tensioni crescono nell'Indo-Pacifico. Questo non è un picco temporaneo. È una tendenza strutturale. Le crisi non si succedono, ma coesistono.
L'architettura istituzionale costruita dopo il 1945 è sotto tensione: il multilateralismo non funziona, l'ONU è paralizzato, il WTO è incapace di occuparsi delle dispute, il G20 che sembrava la soluzione del dialogo appare sempre più diviso.
A questo si aggiunge l'armamento dell'interdipendenza: sanzioni, divieti tecnologici, controlli sugli investimenti, restrizioni all'export. L'economia globale non è più un terreno neutrale: è un campo di competizione. E poi l'ultimo invisibile fronte: l'ascesa della guerra informativa. Disinformazione, deepfake, campagne di influenza non solo destabilizzano governi o elezioni: si tratta di strumenti a basso costo e massimo impatto, che erodono la fiducia, la risorsa politica più scarsa del nostro tempo.
Le cause profonde di questo disordine sono molte: la transizione di potere tra Stati Uniti e Cina, l'eredità lunga degli shock del 2008 e della pandemia, la fine dell'iper globalizzazione, la divergenza demografica tra Nord e Sud, la polarizzazione interna nelle democrazie e lo stress climatico che agisce come amplificatore.
Nel radar di un futuro prossimo ricollochiamo i consueti scenari: le tensioni nello Stretto di Taiwan, le provocazioni e gli incidenti al confine fra NATO e Russia, i sabotaggi nella “grey zone”, dalla fibra sottomarina alle infrastrutture energetiche. Una dimensione ibrida che non è guerra, ma certamente non è pace. E tutto questo, se i cigni neri lo permettano.
Se il quadro geopolitico si scompone, l'energia si sta ricomponendo con una velocità inattesa. Il 2022 ha segnato un punto di rottura: la sicurezza energetica è tornata al centro, insieme alla competitività, ridefinendo il tradizionale trilemma. Nella sua riscrittura, sostenibilità economica, sicurezza e transizione non procedono più allineate: si negoziano, si compensano, si sacrificano quando serve. Anche l'opinione pubblica si fa volatile: l'energia diventa linea di frattura politica. Gli obiettivi climatici restano, vengono spostati in un orizzonte temporale più lontano, ma competono con la gestione dei rischi e dei costi.
Per chi vive nel mondo dell'industria non sappiamo se si tratta di una notizia buona, in fondo: le policies non possono forzare oltre misura il mercato e la maturità delle tecnologie. Il realismo torna a essere la misura delle scelte possibili, dunque sostenibili, ma nel frattempo l'illusione domina lo scenario internazionale.
La nuova mappa del potere energetico globale riflette questo equilibrio. Gli Stati Uniti sono diventati l'egemone energetico inatteso, lo swing supplier: prima lo shale, oggi il GNL, una forte industria cleantech, un ruolo crescente nella sicurezza energetica europea imposto dalla leadership politica. La Cina, al contrario, domina la transizione materiale: solare, batterie, EV, terre rare, processing minerario. Nella nuova economia, chi controlla la filiera dei minerali controlla la velocità della transizione. I Paesi del Golfo si muovono con pragmatismo: investono in energia tradizionale e rinnovabile, puntano sulle nuove tecnologie; attraverso i fondi sovrani costruiscono una piattaforma geo-economica sempre più ampia. La Russia invece ha perso l'Europa, si è girata verso l'Asia, ma a prezzo di una perdita strutturale di influenza dato che le condizioni sono dettate da altri.
L'Europa, e con essa l'Italia, cerca di reagire a questa crisi, stretta fra la competizione sino-americana e l'aggressività russa: diversificazione, GNL, nuove infrastrutture, maggiore integrazione mediterranea e una lenta ma progressiva revisione delle proprie ambizioni, non sostenute da altrettanta leva geopolitica.
La transizione energetica non è fatta solo di tecnologie ma di minerali: litio, nichel, rame, grafite, terre rare sono la nuova base industriale dell'energia pulita. Qui nasce la mineral trap: sommiamo dipendenze tradizionali con nuove, più ambigue, dipendenze minerali, geograficamente limitate nell'upstream ma pesantemente concentrate nella fase della raffinazione. Ribaltare questo tavolo sembra impossibile: l'egemonia cinese è partita da lontano e ha guadagnato almeno una decina di anni di distacco.
Nel nuovo disordine, l'energia è una leva geopolitica. Le sanzioni ridisegnano i flussi; i cyberattacchi colpiscono le infrastrutture; i sabotaggi mostrano la vulnerabilità di gasdotti e cavi sottomarini; dazi e divieti costruiscono barriere più alte di molti confini fisici.
Per un Paese come l'Italia, la risposta ha un nome: resilienza. Ridondanza, diversificazione, protezione delle infrastrutture, cooperazione con il Mediterraneo allargato e dialogo costante con alleati e partner sono essenziali.
Un nuovo animale si aggira per la scena, e che condizionerà in modo inedito sia le relazioni internazionali che la competizione energetica: l'AI, con i suoi centri di calcolo e i suoi big data. Sul fronte del risparmio, l'intelligenza artificiale promette grandi cose nella gestione della rete e degli stoccaggi, nel trading e nel pricing, nelle previsioni meteorologiche, perfino nella modellazione di scenari o nella creazione di nuovi materiali. Per il momento si tratta di promesse, però non lontane dalla nuova realtà.
Su quello invece dell'energia richiesta, sappiamo solo che la domanda sarà enorme, considerato che l'AI sta crescendo e cambiando più velocemente delle previsioni della Legge di Moore sui chip.
L'IA è una tecnologia totale, influenza la politica e la scienza, l'energia e l'economia. Può garantire la sorveglianza totale e il tracciamento e l'eliminazione di bersagli nemici, ma può consentire di ricostruire la catena delle proteine e di potenziare il cervello umano fino al compimento della teoria della “singolarità” di Kurtzweil. La grande differenza tra la rivoluzione digitale degli anni '90 e la rivoluzione odierna è che la prima è avvenuta in un tempo di mentalità win-win, con il digitale mirato ad aprire nuove opportunità a tutti; la seconda si sta sviluppando in un mondo competitivo. Putin ha dichiarato nel 2017: “Chi sarà leader nell'intelligenza artificiale, guiderà il mondo”. Xi ha promesso che la Cina sarà alla guida dell'AI entro il 2030.
La geopolitica oggi plasma l'energia. E sempre più spesso, l'energia plasma la geopolitica, poiché è diventata il sistema nervoso della competizione globale. Comprendere questa trasformazione non è un esercizio analitico: è una necessità strategica perché leggere bene il disordine permette di guidare meglio il riordino.
La crisi tra Stati Uniti e Iran aumenta il disordine con un effetto inatteso nella relazione transatlantica: una scelta militare locale si è trasformata in una potenziale guerra commerciale. Il rifiuto della Spagna di autorizzare l'uso delle basi di Rota e Morón per operazioni statunitensi contro Teheran ha provocato la reazione dell'amministrazione Trump, che ha minacciato dazi e restrizioni commerciali verso Madrid. Non si tratta solo di un episodio diplomatico. Per la prima volta in modo così esplicito, una divergenza strategica all'interno dell'alleanza occidentale viene tradotta in pressione economica diretta contro uno Stato membro dell'Unione europea. Il passaggio è delicato perché rompe una separazione storica: quella tra cooperazione militare NATO e relazioni commerciali transatlantiche. Se la sicurezza diventa uno strumento di negoziazione economica, l'equilibrio interno dell'Alleanza rischia di cambiare natura.
La posizione della Spagna nasce da una scelta politica chiara: evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Madrid ha rivendicato la propria decisione come coerente con il diritto internazionale e con una linea di prudenza rispetto a un'escalation militare in Medio Oriente. La reazione americana ha invece spostato la disputa sul terreno economico. L'ipotesi di limitare gli scambi commerciali con la Spagna ha immediatamente provocato la risposta della Commissione Europea, che ha ricordato come la politica commerciale sia competenza esclusiva dell'Unione. In altre parole, colpire Madrid significherebbe di fatto aprire un contenzioso con l'intero mercato europeo. Il messaggio di Bruxelles è stato quindi duplice: solidarietà con uno Stato membro e difesa del principio che il commercio transatlantico non può essere frammentato in trattative bilaterali. Accettare questo precedente significherebbe infatti consentire pressioni selettive su singoli Paesi dell'UE.
La minaccia di dazi contro la Spagna segnala un'evoluzione nella strategia geopolitica americana: l'uso dell'interdipendenza economica come strumento di disciplina politica anche all'interno del blocco occidentale. Il caso è particolarmente significativo perché i rapporti economici tra Stati Uniti e Spagna non sono marginali. Nel 2025 Washington ha registrato un surplus commerciale nei confronti di Madrid: oltre 26 miliardi di dollari di esportazioni contro circa 21 miliardi di importazioni. Questa interdipendenza rende teoricamente costosa per entrambe le parti un'escalation commerciale. Proprio per questo la minaccia assume una funzione soprattutto deterrente. Il messaggio implicito è che le decisioni strategiche degli alleati, soprattutto quando riguardano infrastrutture militari critiche, possono avere conseguenze economiche dirette.
La tensione transatlantica non può essere compresa senza considerare il contesto più ampio del conflitto con l'Iran. L'escalation militare ha riacceso il timore di una crisi energetica globale legata allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La possibilità che Teheran minacci o blocchi il traffico energetico rappresenta una leva geopolitica enorme. Gli Stati Uniti hanno risposto con una strategia di deterrenza dura, promettendo ritorsioni massicce in caso di attacchi alle rotte marittime.
Gli effetti economici della crisi stanno già emergendo. Il Pakistan fortemente dipendente dalle importazioni di energia, ha adottato misure di austerità straordinarie per ridurre il consumo di carburanti statali e contenere l'impatto dei prezzi petroliferi. Questo episodio mostra come una guerra regionale possa rapidamente trasformarsi in una crisi economica globale.
Per l'Unione europea la situazione è particolarmente complessa. Da un lato, la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico è vitale per l'economia del continente. Dall'altro, il rischio di una frattura commerciale con Washington rappresenta un fattore di instabilità politica e finanziaria. La risposta europea si sta muovendo su due livelli. Sul piano militare, diversi Paesi, tra cui Francia, Italia e Grecia, hanno rafforzato la presenza navale nel Mediterraneo orientale e a Cipro per proteggere infrastrutture e traffici marittimi. Sul piano economico, Bruxelles sta cercando di preservare l'accordo commerciale UE-USA firmato nel 2025, ancora in fase di ratifica. Il Parlamento europeo resta però diviso: alcuni gruppi chiedono di congelare l'intesa proprio a causa delle nuove tensioni con Washington.
La vera posta in gioco non riguarda solo la Spagna. Se la pressione economica diventasse uno strumento ricorrente per risolvere divergenze strategiche all'interno della NATO, l'alleanza potrebbe trasformarsi in un sistema in cui la sicurezza ha un costo politico ed economico esplicito. In questo scenario, il sostegno militare americano smetterebbe di essere percepito come un pilastro strutturale dell'ordine occidentale e inizierebbe a essere interpretato come una leva negoziale. Il risultato sarebbe una trasformazione profonda dell'equilibrio transatlantico: la difesa collettiva non più come bene pubblico condiviso, ma come rapporto di interdipendenza in cui la protezione strategica può diventare, letteralmente, fatturabile. Ed è proprio questo il precedente che oggi preoccupa Bruxelles più della crisi diplomatica con Madrid. Perché una volta aperta la porta alla coercizione economica tra alleati, chi paga il conto potrebbe non essere soltanto la Spagna.
Il gioco si fa sempre più duro con frequenti colpi di scena. Chi vincerà? Nessuno, a parte i fabbricanti di morte e distruzione. Alla fine della fiera l'umanità pagherà il prezzo maggiore di questo scellerato disordine mondiale per il quale non si vede un nuovo ordine all'orizzonte accettabile e condivisibile. In una logica dinamica della vita, non si ancora se nuove scoperte scientifiche possano mettere in crisi i paradigmi della realtà che l'umanità sta vivendo.
E' sempre più urgente che gli uomini di buona volontà, economisti, filosofi, scienziati e politici inizino a pensare al mondo che verrà dove possa regnare la pace perpetua, la solidarietà tra i popoli, il rispetto reciproco tra le persone ed una società in grado di garantire a tutte le persone una vita dignitosa fatta di giustizia sociale e dalla libertà da ogni forma di oppressione.
Fonte: di Salvatore Rondello










