23 Aprile 2024

DE PROMULGATIONE


Il Presidente Einaudi, che parlò poco, sapeva di fare spesso solo ‘prediche inutili’ – ma ancora oggi le leggiamo con profitto e con diletto. Il Presidente Mattarella ama invece impartire, con frequenza quasi curriculare, lezioni che ricordano gli innumerevoli annunci di ‘guai’ con cui un altro suo predecessore, Scalfaro, soleva ammonirci. Da ultimo, parlando ai giornalisti della Casagit, Mattarella ha approfittato dell’occasione per prendere due piccioni con una fava: annunciare la lapalissiana verità che la «libertà di stampa è fondamentale per la nostra democrazia» – pare che, come hanno dedotto i ‘quirinalisti’ più accreditati, questo annuncio fosse teso a fustigare, sia pure senza nominarli, coloro che vorrebbero conoscere il nome dei mandanti delle incursioni illegittime nelle banche dati per passare le informazioni ai giornali con fini apertamente e politicamente manipolativi – e fare una lezione sulla promulgazione delle leggi.

Ne ha approfittato non solo per appagare la sua nostalgia della cattedra universitaria, mai offuscata dall’ormai quarantennale assenza dalle aule e accentuatasi dopo il ‘secondo’, felice esilio al Quirinale; come ha rivelato il quirinalista principe, Marzio Breda, lo ha fatto per non farsi più ‘tirare la giacca’ da chi invita il Presidente o a boicottare le leggi ‘fascistissime’ non ‘promulgandole’ o da chi, invece, spaccia la promulgazione come segno di condivisione della legge da parte del Presidente.

Breda, questa volta, ha superato se stesso con adulazioni venate di humour quasi britannico: «la sortita con cui Sergio Mattarella mette un punto fermo sui propri poteri … ha i toni educatamente sciocciati di chi non sopporta più d’essere tirato per la giacca .. e gli viene quasi da sorridere mentre evoca lo Statuto Albertino».

Il pistolotto conclude con un panegirico sulla limpidezza della fedeltà alla costituzione manifestata in questa orazione presidenziale che, dice Breda, «risuona di un bisogno di percorsi ordinati e chiarezza di rapporti, attraverso l’equilibrio dei poteri». Breda, con questo, vuole ammonire chi lavora nel «cantiere delle riforme» a stare attento a non toccare un oracolo ormai sacralizzato non già nella istituzione ma, addirittura, nella persona che la incarna.

La lezione sulla ‘promulgazione’ è stata di ‘routine’, nulla di nuovo o di comparabile con quella rimasta famosa sui ‘costruttori’, ma dobbiamo ammettere che è stata utile per ribadire ciò che tutti sanno: che promulgare una legge non significa che il suo contenuto sia condiviso da chi ha l’obbligo di promulgarla quando essa ha finito il percorso previsto per l’approvazione.

Infatti, il parere personale del ‘promulgatore’ sull’opportunità e sul merito della legge non solo non è richiesto ma è pure proibito perché, come tutti sanno, il Presidente della Repubblica non ha avuto attribuito dalla nostra Costituzione alcun potere nella formazione delle leggi. Quindi, mai egli si arrogherebbe «compiti che la Costituzione attribuisce ad altri poteri dello Stato».

Ma un punto non è stato chiarito bene: riferendosi alla questione della costituzionalità delle leggi, Mattarella ha detto che il Presidente della Repubblica si deve limitare ad accertare se una legge approvata dal Parlamento non presenti profili di incostituzionalità e che, se facesse altro, «si arrogherebbe indebitamente il compito che è rimesso alla Corte costituzionale».

Dobbiamo pensare che Mattarella lo abbia detto solo per modestia; infatti è proprio nel caso in cui egli rilevi tali profili che può intervenire nel processo legislativo rinviando la legge alle Camere per una nuova deliberazione: un tale potere fa del Presidente il primo filtro per l’accertamento della costituzionalità di una legge e può essere anche l’ultimo e decisivo visto che, come soprattutto Mattarella sa bene, la Corte Costituzionale interviene (o dovrebbe intervenire) solo se chiamata in causa.

Quindi, se promulga una legge, si deve dedurre che egli non abbia rilevato alcun profilo di incostituzionalità. Ergo, se la legge non gli appare manifestamente incostituzionale, il Presidente della Repubblica deve promulgarla e, come tutti gli altri cittadini, non solo deve osservarla ma, in più, finché resta in carica non può criticarla perché, se lo facesse, allora si che si arrogherebbe «compiti che la Costituzione attribuisce ad altri poteri dello Stato», e al popolo.

Insomma, il Presidente della Repubblica non ha, come dice Mattarella ‘fortunatamente’, il potere che aveva il sovrano nello Statuto Albertino.

È vero. Egli non ha alcuna funzione nel processo legislativo eccetto il veto sospensivo (fra l’altro raramente esercitato) anche se pare che, a volte, ami esercitare la ‘soave’ moral suation facendo trapelare, più o meno discretamente, le sue vedute: ‘fortunatamente’ la Costituzione repubblicana ha sostituito lo Statuto Albertino che non solo affidava «la funzione legislativa congiuntamente alle due Camere e al re» ma anche attribuiva a questi un ruolo determinante nella formazione dell’esecutivo.

Però, purtroppo, non siamo stati fortunati fino in fondo: pare che la nostra fortuna svanisca come d’incanto quando si tratta della formazione dell’esecutivo, cioè del governo, nella quale pare che ad alcuni Presidenti della Repubblica sia piaciuto e piaccia mettere le mani e il naso arrogandosi «compiti che la Costituzione attribuisce ad altri poteri dello Stato», mentre gli stessi hanno rifuggito e rifuggono dal metterli per esempio nel CSM quando invece potrebbero, anzi dovrebbero, metterli.

Per tornare alle lezioni, penso sinceramente che ci possano essere risparmiate, non perché presumiamo di conoscere già la materia ma perché sarebbe bene che si promulghi se si deve promulgare e si ponga il veto alle leggi se si pensa che lo si debba fare.

Il resto è superfluo, se non dannoso, perché darebbe l’impressione che il Presidente della Repubblica finisca, certo senza volerlo, nel campo della politica ‘politicante’.

P.S. Apprendiamo da un comunicato ANSA del 13 marzo scorso che, in un ‘ulteriore intervento’ a beneficio di un gruppo di "creator youtuber", il presidente Mattarella ha fatto una clamorosa rivelazione. In una conversazione intitolata nella velina quirinalesca ‘la Costituzione in shorts’ (questo termine inglese è polivalente e può significare ‘in breve’, ‘pantaloncini’ o ‘cortometraggio’ e non saprei quale di questi significati scegliere essendo stato usato durante un incontro con giovani più o meno in abbigliamento ‘casual’), egli ha detto: «La Costituzione è estremamente giovane perché è stata fatta con tanta saggezza, poi negli anni si sono creati fenomeni e circostanze che non erano prevedibili ma quelle norme costituzionali hanno un'elasticità e duttilità che permette di affrontare anche le novità e si adattano "a situazioni imprevedibili". Quindi è materia per giovani più che per vecchi».

Ne deduco che gli ottantenni come me non dovrebbero occuparsene.







Fonte: di Giuseppe Butta'
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