DAL SIMBOLO AL CONSENSO: LA QUESTIONE DEL LOGO DEL MOVIMENTO 5 STELLE

20-07-2026 - CRONACHE SOCIALISTE
di Loredana Nuzzolese

Le dispute politiche non si combattono soltanto nelle aule parlamentari o sui social network. A prima vista potrebbe sembrare una questione puramente giuridica: chi detiene il diritto di utilizzare il logo del Movimento 5 Stelle? Eppure, limitarsi agli aspetti legali significa osservare solo la superficie del fenomeno.

Dal punto di vista della comunicazione politica e della psicologia cognitiva, il simbolo di un partito rappresenta uno degli strumenti più potenti di costruzione dell'identità collettiva. Non è un semplice marchio grafico, ma un contenitore di significati, emozioni, una scorciatoia mentale che riduce l'incertezza.

Per il Movimento 5 Stelle ciò è ancora più evidente. Nato come forza anti-establishment, il Movimento ha costruito la propria identità su una forte componente narrativa: il richiamo alla centralità della partecipazione digitale, il rifiuto delle tradizionali categorie ideologiche, la democrazia diretta, il rifiuto delle élite. Il logo del partito si configura quindi come un elemento identitario prima ancora che elettorale: per molti sostenitori quel simbolo coincide con un preciso immaginario politico.

Quando si discute della sua titolarità, la domanda implicita non riguarda soltanto il diritto di utilizzarlo sulle schede elettorali. La questione diventa: chi può definirsi il vero erede del Movimento? Chi possiede la legittimità di raccontarne la storia e orientarne il futuro? Chi controlla il simbolo controlla anche, almeno in parte, la narrazione pubblica del partito.

Qui entra in gioco Giuseppe Conte. La sua leadership si è sviluppata in una condizione particolare: ha preso le redini di un partito nato attorno al carisma di un fondatore, Grillo, senza esserne il fondatore. In termini di sociologia della leadership si tratta di una transizione dalla leadership carismatica alla leadership istituzionale, un passaggio spesso delicato nella vita delle organizzazioni politiche.

Conte ha progressivamente modificato il posizionamento comunicativo del Movimento. I toni della protesta permanente hanno lasciato spazio a un linguaggio maggiormente orientato alla credibilità istituzionale.

Se Grillo parlava al bisogno di appartenenza e di identità, facendo leva sul senso di comunità costruito negli anni. Conte, invece, cerca di rispondere al bisogno di sicurezza e competenza, due dimensioni decisive nei periodi di elevata incertezza politica ed economica. L'ex presidente del Consiglio ha c così ostruito la propria immagine facendo leva su competenza, moderazione e affidabilità, caratteristiche molto diverse dalla comunicazione provocatoria che aveva caratterizzato la fase originaria del Movimento.

Questa evoluzione, tuttavia, ha prodotto una sovrapposizione di identità. Da un lato permane il patrimonio simbolico costruito negli anni da Grillo; dall'altro emerge una leadership che cerca di reinterpretare quel patrimonio adattandolo a un contesto politico profondamente cambiato. Il conflitto sul logo diventa così il riflesso di una tensione più ampia: continuità o trasformazione? Come far convivere due identità che, almeno finora, hanno cercato di coesistere senza fondersi completamente?

Dal punto di vista del marketing politico, ogni brand politico vive di un equilibrio delicato tra riconoscibilità e capacità di evolversi. Se cambia troppo, rischia di perdere la fiducia accumulata; se rimane immobile, rischia di apparire ancorato al passato. Conte si trova esattamente al centro di questo equilibrio: deve convincere gli elettori che il Movimento sia cambiato senza rinnegare le proprie origini, mantenendo al tempo stesso la credibilità costruita durante l'esperienza di governo.

Il modo in cui questa vicenda viene raccontata dai media contribuisce a orientare la percezione pubblica. Il conflitto viene descritto come una resa dei conti personale, che agli occhi degli elettori significa lotta di potere.

In definitiva, la disputa interna al Movimento 5 Stelle dimostra quanto la politica contemporanea sia diventata una competizione per il controllo dei simboli oltre che dei consensi. Il politologo statunitense Murray Edelman, noto per i suoi studi dedicati alla simbologia politica, già all'epoca sosteneva che la politica non vive soltanto di decisioni e programmi, ma anche di simboli capaci di orientare la percezione collettiva, la cui gestione assume un valore strategico ben superiore al suo contenuto formale.




Fonte: di Loredana Nuzzolese