«NUOTARE NELLA COLLA» E VINCERE A BARI
21-09-2026 - STORIE&STORIE
A casa della sinistra meloni celebra il record di longevità.
di Loredana Nuzzolese
di Loredana Nuzzolese
Il governo Meloni è diventato con 1.413 giorni in carica il più longevo della storia repubblicana. Un traguardo che doveva passare alla storia anche attraverso una celebrazione politica: luminarie e un grande palco davanti al mare, sulla banchina 10 del nuovo terminal crociere del porto di Bari, in cui si legge lo slogan “'Il governo + stabile, l'Italia + forte. Quattro di impegno per la Nazione”.
L'evento di Bari non è stato soltanto una celebrazione politica, ma un vero e proprio banco di prova nell'era della mediatizzazione permanente. La regia dell'appuntamento pugliese è apparsa concepita sin nei minimi dettagli per rispondere a una precisa esigenza strategica: trasformare una ricorrenza politico-istituzionale – la longevità dell'esecutivo e la promessa di stabilità – in un manifesto visivo e retorico di leadership centralizzata.
Attraverso una semiotica del palcoscenico studiata per elevare la figura della Presidente del Consiglio e al contempo disinnescare la potenziale “ingombranza” degli alleati di governo, l'appuntamento ha offerto una serie di spunti fondamentali per comprendere l'evoluzione dello storytelling del centrodestra.
Partiamo dall'analisi della location. La scelta di Bari come palcoscenico per un evento così centrale nella narrazione del governo risponde a precisi calcoli strategici, sia geopolitici che elettorali.
Bari, e la Puglia, da sempre il ponte naturale tra l'Occidente e l'Oriente, rappresentano visivamente la proiezione dell'Italia verso il Mediterraneo. La cornice del Terminal Crociere ha dato corpo allo storytelling del Piano Mattei e all'idea di un'Italia non più periferia dell'Europa, ma cerniera strategica e “ponte economico” verso i Paesi del Mediterraneo. Tra l'altro dopo il vertice del G7 a Borgo Egnazia, il territorio pugliese è diventato nell'immaginario della propaganda governativa il simbolo di un'Italia proiettata sullo scacchiere internazionale in cui Bari rappresenta appunto la “centralità mediterranea”.
E ancora. La città di San Nicola e la Puglia sono storicamente un feudo politico della sinistra, leggesi fra gli ultimi gli amministratori poi governatori Michele Emiliano e Antonio Decaro. Il partito di Giorgia ha voluto sfidare “a casa sua” la sinistra occupando simbolicamente e concretamente lo spazio politico avversario. Così nella roccaforte del centrosinistra, il centrodestra ha lanciato la sua sfida politica, mostrando come il consenso per la premier travalichi i confini tradizionali della destra e come la loro coalizione rappresenti una forza attenta al riscatto del Sud, rivendicando con orgoglio anche le politiche economiche specifiche per il Mezzogiorno, prime fra tutte l'istituzione della ZES unica, i dati macroeconomici.
Quanto al bilancio di potere interno alla coalizione di centrodestra, la Puglia e il Sud sono bacini di voti contesi. Organizzare una dimostrazione di forza in un capoluogo meridionale ha consentito a Fratelli d'Italia di ribadire l'egemonia territoriale riaffermando la leadership nazionale di Meloni.
Nel bilancio complessivo dell'operazione comunicativa, diversi fattori hanno confermato la capacità della macchina di comunicazione di Fratelli d'Italia di gestire la connessione emotiva con la propria base.
Dal punto di vista della narrazione politica, uno degli snodi concettuali più efficaci è stato il riposizionamento del tema della “stabilità”. La continuità dell'esecutivo non è stata rappresentata come una fredda gestione contabile o una conservazione della poltrona, bensì come un atto di coraggiosa resistenza. Metafore come «ci sono stati giorni in cui mi è sembrato di nuotare nella colla» hanno umanizzato l'azione di governo, trasformando l'inazione o la lentezza burocratica delle riforme in una lotta quotidiana contro la “palude delle opposizioni” e le incrostazioni del sistema. Il frame dell'underdog che combatte per il popolo, pur essendo ai vertici delle istituzioni, garantisce un'elevata tenuta elettorale.
Il ricorso al linguaggio sferzante contro le opposizioni, con riferimenti emblematici a passati fallimenti o ai limiti programmatici degli avversari (i "banchi a rotelle", la frammentazione delle coalizioni altrui), ha risposto alla necessità primaria di ogni comizio di piazza: la mobilitazione e il consolidamento dell'elettorato di riferimento attraverso un netto contrasto tra “noi” e “loro”.
Durante il comizio in cui Meloni riesce con facilità a passare da un registro istituzionale a uno colloquiale e “popolare” con un tono caldo, passionale e privo di tecnicismi, arriva l'inaspettata interruzione telefonica privata con la figlia, una spontaneità non programmata. Questo momentaneo fuori programma rompe la retorica politica tradizionale e reintroduce sullo schermo l'immagine di una “donna-madre lavoratrice” vicina alle dinamiche quotidiane. Si tratta di una leva identitaria straordinaria, capace di generare empatia orizzontale con la platea.
Se dal punto di vista del messaggio al pubblico l'evento serviva a rivendicare i successi della maggioranza, dal punto di vista delle dinamiche di potere interne al centrodestra l'analisi della regia risponde a un quesito fondamentale: qual è stato il ruolo riservato agli alleati?
La risposta è netta: la centralità sulla figura di Meloni ha messo in secondo piano gli alleati. Matteo Salvini e Antonio Tajani appaiono come semplice contorno della narrazione. La loro marginalizzazione è stata perseguita attraverso tre vettori comunicativi principali. Dal punto di vista della semiotica visiva, la gestione del palcoscenico non è mai neutrale. Gli alleati di governo non hanno condiviso fisicamente lo spazio centrale con la premier nel momento culminante dell'evento, ma sono stati relegati ad apparizioni introduttive, contributi video o collegamenti. Chi occupa da solo il centro della scena per la chiusura del comizio detiene il monopolio della legittimazione politica e l'esclusiva della leadership.
La narrazione della stabilità dell'esecutivo – eretta a “prima grande riforma del Governo” – è stata quasi totalmente intestata alla figura del Presidente del Consiglio. La Lega e Forza Italia non sono apparse come co-architetti su un piano di parità, ma come elementi ancillari posti a garanzia di un'impalcatura la cui tenuta riposa sulla determinazione e sul peso elettorale di Giorgia Meloni e del suo partito.
L'isolamento di Giorgia sul palco ha risposto anche all'esigenza di evitare qualsiasi sovrapposizione o frizione comunicativa sui temi di potenziale attrito (pensioni, autonomia differenziata, giustizia). Confinando gli interventi dei partner, la macchina comunicativa di Fratelli d'Italia ha sterilizzato i distinguo tattici e offerto ai media una narrazione a “voce unica”, incentrata su una sola figura politica.
Giorgia Meloni ha dimostrato ancora una volta di padroneggiare la grammatica della piazza e i codici del linguaggio, ricalibrando la sua figura tra autorevolezza istituzionale e vicinanza emotiva. Tuttavia, l'uso degli alleati come meri comprimari visivi, se da un lato rafforza la percezione di una leadership forte, senza alternative interne, e vicina al popolo, dall'altro accentua l'esposizione personale del Presidente del Consiglio con il rischio che ogni futura promessa mancata ricada su un unico responsabile.
Fonte: di Loredana Nuzzolese










