23 Aprile 2024

AFRICA ASSE GEOPOLITICO DEL FUTURO

Nei dibattiti si parla dell’Africa come se fosse un’entità omogenea, indivisibile, con una sola cultura. Quando si parla di Africa innanzitutto dovremmo porci alcune domande. Quale Africa? L’Africa di chi?
L’Occidente, dopo secoli, sembra di non aver fatto ancora passi avanti rispetto a una visione del “noi e loro”, senza comprendere che “loro” sono tanti, una moltitudine di diversi, un quinto della popolazione mondiale, giovane e in crescita esponenziale. L’Europa al centro del mondo è finita nelle mappe della geopolitica, resta ancora un baluardo di conoscenza, di storia, di istruzione possibile e sviluppo. In questo c’è quello che possiamo fare insieme per le molte Afriche che non conosciamo abbastanza nonostante decenni e secoli di dominazione e sfruttamento. Oggi bisogna competenze per costruire un futuro, quello che spesso non riusciamo più a immaginare nemmeno per noi stessi.
Non è solo una questione filosofica ma anche reale se pensiamo che il 50% delle scuole secondarie dell’Africa subsahariana non ha l’elettricità ed il Brookings Institution indica come meno del 25 percento degli studenti intraprenda carriere legate alle materie STEM con una conseguente forte dipendenza da personale straniero nel settore dell’energia.
Il mondo concreto di World Energy è un caleidoscopio di filosofie, a cominciare dalla scuola del realismo e del pragmatismo, con un tocco di sognatrice utopia, è un programma possibile.
Durante la Conferenza degli Ambasciatori alla Farnesina, questa visione dell’Africa plurale è stata oggetto e soggetto della riflessione, ne sono venute fuori le molte Afriche.
L’energia del “Continente nero” è una questione prima di tutto culturale, riguarda noi europei, la nostra forma mentis, non è solo un problema di transizione energetica, di petrolio e gas che pure, con la giusta visione (non ideologica e non a spese di un’energia accessibile e affidabile per tutti), possono rappresentare un trampolino verso uno sviluppo sostenibile.
Plinio il Vecchio scriveva: “Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo”. Un monito difficile da ignorare. La riscoperta dell’Africa è nata da una recente necessità storica: il disaccoppiamento dalle forniture energetiche della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il punto di non ritorno, la fine di una stagione politica. In quel momento l’Italia si è ritrovata con un ruolo di potenziale pivot del Mediterraneo. Chi meglio dell’Italia può lanciare una politica per il Mediterraneo come hub energetico dell’Europa? Nessuno. Il ruolo di Eni in questo scenario è quello di una forza storica proiettata nel futuro, la presenza del Cane a sei zampe è un dato di fatto, non è un desiderio è una realtà. L’Africa è il luogo del futuro: che si tratti di cambiamenti climatici, transizione, economia inclusiva e sicurezza. La sfida è ora. La posta in gioco è alta. Lavorare con l’Africa, le molte Afriche, è l’unica strada.
Ecco dunque il Piano Mattei, l’espressione è stata scelta dal governo di Giorgia Meloni per sintetizzare un piano strategico per la costruzione di un nuovo partenariato tra Italia e Stati africani, un piano energetico e sociale per il continente che richiama il nome dell’ex presidente Eni scomparso nel 1962. Di Mattei si vuole emulare l'approccio “non predatorio” nei confronti dell’Africa da parte europea, volto alla promozione di uno sviluppo sostenibile e duraturo.
Il punto di partenza: una platea di 25 capi di Stato e di governo, cui si aggiungono i ministri di un'altra ventina di Paesi africani, in un percorso che vedrà l'avvio con alcuni progetti pilota e che passerà, già a febbraio, con la riunione della prima cabina di regia del Piano Mattei. Sono le tappe del piano per l'Africa che il governo inizia a concretizzare con il vertice inaugurato al Senato a fine gennaio scorso. Una sede scelta anche per sottolineare "la centralità del Parlamento nella definizione del Piano Mattei".
Il vertice è stato l'occasione per la presentazione dei principi generali del Piano Mattei e della sua metodologia, ispirata a un approccio 'globale' e 'non-predatorio', a fornire risposte alle esigenze rappresentate dal Continente africano, riconoscendo la centralità della condivisione dello sviluppo socioeconomico sostenibile e delle responsabilità per la stabilità e la sicurezza quale fondamento di rapporti duraturi di reciproco beneficio tra l'Africa e l'Europa.
Il Piano Mattei viene presentato come espressione scelta dall'esecutivo capeggiato da Giorgia Meloni per sintetizzare un piano strategico per la costruzione di un nuovo partenariato tra Italia e Stati del Continente africano, un piano energetico e sociale per il continente che richiama il nome dell’ex presidente Eni scomparso nel 1962. Proprio di Mattei si cerca di emulare quello che viene definito un approccio “non predatorio” nei confronti dell’Africa da parte europea, volto alla promozione di uno sviluppo sostenibile e duraturo.
Questo sarebbe l’obiettivo del Piano per la maggioranza di governo. Una “scatola vuota”, invece, secondo le opposizioni, che non prevederebbe risorse e progetti concreti per investimenti. Governo e maggioranza replicano: “Il Piano si riempirà di contenuti, che dovrebbero essere definiti in collaborazione tra Italia e Paesi africani, proprio a partire da quanto emerso dalla Conferenza di gennaio. Giorgia Meloni ha spiegato: “Finora non ha funzionato un certo approccio paternalistico e predatorio. Quello che va fatto in Africa non è carità, ma partnership strategiche da pari a pari”.
Stando alle indiscrezioni, il progetto mirerebbe a mobilitare almeno 4 miliardi di fondi italiani nell’arco dei prossimi cinque-sette anni, coinvolgendo, per quanto possibile, tutto il sistema Italia. Il nostro Paese, nell’idea del Piano Mattei, farebbe da apripista a un maggiore coinvolgimento anche dell’Unione europea e delle istituzioni internazionali. In questo senso si spiegano le adesioni al massimo livello dei rappresentati europei, Von der Leyen, Michel e Metsola così come delle agenzie dell’Onu.
Il 29 gennaio scorso, si è concluso a Roma il Vertice internazionale “Italia-Africa” definito “un ponte per una crescita comune”, il primo non a livello ministeriale ma di capi di Stato e che è stato l'occasione per dare il via al Piano Mattei. Un summit a cui hanno partecipato la presidente del Consiglio, i leader dei Paesi africani, i vertici dell'Unione europea, dell'Unione africana e delle principali Organizzazioni internazionali. L’incontro al Senato è iniziato con gli interventi della stessa premier e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, del presidente dell'Unione africana Azali Assoumani, della Commissione dell'Ua, Moussa Faki, dei presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento Ue (Ursula von der Leyen, Charles Michel e Roberta Metsola) e del vice segretario generale Onu Amina Mohammed. A seguire le cinque sessioni tematiche. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso per il brindisi di benvenuto, ha sottolineato l'importanza delle relazioni tra Africa ed Europa. Il capo dello Stato ha citato un proverbio africano "di grande saggezza" per chiudere il suo brindisi: "Se vuoi andare veloce corri da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcuno”, ha detto, auspicando un "cammino comune" verso "benessere e pace in Africa, in Europa e nel mondo”.
Secondo alcuni, il Piano Mattei di cui si parla tanto appare poco chiaro. La nuova strategia del governo nel Mediterraneo punterebbe a rendere l'Italia un hub energetico ma nasconde rischi e nuove restrizioni per migranti e Ong.
Il “Piano Mattei” è sempre più centrale nelle politiche e nelle parole del governo Meloni, soprattutto nelle ultime settimane focalizzate su gas e migranti. Il primo viaggio istituzionale della presidente del Consiglio nel 2023 è stato in Algeria, e pochi giorni dopo c'è stata un'altra visita ufficiale, in Libia e ad aprile in Etiopia. Proprio da questi Paesi dovrebbe iniziare il tanto citato Piano che poi abbraccerebbe tutto il Mediterraneo, con l'aiuto di Eni. All'Africa si aggiunge l'Asia: anche l'Azerbaigian sarà un partner energetico sempre più importante grazie al potenziamento del gasdotto Tap. Tuttavia, non ci sono notizie più dettagliate sul Piano, anche se fin dal suo discorso d'insediamento Giorgia Meloni vi ha fatto riferimento. Perché se ne parla tanto? Da dove parte e dove vuole arrivare il governo con il Piano Mattei in Africa e nel Mediterraneo?
Sin dal suo discorso d'insediamento alla Camera dei Deputati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto riferimento a un Piano Mattei per l'Africa e il Mediterraneo definendolo “un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il preoccupante dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana”. Si vorrebbe così recuperare, dopo anni in cui si è preferito indietreggiare, un ruolo strategico nel Mediterraneo.
Dopo l'insediamento, il governo si è subito dedicato alla preparazione della Legge di bilancio ma con sullo sfondo una crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina che ha causato aumenti straordinari dei prezzi dell'energia. In realtà, nel 2023, il primo viaggio istituzionale di Giorgia Meloni in Algeria, in nome del Piano Mattei, avviene sulle orme di Mario Draghi.
L'ex presidente del Consiglio aveva infatti avviato il piano di diversificazione delle forniture di gas italiane per eliminare e rimpiazzare le forniture russe, a partire da nuovi accordi con l'Algeria: proprio il Paese africano nel 2022 ha sostituito la Russia come primo Paese da cui l'Italia importa gas.
Sulle orme di Draghi, Meloni è andata in Algeria e poi in Libia, sempre con a fianco l'Ad di Eni Claudio Descalzi. L'obiettivo è doppio: consolidare il processo di diversificazione delle forniture verso una totale eliminazione del gas russo dal 2024/2025 e presentarsi al resto d'Europa come hub energetico del Mediterraneo. Il ruolo di Eni, già attiva dagli anni '50 in Africa, sarà fondamentale. Ora, il governo Meloni vuole ripercorrere la storia di Enrico Mattei con un piano a suo nome, proprio da dove è iniziata la storia di Eni, in Africa. E’ evidente che il Piano Mattei in realtà ha bisogno del supporto dell’Eni per funzionare.
Il 2022 è stato un anno storico per gli approvvigionamenti di gas in Italia. L'Algeria ha preso infatti il posto della Russia come primo Paese fornitore di gas. Il peso algerino nel mix italiano delle importazioni è aumentato a discapito di quello russo. Secondo i dati Snam elaborati da Today, nel 2021 il gas dalla Russia ha pesato per il 40 per cento delle importazioni totali ma nel 2022 questa percentuale è scesa al 16 per cento. Al contempo, il gas dall'Algeria è passato dal 29,5 per cento del 2021 al 34,3 del 2022. L'inversione tra gas algerino e russo è evidente: il primo è cresciuto in un anno dell'11 per cento, il secondo è diminuito del 61 per cento, ai minimi storici dal 1990.
Il gas dall'Algeria in Italia è aumentato nel giro di un anno, ma non ai livelli promessi negli accordi firmati durante la visita di Mario Draghi a maggio 2022. Sonatrach, l'azienda di stato algerina che gestisce le risorse fossili del Paese, aveva concordato con Eni l'aumento delle forniture di gas dall'Algeria tramite il gasdotto Transmed-Enrico Mattei, che porta il gas algerino in Italia fino al punto d'ingresso sulla rete nazionale, a Mazara del Vallo, in Sicilia: 4 miliardi di metri cubi subito, nel 2022, e volumi crescenti fino a 6 miliardi di metri cubi in più dal 2023-2024, fondamentali nel processo di emancipazione dal gas russo.
In realtà, secondo i dati Snam elaborati da Today l'aumento è stato di 2,4 miliardi di metri cubi, poco più della metà rispetto a quanto annunciato. In più, a gennaio 2023 i flussi lungo il gasdotto Transmed sono stati inferiori rispetto a gennaio 2022.
Inoltre, nell'ultimo Memorandum d'Intesa tra Eni e Sonatrach le precedenti promesse fatte al governo Draghi sono state riviste al ribasso, come detto dallo stesso Ad di Eni Claudio Descalzi: “Aggiorniamo gli accordi annualmente sulle quantità che sono state rispettate: sono stati dati più di 3 miliardi di metri cubi e altri 3 miliardi nel 2023, e poi altri ancora”. Dunque la metà rispetto ai 6 miliardi di cui si era parlato nel 2022.
Nel 2022 Libia e Russia sono stati gli unici due Paesi da cui le importazioni di gas in Italia sono diminuite rispetto all'anno precedente. Tuttavia, le forniture dei due Paesi non sono paragonabili: la Russia a lungo ha esportato più di tutti in Italia. Negli ultimi anni, infatti, dalla Libia è arrivato sempre meno gas, secondo i dati Snam e del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica elaborati da Today, è infatti dal 2015, a eccezione del 2019, che dalla Libia in Italia arriva meno gas dell'anno precedente.
Il gas dalla Libia arriva in Italia tramite il Greenstream, il gasdotto che collega il giacimento libico di Mellitah a Gela, in Sicilia. Da lì il gas viene poi immesso nella rete nazionale. Il gasdotto Greenstream è stato inaugurato nel 2004 dall'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi.
All'epoca gli accordi parlavano di 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno, ma questa quantità è stata garantita, e superata, solo tra il 2007 e il 2010. Da lì in poi, con sporadici picchi, il gas dalla Libia si è sempre più allontanato dalla soglia degli 8 miliardi ed è andato diminuendo gradualmente, come successo nell'ultimo anno. Secondo i dati Snam elaborati da Today, nel 2022 dalla Libia è arrivato il 18,6 per cento di gas in meno rispetto al 2021. In valori assoluti, 2,6 miliardi di metri cubi nel 2022 contro i 3,2 dell'anno precedente.
Nell'ultimo viaggio in Libia, la presidente del Consiglio ha presenziato alla firma di un accordo definito "storico" tra Eni e la compagnia statale libica National oil corporation (Noc). L'intesa prevede un investimento di circa 7,3 miliardi di euro per lo sfruttamento dal 2026 di due giacimenti al largo della Libia, le "Strutture A&E".
Secondo le stime citate, tramite i due giacimenti la Libia sarà in grado di aumentare la produzione di gas per soddisfare la propria domanda interna, ma anche per garantire le esportazioni verso l'Italia e l'Europa. Giorgia Meloni vuole dunque più gas dalla Libia potenziando la presenza italiana tramite Eni, ma non solo: vuole anche meno migranti.
Oltre alle intese sul gas, il governo italiano ha siglato un nuovo memorandum d'intesa che riguarda i migranti. La Libia è infatti il principale punto di partenza per chi vuole arrivare in Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha così donato cinque motovedette alla guardia costiera libica per potenziare i controlli sulle partenze, portando avanti la politica iniziata nel 2017 dall'allora ministro dell'Interno del governo Renzi, Marco Minniti, appoggiata e finanziata anche dalla Commissione Ue.
Il governo vorrebbe mettere in atto le sue nuove strategie d'influenza politica a partire dal Mediterraneo, tramite il Piano Mattei. I dettagli non sono stati esplicitati, ma le strategie in campo ne suggeriscono le finalità.
L'Italia vuole aumentare la sua influenza nel Mediterraneo tramite l'energia, in primo luogo tramite il gas, e al contempo consolidare la sua sicurezza energetica, riducendo del tutto la dipendenza dalle forniture russe entro l'inverno 2024-2025, come indicato dallo stesso Ad di Eni, Descalzi. Aumentare il portafoglio dei Paesi fornitori aiuterà a non dipendere troppo da fattori esterni, anche se questo vuol dire investire in un Paese politicamente instabile come la Libia, ma anche Algeria, Azerbaigian ed Etiopia sono delle incognite.
In più, il governo Meloni vuole diventare lo snodo del gas verso il Nord Europa. Ma non c'è solo l'energia nei disegni del governo: l'altro tema, consistente, è la gestione dei migranti. Andranno avanti le politiche del passato, con altri strumenti di repressione del fenomeno per eliminare il ‘problema’ all'origine: se non in Libia, nel Mediterraneo tramite le ostruzioni alle Ong. Dalle azioni messe in campo per attuare il Piano Mattei potremo capire dove vuole arrivare Giorgia Meloni, in Africa e nel Mediterraneo.
L’Africa non è una minaccia, ma un’opportunità che la politica di oggi non riesce a scorgere. Su questo non ha dubbi il politico ed imprenditore Stefano Bandecchi che non è d’accordo con la gestione dell’immigrazione del Governo Meloni.
Non è d’accordo soprattutto con il voler ridurre il Piano Mattei ad un mero accordo per ridurre i flussi migratori diretti verso le nostre coste. Il piano Mattei sarebbe tutt’altro. Per il leader di Alternativa Popolare e fondatore dell’Università Niccolò Cusano, Stefano Bandecchi, il piano Mattei sarebbe tutt’altro.
Bandecchi ha spiegato: “Il professor Cherubini, un ingegnere di altissima fama, ha portato alla Cop27, il Piano Mattei. Cioè noi abbiamo presentato un progetto dove producevamo idrogeno in Egitto, nel deserto, e lo mandavamo alle acciaierie di Taranto per alimentarle. Questo è il Piano Mattei”.
Secondo Bandecchi, il Piano Mattei, nelle intenzioni, dovrebbe essere un progetto pensato per favorire la cooperazione tra Africa e Stati europei per uno scambio di conoscenze e di risorse naturali, finalizzato al conseguimento di progresso e sviluppo da entrambe le parti. Obiettivo che sarebbe stato perso di vista.
La gestione dell’immigrazione è un altro punto focale su cui Stefano Bandecchi è in disaccordo con l’attuale Governo e dice: “Penso che ci sia una cattiva gestione dell’immigrazione. Noi abbiamo bisogno dei ragazzi che arrivano, abbiamo bisogno dell’Africa e abbiamo bisogno di cominciare a parlare di Eurafrica. La paura che noi abbiamo dei ragazzi che arrivano dall’Africa è una paura demenziale. Tutta le gestione dell’immigrazione ridicola, assurda e totalmente sbagliata. Non si possono stabilire intelligenza, o, capacità delle persone in base al colore della pelle. Solo gli imbecilli lo fanno, di destra e di sinistra”.
Sempre sulla questione Africa, Bandecchi ha sottolineato come sia importante per l’Italia e l’Europa lavorare per far in modo che il Continente africano diventi una grande risorsa, essendo dotato di grandi quantità di materie prime naturali, ed ha affermato: “Io non capisco perché lo stiamo lasciando a russi e cinesi. E’ di una demenzialità totale”.
Il Piano Mattei non è il solo progetto per l’Africa. Infatti, l’Agenda 2063 è un documento ufficiale firmato nel 2013 dai Capi di Stato dei governi africani. Si tratta di un ampio progetto strategico per trasformare l’Africa nella potenza globale del futuro.
I contenuti dell’ambizioso piano di cambiamento vorrebbero portare l’Africa a raggiungere obiettivi di sviluppo inclusivo e sostenibile e costituiscono una vera e propria spinta verso l’unità, la libertà, l’autodeterminazione, il progresso e la prosperità collettiva del popolo africano.
Alla sua base risiede una forte idea di Panafricanismo, secondo cui, le genti d’Africa, comprese sia le persone che hanno origini africane e che si sono allontanate nel tempo a causa delle colonizzazioni e della diaspora, sia quelle che vivono tuttora nel continente, non condividono semplicemente una storia comune, ma anche un comune destino che le può unire e dare più forza.
L’Agenda 2063 vuole porre le basi per un nuovo e solidale Rinascimento africano.
La sua genesi è dovuta alla realizzazione, da parte dei leader dei Paesi africani, di tutto ciò che era necessario per orientare e ridefinire le priorità dell’Africa nei prossimi anni. L’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), precorritrice dell’Unione Africana (AU), in passato si era posta degli obiettivi fondamentali per l’Africa che si possono considerare raggiunti.
Dopo aver lottato per sconfiggere l’apartheid e per raggiungere l’indipendenza politica per i Paesi africani, le priorità per l’Africa ora sono divenute altre.
L’Africa Union ha stabilito così dei nuovi obiettivi per la crescita futura del continente. Affinché l’Africa possa diventare un attore importante nel proscenio della globalità, bisogna dare priorità allo sviluppo sociale ed economico inclusivi, all’integrazione continentale e regionale, a governi democratici, alla pace e alla sicurezza.
Nel maggio del 2013 durante il Giubileo d’Oro per il 50° anniversario della Fondazione dell’Unione Africana, l’UA, evoluzione dell’Organizzazione per l’Africa Unita, i capi di Stato e i governatori di tutti i Paesi africani hanno firmato il Documento come affermazione del loro impegno per l’Africa del futuro.
Il desiderio è quello di condurre il continente in un nuovo percorso di crescita e sostenerne lo sviluppo economico e sostenibile.
L’Agenda 2063 porta avanti una visione concreta per l’Africa verso il 2063. Il desiderio è quello di vivere in un continente integrato, prospero e pacifico, guidato dai propri cittadini e che possa essere una forza dinamica nella scena internazionale
A causa delle trasformazioni strutturali tutt’ora in corso, l’Africa necessita di rivedere e riadattare il suo calendario di sviluppo: l’Agenda nasce anche per la necessità di prevedere una traiettoria di una crescita a lungo termine, di 50 anni, per l’Africa a venire.
L’Agenda 2063, non solo racchiude le aspirazioni per il futuro dell’Africa, ma identifica anche i principali programmi guida in grado di stimolare la crescita economica e lo sviluppo dell’Africa, per portare ad una rapida trasformazione del continente.
Il documento, suddiviso in 76 punti raggruppati in 12 capitoli principali, individua anche le attività chiave da intraprendere e i loro piani d’attuazione decennali, che vogliono garantire risultati sia quantitativi che qualitativi per la popolazione africana.
Nei Punti 1,2,3,4 il documento richiama tutto il popolo africano, di qualsiasi età, credo e ceto sociale all’unità e alla coesione. Viene ricordata l’importanza dell’Organizzazione per l’Unità Africana nella storia dell’Africa e si invita il popolo africano a guardare al futuro con fiducia e con la volontà di plasmarlo con le proprie mani. Viene ribadito che l’Africa dovrebbe divenire autosufficiente e capace di finanziare da sola il proprio sviluppo. La speranza è di divenire una grande regione pacifica, guidata dai propri cittadini e che abbia un ruolo da attore principale nello scenario internazionale.
Nei Punti 5,6,7,8 troviamo le aspirazioni e le motivazioni che stanno dietro alle nuove volontà per i prossimi 50 anni. L’Africa è sicura e fiera della propria identità, del patrimonio culturale e dei valori condivisi. Per il suo futuro desidera vivere nella prosperità, nell’unità e nell’integrazione. Ognuno deve poter vivere libero con gli orizzonti allargati. Donne e giovani devono poter realizzare il proprio potenziale senza nessuna paura della povertà, delle malattie e dell’indigenza.
Nei Punti 9, 10, 11, 12,13, 14, 15, 16, 17 ,18 viene ricordato come un punto fondamentale l’eradicazione della povertà e la costruzione di un futuro più prospero attraverso la trasformazione sociale ed economica. Viene ribadito come l’Africa del futuro debba essere pacifica, sicura, con una forte identità culturale e un patrimonio comune di valori. Tutti devono poter vivere in alloggi dignitosi e tutti devono avere a disposizione servizi igienico-sanitari, accesso all’acqua, uso di trasporti e infrastrutture adeguati. Il desiderio è di vivere in un territorio dove i cittadini hanno un tenore di vita elevato e una buona istruzione garantita per tutti, sostenuta dalla scienza e dalla tecnologia. Bisogna investire nell’agricoltura, nella scienza, nell’innovazione, nella ricerca, nell’uguaglianza di genere e nella fornitura di servizi di base (salute, nutrizione, riparo, acqua e servizi igienici). L’Africa deve creare un modello economico condiviso in cui tutti possono avere delle opportunità e deve salvaguardare le sue risorse faunistiche e naturali uniche al mondo.
L’agricoltura in particolare dovrà essere moderna, tecnologica e innovativa. La zappa manuale sarà bandita a partire dal 2025 e l’intero settore dovrà divenire attraente e redditizio per giovani e donne.
Il capitale umano dell’Africa sarà pienamente sviluppato attraverso il sostegno della prima infanzia, dell’istruzione a tutti i livelli, la ricerca e l’innovazione.
Lo sviluppo dell’Africa terrà conto delle grandi sfide globali e del cambiamento climatico in cui parteciperà con un ruolo attivo e da protagonista.
Nei Punti 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26 si stabilisce che entro il 2063 l’Africa deve essere unita, integrata, indipendente e auto-sufficiente. Deve disporre di infrastrutture integrative di livello mondiale ed essere un territorio connesso con tutte le persone di origine africana. L’Africa dove guardare con fiducia verso il futuro sorretta dalla stessa forza che ha portato all’eliminazione della schiavitù, del colonialismo e dell’apartheid. Sarà eliminata ogni forma di discriminazione e di oppressione in nome dell’integrazione e della libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi in tutto il continente. Entro il 2063 l’economia africana dovrà crescere grazie anche a nuove e necessarie infrastrutture, supportando la crescita integrata, la trasformazione tecnologica, il commercio e lo sviluppo. Ciò includerà la realizzazione di reti ferroviarie ad alta velocità, nuove strade, canali di spedizione, una nuova rete di trasporti marittimi/arei e una trasformazione verso il digitale.
Nei Punti 27, 28, 29, 30, 31 è indicato che l’Africa deve avere una cultura collettiva democratica, di uguaglianza di genere, di rispetto dei diritti umani, di giustizia e di Stato di diritto. Le istituzioni devono essere competenti ed essere in grado di accompagnare verso la trasformazione in tutti i campi (politico, economico, religioso, culturale, accademico, giovanile e femminile). La legge e la giustizia saranno al servizio dei cittadini senza timori e favori così come le istituzioni saranno al servizio delle persone. La corruzione e l’impunità saranno un ricordo del passato. I cittadini sono e saranno invitati a partecipare alla vita sociale, economica, politica e di sviluppo in tutti i Paesi del continente.
Nei Punti 32, 33, 34, 35, 36 ,37, 38, 39 si enuncia la previsione di meccanismi per la prevenzione pacifica e la risoluzione dei conflitti in modo funzionale e a tutti i livelli.
Il desiderio è che le armi vengano riposte e sia il dialogo il principale strumento. Nei bambini deve essere coltivata l’educazione verso la pace e la tolleranza. Le diversità dell’Africa saranno una fonte di ricchezza e di trasformazione sociale anzichè di conflitto: l’Africa sarà un continente pacifico e armonioso tra tutte le sue comunità.
L’Africa deve essere libera da conflitti armati, terrorismo, estremismo, intolleranza e violenza di genere, che sono le principali minacce per la sicurezza, la pace e lo sviluppo. L’Africa avrà messo fine al commercio illecito, al traffico di droga, al traffico di essere umani, alla proliferazione di armi leggere e ad altre forme di reti criminali. Entro il 2063 l’Africa avrà la capacità di assicurare la pace e di proteggere i suoi cittadini attraverso la difesa comune e le politiche estere. Ogni forma di terrorismo, di estremismo religioso e di intolleranza, indipendentemente dalle loro motivazioni, saranno rifiutate. Il manifesto riconosce che per essere un continente pacifico e libero dai conflitti, le basi devono essere il buon governo, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, la giustizia e lo Stato di diritto.
Nei Punti 40, 41, 42, 43, 44, 45, 46 vengono trattati il Panafricanismo, la storia dell’Africa, l’identità condivisa, la comune eredità, il rispetto per le diversità religiose e la consapevolezza delle proprie volontà dovranno essere concetti consolidati. La diversità culturale, la varietà del patrimonio materiale e immateriale e la diversità linguistica e religiosa dovranno essere una causa di forza per il continente. Gli ideali panafricani saranno pienamente insegnati e integrati nei programmi scolastici e nei beni culturali (patrimonio, folklore, lingue, cinema, musica, teatro, letteratura, feste, religioni e spiritualità). L’arte e la creatività africana saranno celebrate in tutto il continente e saranno motivo per consolidare la consapevolezza di sé anche dopo la diaspora del popolo africano. La cultura, il patrimonio e il destino comune dell’Africa saranno al centro di tutte le strategie per facilitare il Rinascimento africano. Le donne e i giovani svolgeranno un ruolo essenziale come motori del cambiamento.
Nei Punti 47, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58 si sancisce che tutti i cittadini africani saranno coinvolti attivamente nei processi decisionali in tutti gli aspetti di sviluppo sociale, economico, politico e ambientale. L’Africa sarà un continente inclusivo in cui nessun bambino, donna o uomo verrà lasciato indietro. La donna africana avrà piene possibilità e pari importanza in tutte le sfere, con uguale dignità sociale, diritti politici, economici e contrattuali rispetto all’uomo. L’Africa sarà incentrata sulle persone e metterà al primo posto i bambini. Saranno abolite tutte le pratiche sociali dannose (soprattutto le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci) e sarà abolita ogni forma di ostacolo per il raggiungimento della qualità di vita, di salute e di istruzione per donne e ragazze. L’Africa del 2063 avrà la piena parità di genere con le donne che occuperanno almeno il 50% delle cariche pubbliche in ogni settore. I bambini africani saranno tutelati pienamente dalla Carta Africana dei diritti del bambino. I giovani africana dovranno essere socialmente, economicamente e politicamente responsabili attraverso la piena attuazione della Carta della Gioventù africana. Sarà eliminata la disoccupazione giovanile e alla gioventù africana sarà garantito il completo accesso all’istruzione, alla formazione, alle competenze tecnologiche, ai servizi sanitari, al lavoro e alle opportunità economiche, alle attività ricreative, culturali e finanziarie necessarie per poter consentire loro di sviluppare a pieno il proprio potenziale.
Nei Punti 59, 60, 61, 62, 63 si legge l’impegno che l’Africa deve essere un partner forte, unito, resiliente, pacifico e influente a livello globale, con un ruolo significativo nelle questioni mondiali. L’Africa afferma l’importanza della sua unità e spirito solidale di fronte alle continue ingerenze esterne e ai tentativi di dividere il continente. L’Africa avrà il diritto ad una quota dei beni comuni globali (terra, oceani e spazio) e sarà una grande forza sociale, politica ed economica. L’Africa sarà pienamente capace di avere i mezzi per il proprio sviluppo, sarà un partecipatore attivo nella scena globale in cui avrà il posto che merita nei campi sociali, economici, politici e della sicurezza. Continuerà a sostenere le riforme delle Nazioni Unite e delle altre Istituzioni Internazionali con particolare riferimento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’impegno dell’Africa è di continuare a lottare contro ogni forma di sfruttamento, razzismo, discriminazione, xenofobia e tutte le intolleranze.
L’area africana è attualmente in crescita e continuerà a cercare relazioni internazionali reciprocamente vantaggiose e partnership con altre regioni e continenti.
Nei Punti 64, 65, 66 a. b. c. d. e. f., 67, 68, 69 sono indicati i principi per l’Assemblea dell’Unione Africana. I Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana che si sono riuniti per la 24° Sessione Ordinaria dell’Assemblea dell’Unione Africana nel gennaio del 2015 ad Addis Abeba, in Etiopia, hanno ribadito e preso atto delle aspirazioni e della determinazione del popolo africano. Hanno riaffermato che l’Agenda del 2063 si basa su risultati e su sfide del passato e che tiene conto del contesto continentale e globale. Si ribadisce che l’Africa sta realizzando una trasformazione guidata da una visione panafricana e dall’impegno profuso dai fondatori dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). Sono determinati nel porre fine a guerre e conflitti e a costruire una prosperità condivisa e una governance reattiva e democratica. L’Africa ha avuto negli ultimi anni una svolta positiva che va consolidata sfruttando le opportunità dei dati demografici, le risorse naturali, l’urbanizzazione, la tecnologia e il commercio come trampolino di lancio per garantire la sua trasformazione, la sua rinascita e per soddisfare le aspirazioni di tutte le persone. L’Africa deve imparare dagli sforzi del passato e dalle sfide passate e presenti per forgiare un nuovo approccio alla trasformazione. Lo sviluppo dell’Africa deve essere incentrato sulle persone, sull’uguaglianza di genere e sull’emancipazione giovanile. Nessuna società può raggiungere il suo pieno potenziale se non sono incluse le donne nei ruoli decisionali. L’Africa deve fornire un ambiente che consenta alle donne, ai bambini e ai giovani di vivere in prosperità e con gli orizzonti aperti ad ogni possibilità. Il piano di trasformazione dell’Africa deve sfruttare, in comparazione con gli altri continenti, la sua gente, la sua storia, le sue culture, le sue risorse naturali, la sua posizione e il suo riposizionamento nel mondo per effettuare un cambiamento equo, incentrato sulle persone e sullo sradicamento delle povertà.
La tabella di marcia verso una nuova visione dell’Africa dovrà seguire un insieme coerente con le normative settoriali e i piani nazionali e regionali. Per gli africani si tratta anche di un invito all’azione da accettare come una responsabilità personale e con la consapevolezza di diventare insieme gli agenti del cambiamento. I Capi di Stato ribadiscono la loro fiducia per un’Africa integrata e pacifica purchè si costruisca questa visione su azioni intraprese già da ora.
Nei Punti 70, 71, 72, a. b. c. d. e. f. g. h. i. j. K. l. m. n. o. p. q., 73 i Capi di Stato sottolineano di essere consapevoli che l’Africa nel 2015 si trova di fronte ad un bivio e che sono determinati a trasformare il continente garantendo un irreversibile e universale cambiamento della condizione africana. Viene ribadita la convinzione e il credo in tutti i punti precedenti dell’Agenda e la forte unità d’intenti, con gli obiettivi principali che sono:

a. Eradicare la povertà;
b. Dare a tutti gli Africani la possibilità di vivere in alloggi dignitosi, sicuri e puliti;
c. Promuovere la scienza e la tecnologia, la ricerca e l’innovazione, costruire conoscenza, capitale umano, capacità e doti per guidare l’Africa;
d. Trasformare, far crescere e industrializzare l’economia attraverso il valore aggiunto delle risorse naturali;
e. Consolidare la modernizzazione dell’agricoltura africana e l’agribusiness;
f. Agire con urgenza sul cambiamento climatico e sull’ambiente;
g. Connettere l’Africa attraverso infrastrutture di livello mondiale;
h. Accelerare l’istituzione della Zona a libero scambio continentale;
i. Supportare i giovani e coloro che guideranno l’Africa verso il Rinascimento;
j. Silenziare le armi entro il 2020, attraverso il dialogo e la prevenzione e risoluzione dei conflitti;
k. Raggiungere la parità di genere nelle istituzioni pubbliche e private;
l. Introdurre il passaporto africano;
m. Consolidare la democrazia e la centralità delle persone;
n. Accrescere la voce dell’Africa unita nelle negoziazioni internazionali;
o. Rafforzare la mobilitazione delle risorse interne;
p. Istituire un sistema di implementazione, monitoraggio e valutazione, basato su trasparenza e responsabilità, per garantire il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2063.

Infine, nei Punti 74 a. b c. d. e. f. g. h., 75, 76 si individuano i fattori critici per la trasformazione dell’Africa. Le precondizioni per il successo della trasformazione del continente africano sono la determinazione, la partecipazione, l’autosufficienza e la solidarietà dei popoli africani. I fattori abilitanti e critici per il processo di cambiamento sono:

a. La mobilitazione e l’indipendenza delle persone;
b. Risorse africane per finanziare lo sviluppo;
c. Leadership responsabile e istituzioni reattive;
d. Stati e istituzioni democratici e capaci;
e. Un cambio di mentalità e abitudini;
f. Una prospettiva panafricana;
g. Possedere le capacità di promuovere e garantire la narrazione dell’Africa;
h. Un approccio africano allo sviluppo e alla trasformazione;

I Capi di Stati riaffermano il loro impegno nella Dichiarazione solenne del 50° anniversario per allineare e integrare immediatamente l’Agenda 2063 nei piani di sviluppo nazionali. Invitano la comunità internazionale a rispettare la visione e le aspirazioni dell’Africa.
Tuttavia, la realizzazione di questo ambizioso ed auspicabile programma necessita di una ferrea volontà nel portarlo avanti ma anche di notevoli mezzi finanziari.
Rispetto a questo programma, il Piano Mattei quanto può incidere? Ben poco, però è un argomento di grande propaganda per l’attuale governo Meloni.





Fonte: di Salvatore Rondello
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