A VOLTE RITORNANO...E VANNO FERMATI!
A VOLTE RITORNANO...E VANNO FERMATI!
21-09-2026 - AGORA'
di Enno Ghiandelli
Qualche sera fa, facendo zapping in televisione, mi sono imbattuto in un'intervista al senatore Carlo Calenda. Le sue parole mi hanno colpito non per la loro originalità, ma per la loro ambiguità politica. Da un lato, Calenda si è presentato come prosecutore dell'esperienza del Partito d'Azione, rivendicazione quanto meno spericolata; dall'altro, ha proclamato una comoda equidistanza tra centrosinistra e centrodestra, come se oggi il centrodestra non fosse guidato da forze che tentano di ripulire, senza riuscirci davvero, un'eredità politica che affonda le radici nel fascismo.
Eppure, se c'è una cosa che il Partito d'Azione combatté frontalmente, senza tatticismi e senza mezze parole, fu proprio il fascismo. Invocarlo oggi per legittimare una posizione di falsa neutralità non è solo improprio: è un'operazione politicamente scorretta e storicamente falsa.
Da qui il pensiero è corso immediatamente alla legge Acerbo. Non per gusto dell'analogia storica, ma perché certi meccanismi, quando ricompaiono sotto abiti nuovi e parole rassicuranti, vanno riconosciuti prima che sia troppo tardi.
La legge Acerbo ci ricorda una verità scomoda: una democrazia può essere svuotata anche rispettando formalmente le procedure. Basta che il Parlamento accetti di trasformare una maggioranza relativa in un potere quasi assoluto. Per questo ogni proposta che concentri investitura politica e controllo parlamentare attorno a un solo blocco non è una questione tecnica, né un innocente esercizio di ingegneria istituzionale: è un attacco all'equilibrio costituzionale del Paese.
Sono passati poco più di cento anni dal 18 novembre 1923, quando il Parlamento approvò la legge n. 2444, più nota come legge Acerbo. Con quella norma fu abolito il sistema proporzionale per l'elezione dei membri del Parlamento e fu introdotto un premio di maggioranza pari ai due terzi dei seggi per la lista che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti validi.
A favore votarono i deputati del Partito Nazionale Fascista, i nazionalisti, i liberali conservatori vicini a Giolitti e Salandra e una parte dei rappresentanti del Partito Popolare; al Senato votò a favore anche Benedetto Croce. La maggioranza dei deputati popolari si astenne, mentre solo un ristretto gruppo di fedelissimi di don Sturzo votò contro, nonostante il congresso di Torino avesse approvato un ordine del giorno contrario al progetto Acerbo. Socialisti, massimalisti e unitari, comunisti e una parte dei liberali antifascisti votarono invece contro.
Al di là delle violenze e dei brogli che accompagnarono il voto, la legge mise a nudo un meccanismo politico brutale: per raggiungere i quorum necessari, spinse forze diverse a stringere accordi sempre più larghi, anche contro la propria storia e contro la propria coerenza. È così che le democrazie iniziano a piegarsi: non sempre con un colpo di Stato, spesso con il voto complice di chi preferisce salvarsi oggi e consegnare il Paese domani.
Se non si reagisce contro una legge che modifica surrettiziamente l'equilibrio costituzionale, il rischio non è teorico: è immediato. L'elezione di fatto del Presidente del Consiglio, mascherata dalla formula del candidato “da proporre al Capo dello Stato”, può saldarsi con un premio di maggioranza capace di consegnare a una minoranza relativa non solo il governo, ma l'intero spazio del potere parlamentare.
A quel punto l'opposizione diventerebbe un ornamento, il Parlamento una camera di registrazione e la Costituzione un testo da piegare alla convenienza della maggioranza del momento. Non sarebbe riforma: sarebbe occupazione del potere.
Quando i Parlamenti rinunciano alle proprie funzioni e si consegnano a chi promette efficienza in cambio di obbedienza, la democrazia smette di essere una garanzia e diventa una facciata. Il voto con cui il Reichstag, nel 1933, concesse i pieni poteri a Hitler e quello con cui l'Assemblée Nationale, nel 1940, consegnò i pieni poteri al maresciallo Pétain mostrano che le istituzioni possono morire anche per mano di chi avrebbe dovuto difenderle.
Siamo davanti a un tentativo subdolo di stravolgere la Costituzione: non la si colpisce frontalmente, perché sarebbe troppo scoperto; la si aggira con una legge ordinaria, la si svuota dall'interno, la si riduce a involucro formale mentre il potere reale si concentra altrove.
Per questo non basta preoccuparsi: bisogna reagire. Serve subito una mobilitazione popolare ampia, visibile, ostinata, che metta al primo posto la difesa della Costituzione e smascheri chi chiama “stabilità” ciò che in realtà è concentrazione del potere.
Questa difesa, però, non può limitarsi alla denuncia istituzionale. Deve avere il coraggio di guardare nelle crepe sociali da cui nasce il consenso per ogni torsione autoritaria: la paura del futuro, l'impoverimento, la solitudine, la sfiducia nella politica e la comoda indicazione di un nemico più debole su cui scaricare la rabbia.
La domanda decisiva è brutale e non consente scorciatoie: perché la democrazia viene amata sempre meno proprio da chi più avrebbe bisogno di difenderla? Perché chi vede diminuire il proprio reddito, vive un'insicurezza economica ormai esistenziale e si sente abbandonato finisce per credere che il nemico non sia chi concentra ricchezza e potere, ma chi è più fragile, più povero, più esposto o semplicemente diverso?
Qui emerge anche la responsabilità della sinistra. Per troppo tempo non ha capito la profondità della trasformazione in corso. Ha continuato a parlare un linguaggio spesso incapace di raggiungere chi stava perdendo sicurezza, reddito e riconoscimento, mentre il capitalismo cambiava forma, strumenti e linguaggio con una rapidità che la politica progressista non ha saputo prevenire.
Invece di costruire una risposta alternativa, gran parte della sinistra mondiale ha finito per inginocchiarsi davanti al dogma dell'efficienza del mercato, accettando che fosse il vero motore del mondo e applicandone la logica perfino là dove dovrebbe valere altro: nei servizi pubblici, nei diritti sociali, nella cura, nella scuola, nella sanità, nell'amministrazione dello Stato.
Il libero mercato, elevato a giudice supremo dei destini umani, non ha reso il mondo più giusto. Ha prodotto concentrazioni di ricchezza, deserti sociali, guerre, miseria e soprusi dei più forti sui più deboli. E ci ha lasciato una società in cui molti, in cambio di una fallace promessa di salvaguardia dei livelli di reddito, non chiedono più libertà, ma protezione; non partecipazione, ma comando.
Se non rimettiamo la persona al centro del ragionamento politico, sociale ed economico, ogni possibilità di sviluppo autentico resterà una parola vuota. Difendere la Costituzione significa impedire che la democrazia venga ridotta a rito elettorale e restituirle il suo significato più profondo: libertà, giustizia, dignità, uguaglianza sostanziale. Non è una battaglia di testimonianza. È una battaglia per impedire che, ancora una volta, chi promette ordine finisca per togliere libertà.
Eppure, se c'è una cosa che il Partito d'Azione combatté frontalmente, senza tatticismi e senza mezze parole, fu proprio il fascismo. Invocarlo oggi per legittimare una posizione di falsa neutralità non è solo improprio: è un'operazione politicamente scorretta e storicamente falsa.
Da qui il pensiero è corso immediatamente alla legge Acerbo. Non per gusto dell'analogia storica, ma perché certi meccanismi, quando ricompaiono sotto abiti nuovi e parole rassicuranti, vanno riconosciuti prima che sia troppo tardi.
La legge Acerbo ci ricorda una verità scomoda: una democrazia può essere svuotata anche rispettando formalmente le procedure. Basta che il Parlamento accetti di trasformare una maggioranza relativa in un potere quasi assoluto. Per questo ogni proposta che concentri investitura politica e controllo parlamentare attorno a un solo blocco non è una questione tecnica, né un innocente esercizio di ingegneria istituzionale: è un attacco all'equilibrio costituzionale del Paese.
Sono passati poco più di cento anni dal 18 novembre 1923, quando il Parlamento approvò la legge n. 2444, più nota come legge Acerbo. Con quella norma fu abolito il sistema proporzionale per l'elezione dei membri del Parlamento e fu introdotto un premio di maggioranza pari ai due terzi dei seggi per la lista che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti validi.
A favore votarono i deputati del Partito Nazionale Fascista, i nazionalisti, i liberali conservatori vicini a Giolitti e Salandra e una parte dei rappresentanti del Partito Popolare; al Senato votò a favore anche Benedetto Croce. La maggioranza dei deputati popolari si astenne, mentre solo un ristretto gruppo di fedelissimi di don Sturzo votò contro, nonostante il congresso di Torino avesse approvato un ordine del giorno contrario al progetto Acerbo. Socialisti, massimalisti e unitari, comunisti e una parte dei liberali antifascisti votarono invece contro.
Al di là delle violenze e dei brogli che accompagnarono il voto, la legge mise a nudo un meccanismo politico brutale: per raggiungere i quorum necessari, spinse forze diverse a stringere accordi sempre più larghi, anche contro la propria storia e contro la propria coerenza. È così che le democrazie iniziano a piegarsi: non sempre con un colpo di Stato, spesso con il voto complice di chi preferisce salvarsi oggi e consegnare il Paese domani.
Se non si reagisce contro una legge che modifica surrettiziamente l'equilibrio costituzionale, il rischio non è teorico: è immediato. L'elezione di fatto del Presidente del Consiglio, mascherata dalla formula del candidato “da proporre al Capo dello Stato”, può saldarsi con un premio di maggioranza capace di consegnare a una minoranza relativa non solo il governo, ma l'intero spazio del potere parlamentare.
A quel punto l'opposizione diventerebbe un ornamento, il Parlamento una camera di registrazione e la Costituzione un testo da piegare alla convenienza della maggioranza del momento. Non sarebbe riforma: sarebbe occupazione del potere.
Quando i Parlamenti rinunciano alle proprie funzioni e si consegnano a chi promette efficienza in cambio di obbedienza, la democrazia smette di essere una garanzia e diventa una facciata. Il voto con cui il Reichstag, nel 1933, concesse i pieni poteri a Hitler e quello con cui l'Assemblée Nationale, nel 1940, consegnò i pieni poteri al maresciallo Pétain mostrano che le istituzioni possono morire anche per mano di chi avrebbe dovuto difenderle.
Siamo davanti a un tentativo subdolo di stravolgere la Costituzione: non la si colpisce frontalmente, perché sarebbe troppo scoperto; la si aggira con una legge ordinaria, la si svuota dall'interno, la si riduce a involucro formale mentre il potere reale si concentra altrove.
Per questo non basta preoccuparsi: bisogna reagire. Serve subito una mobilitazione popolare ampia, visibile, ostinata, che metta al primo posto la difesa della Costituzione e smascheri chi chiama “stabilità” ciò che in realtà è concentrazione del potere.
Questa difesa, però, non può limitarsi alla denuncia istituzionale. Deve avere il coraggio di guardare nelle crepe sociali da cui nasce il consenso per ogni torsione autoritaria: la paura del futuro, l'impoverimento, la solitudine, la sfiducia nella politica e la comoda indicazione di un nemico più debole su cui scaricare la rabbia.
La domanda decisiva è brutale e non consente scorciatoie: perché la democrazia viene amata sempre meno proprio da chi più avrebbe bisogno di difenderla? Perché chi vede diminuire il proprio reddito, vive un'insicurezza economica ormai esistenziale e si sente abbandonato finisce per credere che il nemico non sia chi concentra ricchezza e potere, ma chi è più fragile, più povero, più esposto o semplicemente diverso?
Qui emerge anche la responsabilità della sinistra. Per troppo tempo non ha capito la profondità della trasformazione in corso. Ha continuato a parlare un linguaggio spesso incapace di raggiungere chi stava perdendo sicurezza, reddito e riconoscimento, mentre il capitalismo cambiava forma, strumenti e linguaggio con una rapidità che la politica progressista non ha saputo prevenire.
Invece di costruire una risposta alternativa, gran parte della sinistra mondiale ha finito per inginocchiarsi davanti al dogma dell'efficienza del mercato, accettando che fosse il vero motore del mondo e applicandone la logica perfino là dove dovrebbe valere altro: nei servizi pubblici, nei diritti sociali, nella cura, nella scuola, nella sanità, nell'amministrazione dello Stato.
Il libero mercato, elevato a giudice supremo dei destini umani, non ha reso il mondo più giusto. Ha prodotto concentrazioni di ricchezza, deserti sociali, guerre, miseria e soprusi dei più forti sui più deboli. E ci ha lasciato una società in cui molti, in cambio di una fallace promessa di salvaguardia dei livelli di reddito, non chiedono più libertà, ma protezione; non partecipazione, ma comando.
Se non rimettiamo la persona al centro del ragionamento politico, sociale ed economico, ogni possibilità di sviluppo autentico resterà una parola vuota. Difendere la Costituzione significa impedire che la democrazia venga ridotta a rito elettorale e restituirle il suo significato più profondo: libertà, giustizia, dignità, uguaglianza sostanziale. Non è una battaglia di testimonianza. È una battaglia per impedire che, ancora una volta, chi promette ordine finisca per togliere libertà.
Fonte: di Enno Ghiandelli










