A PROPOSITO DELLA “FLOTILLA”
26-05-2026 - DIARIO POLITICO di Giuseppe Butta'
di Giuseppe Butta'
«E dopo una, due, tre, quattro, cinque … settimane, il piccolo naviglio» tornò a navigare.
Nei giorni scorsi, il dibattito sulle vicende internazionali si è fatto sempre più acceso per merito della "Flotilla": si sono sprecate le accuse di pirateria levatesi contro la flotta israeliana per avere abbordato le imbarcazioni e portato i loro occupanti nel porto di Ashod, dove hanno dovuto subire il dileggio del ministro israeliano Ben-Gvir e qualche ingiustificabile violenza da parte della sua soldataglia. Ma poi sono stati subito liberati.
Il Corriere della Sera, molto preoccupato per la loro sorte, riferisce che il nostro ministro degli esteri Tajani ha convocato il nostro ambasciatore in Israele e gli ha dato istruzioni per «svolgere un ulteriore passo formale con le Autorità israeliane affinché a tutti i cittadini italiani partecipanti alla Flotilla per Gaza siano assicurati un trattamento dignitoso, piena protezione e la garanzia della loro incolumità».
Il Corriere ci ha fatto sapere anche che «Madrid ha convocato la diplomatica israeliana di massimo grado presente in Spagna per protestare contro gli abbordaggi in acque internazionali» e che «il premier irlandese Micheál Martin ha definito «inaccettabile» l’intercettazione della flottiglia». Bene!
Ferruccio De Bortoli ha pure addossato ai governi democratici il dovere di proteggere «i diritti degli attivisti a prescindere dalle loro idee politiche».
Usque ad effusionem sanguinis?
Sarei d’accordo a patto che si specifichi che questi diritti vanno esercitati secondo le regole, non solo israeliane ma anche quelle che dovrebbero porre i governi dei paesi cui appartengono equipaggi e imbarcazioni della flotilla. Dovrebbe essere a tutti chiaro che non si può pretendere di violare impunemente un blocco navale sia pure deprecabile o illegittimo – come sostengono fantasiosamente i più - e che, quindi, non si può fare rischiare ai propri paesi incidenti che potrebbero portare a uno scontro armato né si può far valere le proprie idee e le proprie azioni imponendole a chi non le condivide: se la flotilla ha lo scopo di portare aiuti alla popolazione di Gaza, accetti le regole poste dal governo israeliano: non si può imporre a Israele che rischi che, insieme ai biscotti, entri a Gaza qualche missile o accetti l’effetto politico-militare della violazione del blocco. Per esempio, i flotillanti avebbero pouto benissimo consegnare gli aiuti al Cardinale Pizzaballa che garantiva di farli pervenire a quella infelice popolazione stretta tra l’incudine di Hamas/Iran e il martello israeliano.
Forse, a mio avviso, Tajani dovrebbe pure comunicare ai flotillanti italiani – tra cui pure un deputato "stellato" che si è imbarcato per riempire il vuoto lasciato da altri parlamentari che, questa volta, si sono ben guardati dal partecipare per non rischiare d’essere accusati di recidiva – che le navi italiane non saranno più schierate, come è avvenuto la volta scorsa, a protezione di una iniziativa privata che potrebbe avere conseguenze molto gravi.
Capisco che ciascuno di questi soggetti debba fare il proprio gioco delle parti e, per duellare, hanno trovato il palcoscenico offerto dal ministro israeliano Ben-Gvir che, con le sue buffonate che non fanno ridere, è riuscito non solo a mettere in ombra quelle dei flottillanti ma perfino ad esporre il suo governo alle accuse più infamanti e gli ebrei all’insorgente anti-semitismo.
Ma questa non è tutta la storia: messa in questi termini, potrebbe sembrare che l’abbordaggio in acque internazionali sia stato effettivamente illecito. A mio avviso però, le cose stanno in modo assai diverso: in realtà l’abbordaggio è stato un’azione preventiva della flotta israeliana per sventare l’intento, ampiamente pubblicizzato dai flotillanti, di forzare il blocco navale israeliano a Gaza in nome dell’apparente e appariscente vessillo del pacifismo e dell’umanitarismo internazionalista: ma il vero scopo della "flotilla" era d’essere fermata dagli israeliani, di provocare la loro reazione e lo scandalo piuttosto che quello di portare aiuti a Gaza.
In un certo senso è stato assai meglio che l’abbordaggio sia avvenuto in acque internazionali perché, altrimenti, se la "flotilla" fosse stata intercettata in zona di guerra o in acque territoriali israeliane, l’IDF invece di abbordare le barche, avrebbe potuto prenderle legittimamente a cannonate, trattenere i flotillanti come prigionieri di guerra oppure arrestarli, processarli e detenerli.
A questo punto, perché gli alti strateghi della "flotilla" non sprechino ulteriormente i loro ardori e feromoni e gl’imponenti finanziamenti, di cui non conosciamo la fonte, necessari a 50 imbarcazioni con 500 persone a bordo solo per mettersi in mare per mesi, mi permetto di proporre un obiettivo più alto, più concreto e più facile da raggiungere: lo Stretto di Hormuz.
Nei giorni scorsi, il dibattito sulle vicende internazionali si è fatto sempre più acceso per merito della "Flotilla": si sono sprecate le accuse di pirateria levatesi contro la flotta israeliana per avere abbordato le imbarcazioni e portato i loro occupanti nel porto di Ashod, dove hanno dovuto subire il dileggio del ministro israeliano Ben-Gvir e qualche ingiustificabile violenza da parte della sua soldataglia. Ma poi sono stati subito liberati.
Il Corriere della Sera, molto preoccupato per la loro sorte, riferisce che il nostro ministro degli esteri Tajani ha convocato il nostro ambasciatore in Israele e gli ha dato istruzioni per «svolgere un ulteriore passo formale con le Autorità israeliane affinché a tutti i cittadini italiani partecipanti alla Flotilla per Gaza siano assicurati un trattamento dignitoso, piena protezione e la garanzia della loro incolumità».
Il Corriere ci ha fatto sapere anche che «Madrid ha convocato la diplomatica israeliana di massimo grado presente in Spagna per protestare contro gli abbordaggi in acque internazionali» e che «il premier irlandese Micheál Martin ha definito «inaccettabile» l’intercettazione della flottiglia». Bene!
Ferruccio De Bortoli ha pure addossato ai governi democratici il dovere di proteggere «i diritti degli attivisti a prescindere dalle loro idee politiche».
Usque ad effusionem sanguinis?
Sarei d’accordo a patto che si specifichi che questi diritti vanno esercitati secondo le regole, non solo israeliane ma anche quelle che dovrebbero porre i governi dei paesi cui appartengono equipaggi e imbarcazioni della flotilla. Dovrebbe essere a tutti chiaro che non si può pretendere di violare impunemente un blocco navale sia pure deprecabile o illegittimo – come sostengono fantasiosamente i più - e che, quindi, non si può fare rischiare ai propri paesi incidenti che potrebbero portare a uno scontro armato né si può far valere le proprie idee e le proprie azioni imponendole a chi non le condivide: se la flotilla ha lo scopo di portare aiuti alla popolazione di Gaza, accetti le regole poste dal governo israeliano: non si può imporre a Israele che rischi che, insieme ai biscotti, entri a Gaza qualche missile o accetti l’effetto politico-militare della violazione del blocco. Per esempio, i flotillanti avebbero pouto benissimo consegnare gli aiuti al Cardinale Pizzaballa che garantiva di farli pervenire a quella infelice popolazione stretta tra l’incudine di Hamas/Iran e il martello israeliano.
Forse, a mio avviso, Tajani dovrebbe pure comunicare ai flotillanti italiani – tra cui pure un deputato "stellato" che si è imbarcato per riempire il vuoto lasciato da altri parlamentari che, questa volta, si sono ben guardati dal partecipare per non rischiare d’essere accusati di recidiva – che le navi italiane non saranno più schierate, come è avvenuto la volta scorsa, a protezione di una iniziativa privata che potrebbe avere conseguenze molto gravi.
Capisco che ciascuno di questi soggetti debba fare il proprio gioco delle parti e, per duellare, hanno trovato il palcoscenico offerto dal ministro israeliano Ben-Gvir che, con le sue buffonate che non fanno ridere, è riuscito non solo a mettere in ombra quelle dei flottillanti ma perfino ad esporre il suo governo alle accuse più infamanti e gli ebrei all’insorgente anti-semitismo.
Ma questa non è tutta la storia: messa in questi termini, potrebbe sembrare che l’abbordaggio in acque internazionali sia stato effettivamente illecito. A mio avviso però, le cose stanno in modo assai diverso: in realtà l’abbordaggio è stato un’azione preventiva della flotta israeliana per sventare l’intento, ampiamente pubblicizzato dai flotillanti, di forzare il blocco navale israeliano a Gaza in nome dell’apparente e appariscente vessillo del pacifismo e dell’umanitarismo internazionalista: ma il vero scopo della "flotilla" era d’essere fermata dagli israeliani, di provocare la loro reazione e lo scandalo piuttosto che quello di portare aiuti a Gaza.
In un certo senso è stato assai meglio che l’abbordaggio sia avvenuto in acque internazionali perché, altrimenti, se la "flotilla" fosse stata intercettata in zona di guerra o in acque territoriali israeliane, l’IDF invece di abbordare le barche, avrebbe potuto prenderle legittimamente a cannonate, trattenere i flotillanti come prigionieri di guerra oppure arrestarli, processarli e detenerli.
A questo punto, perché gli alti strateghi della "flotilla" non sprechino ulteriormente i loro ardori e feromoni e gl’imponenti finanziamenti, di cui non conosciamo la fonte, necessari a 50 imbarcazioni con 500 persone a bordo solo per mettersi in mare per mesi, mi permetto di proporre un obiettivo più alto, più concreto e più facile da raggiungere: lo Stretto di Hormuz.
Fonte: di Giuseppe Butta'










