26 Settembre 2020

"IL PROBLEMA DELLE REGIONI"

21-05-2020 - DIARIO POLITICO di Giuseppe Buttà
Dall'inizio di questo infausto periodo si è ravviata la discussione – forse sarebbe meglio dire la polemica – circa l'attuale assetto costituzionale delle autonomie regionali. La discussione è nata dalla constatazione di qualche insufficienza o malfunzionamento nella gestione regionale della sanità, delle notevoli differenze tra le strutture sanitarie del nostro paese e, soprattutto, della non chiara definizione dei limiti dell'autorità delle regioni rispetto a quella dello stato nella gestione dell'emergenza sanitaria provocata dall'epidemia in atto.
Sicuramente, anche in regioni come la Lombardia, ricca di strutture ospedaliere di prim'ordine, qualcosa non ha funzionato: per esempio, la medicina territoriale di base, quella dei medici di famiglia, falcidiati insieme con infermieri, farmacisti e migliaia di pazienti dal covid19. Si dovrà accertare la causa di questo malfunzionamento ma ci permettiamo di fare un'ipotesi: il Sistema sanitario nazionale ha smantellato la rete dei vecchi medici condotti – dipendenti dai comuni – che aveva assicurato, e con competenza, una buona assistenza territoriale fino a quando, sostituiti dai medici di famiglia, questi hanno assunto il ruolo prevalente di dispensatori di ricette più che di servizi sanitari erogati personalmente. Tutto è stato ospedalizzato, il che è stato certamente un progresso ma ha anche lasciato dei vuoti: non vi è stato più alcun medico che sia stato in grado di eseguire il benché minimo intervento chirurgico nel proprio ambulatorio o un parto a domicilio.
Senza minimizzare le eventuali responsabilità organizzative delle regioni, dobbiamo ammettere che non potevamo aspettarci che questa debole trincea dei medici di famiglia potesse fronteggiare l'epidemia. Forse le regioni dovranno istituire presidi medici, comune per comune, con le attrezzature e le competenze necessarie per l'assistenza domiciliare: questa articolazione capillare dell'assistenza sanitaria dipende ovviamente dalle risorse disponibili.
Come sempre accade nei periodi di crisi – economica, sociale, sanitaria – si corre col pensiero alla soluzione più semplice: affidarsi a qualche potere taumaturgico che, su questa terra, non può che essere l'uomo della provvidenza, il governo centrale forte, lo ‘stato'. Alcuni tra i maggiori politici, opinionisti e costituzionalisti – eredi di coloro che, nella fase costituente, si mostrarono assai tiepidi riguardo alla costituzionalizzazione delle regioni e tutti sedicenti antisovranisti e europeisti – stanno tornando a una prospettiva statalista. Essi sostengono – in nome di un'astratta e pericolosa uniformità delle leggi anche in materia locale che, come diceva Luigi Sturzo, «non solo ai bigotti e ignoranti ma a molte persone illuminate, sembra dover essere uno dei caratteri dell'unità nazionale» – che sia meglio ricondur-re al capezzale del governo centrale almeno la sanità, la più importante tra le competenze regionali (ma di questa rinnovata ‘insorgenza' delle pulsioni statolatriche sentiamo parlare anche a proposito di nuovi modelli di sviluppo economico).
Questa uniformità è veramente necessaria o utile? Per rispondere al quesito bisogna però riferirsi a un qualche parametro che misuri il rapporto costo-benefici della gestione centralizzata rispetto a quella autonoma.
Dirò francamente che questo rapporto sembra non favorevole alla gestione centralistica. Siamo sicuri infatti che, con il centralismo, le differenze regionali, territoriali, etc. non sarebbero per nulla eliminate; si vedano la rete ferroviaria o le infrastrutture in generale o la scuola nel nostro paese: sono tutte gestite dallo stato e, tuttavia, così differenti per consistenza, efficienza e qualità da regione a regione. Siamo sicuri di poter affermare che, se la sanità fosse gestita direttamente e centralisticamente dallo stato, avremmo le stesse grandi differenze tra le regioni.
Anche qui sono mille i motivi delle differenze, prima fra tutte quella della arretratezza di molte parti dell'Italia preunitaria: ma i ben 100 e passa anni di gestione centralizzata non sono bastati a modificare la situazione, anzi potremmo dire che essa si sia aggravata anche a causa della guerra scatenatasi tra le sezioni del paese per accaparrarsi il favore o il controllo del potere centrale: il Sud l'ha irrimediabilmente perduta.
Non vale qui la pena di soffermarsi sulla ‘questione meridionale', sul-le ragioni del mancato sviluppo del Mezzogiorno che, forse, possono ravvisarsi nell'indole ‘mandolinara' dei napoletani; forse possono ravvisarsi nello ‘sfasciume geologico' del Mezzogiorno o nella irredimibile natura ‘ndranghetista dei calabresi o mafiosa dei siciliani; ma, forse, possono trovare una spiegazione ancora più fondata nel modello di sviluppo economico, nel processo storico di formazione della ‘nazione industriale italiana', negli equilibri – o meglio squilibri – di potere politico ed economico che si sono avuti in questo secolo e mezzo. Qui basti solo prendere atto del fatto che la centralizzazione statuale e, tanto meno, lo statalismo non sono serviti a uniformare il paese.
Il problema che abbiamo di fronte non è quello di ridimensionare le autonomie bensì quello di definire bene le sfere di competenza delle regioni e del governo centrale superando il pastrocchio della riforma del Titolo V della Costituzione, combinato dagli stessi che oggi si sbracciano per una sua controriforma centralista: bisogna pensare a come dare al governo centrale, allo stato, un ruolo propulsivo e di coordinamento, specialmente necessario nelle emergenze, senza intaccare quello delle autonomie.
Una via per raggiungere tale fine è quella di limitare il numero e la qualità delle materie di cui il governo centrale dovrebbe avere la competenza esclusiva – giustizia, difesa, politica estera, politica monetaria, commercio internazionale e interregionale, infrastrutture di interesse nazionale, istruzione e ricerca scientifica. Ciò dovrebbe comportare anche la reciproca autonomia finanziaria di stato e regioni e rendere queste ultime più responsabili politicamente e lo stato meno indebitato e più capace di giustizia distributiva tra le regioni anche limitandosi a quel ruolo di coordinamento, nelle materie riservate alle regioni, con la statuizione di principi fondamentali generali, come Gaspare Ambrosini propose nel dibattito alla Costituente sul rapporto stato-regioni: un potere che già gli attribuisce il nuovo art. 117 della costituzione insieme all'altro (art. 120) che gli consente di sostituirsi alle regioni ed agli enti locali nei casi di mancato rispetto di norme e trattati internazionali, di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica o per la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Infatti, proprio in ragione di quel ruolo propulsivo e di coordinamento generale e centrale, lo stato dovrebbe continuare a disporre di entrate sufficienti e dei poteri necessari per estendere alle varie parti del paese, con programmi di internal improvements, standard nazionali di qualità dei servizi, anche locali, da integrare in una rete infrastrutturale nazionale omogenea, mentre non si dovrebbero escludere interventi statali straordinari, come quelli della Cassa per il Mezzogiorno', per le parti depresse del paese.
Naturalmente, se per ‘stato' s'intende la comunità nazionale – e, quando si avrà una vera Unione, la comunità europea – si può essere d'accordo nel sostenerne l'autorità sulle sue parti a patto però che se ne definisca l'essenza a partire dal principio di autogoverno e dalla sua articolazione socio-territoriale. Perché questo dev'essere chiaro: la negazione o marginalizzazione del principio di autonomia significa né più né meno che negazione del principio di autogoverno. I grandi teorici del federalismo e dell'autonomismo e l'esperienza stessa di questo sistema di governo – quando e là dove esso non si sia rivelato un mero paravento, uno schermo di carta dietro il quale si è nascosto il centralismo totalitario (vedi URSS, vedi Jugoslavia) – hanno reso evidente come le autonomie territoriali siano funzionali e necessarie alla democrazia stessa perché questa non si risolva in tirannide della maggioranza ma possa soddisfare pienamente gl'interessi comunitari a partire da quelli locali.


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