14 Giugno 2024

"I SOCIALISTI DI CENTRO, un´etnia in via d´estinzione"

E' di tutta evidenza, in politica, che un centro esiste solo quando, ai suoi lati, sono presenti una sinistra e una destra.
Ad esempio nel Parlamento italiano del secondo dopoguerra si costituirono governi che furono detti di centro, formati dalla Democrazia Cristiana e dai suoi alleati, in quanto coesistevano una sinistra (comunisti e socialisti) e una destra (missini e monarchici).
Se restringiamo il discorso al solo movimento socialista, dobbiamo rilevare che esso, fin dal suo sorgere, e dovunque nel mondo, si é sempre collocato nella sinistra del quadro politico generale.
Ma é anche vero che al suo interno sono quasi sempre convissute correnti di pensiero, spesso anche organizzativamente strutturate, che pur rimanendo unite dalla comune aspirazione a costruire una societá senza sfruttati e sfruttatori, hanno proposto strategie diverse, anche alternative, che hanno consentito di individuare, al suo interno, una sinistra, un centro e una destra, variamente denominate (moderata, riformista, gradualista, radicale, rivoluzionaria).
Classificazione questa che pero' deve essere necessariamente storicizzata, in quanto cio' che in una certa realtá storica era stato considerato come sinistra socialista, in una diversa situazione poteva diventare destra socialista e viceversa. Nel 1947/49, ad esempio. Nenni guidava la “Sinistra socialista”, di fronte al “centro” di Lombardi e Jacometti e alla “destra“ di Romita, mentre negli anni '70 e '80 la corrente nenniana era considerata di destra, rispetto al centro di De Martino-Mancini e alla sinistra di Lombardi.
Possiamo dunque concludere che sinistra, centro e destra socialisti non sono sempre uguali a se stessi, ma assumono coloriture e posizioni diverse, a seconda delle diverse situazioni storiche e politiche. In linea di massima, agli albori del movimento operaio, la sinistra si propone la conquista del potere per via rivoluzionaria, il centro e la destra per via democratica elettorale, con la differenza che il centro vuole modificare le strutture e gli ingranaggi del sistema capitalistico per avviare la costruzione del socialismo, mentre la destra opta per una graduale evoluzione verso una continua espansione della democrazia il cui sbocco porterá al socialismo.
Tornando al tema che ci siamo qui preposto, non resta dunque che individuare alcune situazioni storiche emblematiche in cui trovo' il suo spazio ideologico ed opero' un socialismo „di centro“, alternativo sia alla sinistra che alla destra socialista di quel momento storico.
L'esempio piú classico lo troviamo nel piú famoso di tutti i partiti socialisti: la socialdemocrazia tedesca, la SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco) nel periodo antecedente la prima guerra mondiale.
Le posizioni assunte da Eduard Bernstein a partire dal 1896 favorirono il formarsi nell'SDP di una „destra“ revisionista. Secondo le tesi esposte organicamente nel suo libro I presupposti del socialismo, Bernstein considerava superate certe tesi di Marx, in particolare quelle sulla crisi del capitalismo, che invece era allora in piena espansione, per cui egli individuava nello sviluppo democratico, da perseguire in alleanza con la parte liberale della borghesia, e nella forza dei sindacati e delle cooperative, la possibilitá di un graduale e pacifico passaggio al socialismo, evitando la fase rivoluzionaria.
Gli si contrappose una „sinistra“ che aveva la sua piú brillante esponente in Rosa Luxemburg, la famosa autrice de L'accumulazione del capitale, la quale ribatteva che la crisi finale del capitalismo non c'era ancora stata perché esso aveva ancora possibibilitá di espansione, fino alla creazione di un mercato mondiale. Quando si sarebbero contrapposte esigenza di espansione capitalistica e saturazione del mercato mondiale sarebbero esplose le contraddizioni del capitalismo, che esso avrebbe cercato di risolvere col militarismo e la guerra. Quello sarebbe stato il momento della rottura rivoluzionaria e della scelta: Socialismo o barbarie. Inoltre i sindacati, per gli obiettivi ristretti che perseguivano, e le cooperativa, per la loro limitata influenza territoriale, non erano in grado di modificare il sistema. Infine la borghesia, quando si fosse spaventata delle rivendicazioni operaie non avrebbe esitato ad allearsi con la reazione per instaurare regimi autoritari. Cosa avrebbe dovuto allora fare, senza piú il quadro democratico, il proletariato? Abbandonare la prospettiva socialista?
In questo dibattito di altissimo livello ideologico si inserí Karl Kautsky, il maggior teorico della Seconda Internazionale, in particolare con la sua opera La rivoluzione sociale. Egli faceva rilevare alla „destra“ revisionista che con le classi né capitaliste né proletarie (intellettuali, piccoli borghesi, coltivatori diretti) erano possibili solo alleanze tattite per ottenere delle riforme, ma non certo per puntare a un sistema socialista e comunque cio' che veramente contava non era tanto il miglioramento delle condizioni di vita, ma il potere. E mentre Berstein era per una soluzione riformista, facilitata dalla democrazia politica, Kautsky faceva notare che lo sviluppo e il dominio del grande capitale erano in espansione. Inoltre non bisognava dimenticare che i sindacati privilegiavano interessi professionali rispetto a quelli di classe, per cui il partito non poteva abbandonare la prospettiva rivoluzionaria.
Alla „sinistra“ Kautsky rispondeva che le lotte all'interno delle istituzioni democratiche equivalevano ad una „guerra di logoramento“ e che esse erano adatte alla societá occidentale in cui i lavoratori godevano del diritto di voto e delle libertá di opinione, espressione e associazione: tale strategia non era „revisionista“, in quanto mirava a sconfiggere l'avversario, mentre i „revisionisti“ veri tendevano a trovare un accordo con la borghesia. La strategia della „guerra di annientamento“ poteva essere valida solo nelle societá, come quella russa, in cui il proletariato era oppresso.
Tale posizione fu definita „centrismo kautskyano“, differente sia dalla „destra“ che dalla “sinistra“ socialista.

Di fronte alla prima guerra mondiale si vennero a delineare, nel movimento socialista internazionale, tre diversi atteggiamenti:
1 - A determinare il crollo dell'internazionalismo proletario e dell'Internazionale Socialista, allora al culmine dello sviluppo, fu la scelta dei suoi maggiori partiti, quello tedesco (SPD), quello francese (SFIO) e quello britannico (Labour Parthy), i quali, allo scoppio delle ostilitá, si schierarono con i loro rispettivi governi, votando i crediti di guerra e dando con cio' vita a quella che fu detta “l'union sacrée“, in sostanza una collaborazione con la propria borghesia, finalizzata alla difesa nazionale. Tutti costoro e i loro imitatori dei vari Paesi in guerra, saranno definiti dal leader del POSDR (Partito Operaio SocialDemocratico Russo) Lenin „socialtraditori (socialisti a parole, traditori di fatto)“.
Causa di questa colossale sconfitta politica del socialismo mondiale furono la sostanziale impreparazione dell'Internazionale di fronte al pericolo di guerra e la deficiente analisi dell'imperialismo (1), causa profonda della furia militarista.
Questo gruppo di partiti, per il momento maggioritario, rappresento' certamente la „destra“ del movimento operaio internazionale.
2 – Non tutti i partiti socialisti aderirono pero'alla guerra. Fecero eccezione minoranze o gruppi dissidenti dei partiti delle varie „unioni sacre“ in difesa delle rispettive patrie, ma anche partiti interamente o in grande maggioranza schierati contro la guerra, come il citato POSDR, ma soprattutto i partiti socialisti italiani (2) e svizzero (3).
E furono proprio questi due ultimi partiti a promuovere due importanti incontri internazionali fra tutte le forze socialiste contrarie alla guerra in due localitá svizzere: a Zimmerwald (5-8/9/1915) (4) e a Kienthal (24-30/4/1916) (5).
La posizione assunta ufficialmente dalle due conferenze puo' considerarsi una posizione di „centro“ rispetto a quella dei collaborazionisti („destra“) e a quella dei rivoluzionari della cosidetta „sinistra zimmerwaldiana“. I sostenitori di questa posizione „centrista“ saranno in seguito definiti da Lenin „socialpacifisti (socialisti a parole e pacifisti piccolo-borghesi nei fatti)“. A suo avviso essi volevano la pace perché avevano paura dello scoppio di una rivoluzione proletaria.
3 – La „sinistra zimmerwaldiana“ sostanzialmente capitanata da Lenin poteva contare su 6 delegati sui 38 di Zimmerwald e su 19 dei 44 di Kienthal. Essa propugnava la trasformazione della guerra imperialista in rivoluzione socialista. Da questo gruppo socialista di sinistra rivoluzionaria nascerá poi la Terza Internazionale, detta anche Internazionale Comunista o Comintern.

Dopo la guerra vennero a costituirsi tre organizzazioni internazionali nell'ambito del movimento operaio socialista, coincidenti in linea di massima con le divisioni verificatesi durante la guerra:
1 – I socialisti di „sinistra“ come, ancora per poco, erano considerati i comunisti, sotto la spinta di Lenin e dei bolscevichi fondarono a Mosca, il 4 marzo 1919, la monolitica Terza Internazionale. Essa sará sciolta il 15 maggio 1943, nel corso della seconda guerra mondiale.
2 – Nel congresso di Ginevra del luglio 1920 i socialisti di „destra“ (o socialdemocratici) ricostituirono la Seconda Internazionale, dopo le conferenze preparatorie di Berna (febbraio 1919), di Amsterdam e Lucerna (agosto 1919), di fatto sotto la direzione del Partito Laburista britannico.
3 – I socialisti di „centro“ invece preferirono, nel febbraio 1921, collegarsi fra loro per mezzo dell'Unione Internazionale Socialista (o Internazionale di Vienna), detta anche Internazionale due e mezzo. Essa si collocava in una posizione centrale rispetto alle altre due precedenti, con le quali propugnava la riunificazione, in quanto considerava l'unitá del movimento operaio un bene supremo da tutelare. Fallito ogni tentivo in tal senso, col congresso di Amburgo del 1923, Seconda Internazionale e Unione Internazionale Socialista si unificarono, dando vita all'Internazionale Operaia Socialis (IOS), che si scioglierá di fatto nel 1940, col dilagare del nazismo in Europa.

Volendo guardare al solo panorama socialista italiano, possiamo citare una situazione in cui si vennero a creare tre partiti socialisti:
1 – Nel secondo dopoguerra il PSI (Partito Socialista Italiano) occupava la sinistra dello schieramento socialista ed era alleato del PCI tramite il Patto d'unitá d'azione. Ne erano guida principalmente Pietro Nenni e Rodolfo Morandi. Vi militavano uomini come Sandro Pertini, Francesco De Martino, Emilio Lussu, Lelio Basso, Riccardo Lombardi.
2 – La scissione di Palazzo Barberini dell' 11 gennaio 1947 diede vita al PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani), che nella geografia politica del tempo si collocava a destra del PSI. Ne era guida principale Giuseppe Saragat, ma vi militavano importanti personalitá del socialismo italiano, come Giuseppe Modigliani, Ludovico D'Aragona, Alessandro Schiavi, Aldo Aniasi, Leo Solari, Angelica Balabanoff, Alberto Simonini, Luigi Preti.
3 – A quella di Saragat seguirono altre scissioni, la piú importante delle quali fu l'uscita dal PSI della corrente di Giuseppe Romita del 21 maggio 1949. Il Movimento Socialista Autonomo che ne derivo' si fuse in seguito con l'Unione dei Socialisti, guidata da Ignazio Silone, e con le correnti di centro-sinistra e di sinistra del PSLI, dando vita al PSU (Partito Socialista Unitario), un partito socialista „centrista“ rispetto al PSI e al PSLI, che si proponeva l'unificazione del frastagliato mondo socialista italiano. Esponenti di spicco ne erano, oltre Romita e Silone, Ugo Guido Mondolfo, Tristano Codignola, Italo Viglianesi, Corrado Bonfantini, Giuseppe Faravelli, Aldo Garosci, Giuliano Vassalli, Paolo Vittorelli, Mario Zagari.
Nel 1951 PSLI e PSU si fonderanno nel PS-SIIS (Partito Socialista-Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista), divenuto poi (1952) PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano).

Nel 1964, in seguito ad una scissione a sinistra nel PSI, in occasione del varo del primo governo di centro-sinistra detto Moro-Nenni, fu costituito un partito socialista alla sinistra del PSI e cioé il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unitá Proletaria), diretto da Tullio Vecchietti e Dario Valori. In esso militavano Lelio Basso, Lucio Libertini, Salvatore Corallo, Vincenzo Gatto, Lucio Luzzatto, Giuseppe Avolio, Alcide Malagugini, Fernando Schiavetti.
Il PSI, in quella circostanza ridivenne un partito socialista di „centro“, con alla sua destra il PSDI e alla sua sinistra il PSIUP.
Il PSIUP si scioglierá il 13 luglio 1972, lasciando nel campo socialista gli altri due partiti: a destra il PSDI e a sinistra il PSI (6).

Oggi nel mondo il quadro sembrerebbe piú semplificato, con un socialismo di „destra“, coincidente piú o meno con le varie varie socialdemocrazie e con i partiti laburisti, che operano per allargare sempre piú la democrazia in funzione degli interessi dei lavoratori, ma anche del ceto medio produttivo e un socialismo di „sinistra“ che propugna la lotta democratica per „riforme di struttura“ che possano avviare la società in direzione di una sempre maggiore giustizia sociale.
Le differenze si sono fatte minime e le classificazioni difficili.
Il socialismo di „centro“, che pure ha avuto i suoi momenti di gloria, sembra in via di estinzione.

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(1) In seguito i piú importanti saggi marxisti sull'imperialismo saranno quelli di Rudolf Hilferding (Il capitale finanziario), di Rosa Luxemburg (L'accumulazione del capitale) e di Lenin (L'imperialismo, fase suprema del capitalismo).
(2) Il leader dei socialisti italiani Costantino Lazzari (1857-1927), fu autore, di fronte alla guerra, della celebre formula adottata dal PSI Né aderire, né sabotare. Questa posizione dai rivoluzionari fu considerata “centrista”.
(3) Un ruolo fondamentale, nell'organizzazione dei due convegni contro la guerra tenuti in Svizzera, ebbe Robert Grimm (1881-1958), che faceva parte del “centro marxista” del partito socialista svizzero.
(4) A Zimmerwald parteciparono 38 delegati di 11 Paesi. Gli italiani erano: Costantino Lazzari, Giuseppe Emanuele Modigliani, Oddino Morgari, Giacinto Menotti Serrati, Angelica Balabanoff, poliglotta che fece anche da interprete.
(5) Dei 44 delegati presenti a Kienthal 19 facevano parte della cosiddetta „sinistra di Zimmerwald“, che era su posizioni rivoluzionarie. I delegati italiani erano: Angelica Balabanoff, Eugenio Dugoni, Costantino Lazzari, Giuseppe Emanuele Modigliani, Oddino Morgari, Camillo Prampolini, Giacinto Menotti Serrati.
(6) La maggioranza del disciolto PSIUP (67 %) confluí nel PCI, una minoranza (9 %) rientro' nel PSI e un'altra minoranza (23,8 %) fondo' il Nuovo PSIUP.


Fonte: di FERDINANDO LEONZIO
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