È, malauguratamente, lontano il tempo dell’assegnazione all’Unione europea del Nobel per la pace e per ultrafragility, la forza di reagire alla pandemia e ai problemi finanziari, nell’ultimo lustro. Alcuni tra i primi ministri e/o esponenti apicali dei governi in carica sono tentati dal misurare le proprie chances di acquisire uno status symbol più elevato scambiando l’attuale ruolo nazionale con uno a livello continentale nel Parlamento Ue. Il processo di sostituzione in blocco dei rappresentanti spesso implica liti e scontri non dignitosi e un’indagine sui comportamenti individuali contribuirebbe a ridurre angoscia e divisioni tra i concorrenti. D’altronde, la selezione dei vertici è una prerogativa dei 27 leader politici che, nel sistema inter-governativo vigente, affrontano due insidiosi tranelli.
In primo luogo, c’è la chiara spinta a mobilitarsi in relazione alle intenzioni della segretaria della Commissione Von der Leyen, ferma nella volontà di continuare a guidarla ma che, nonostante il chiaro slittamento a destra del Partito Popolare Europeo e dei ripetuti successi dello stesso segno in altri paesi membri (MS), come l’Italia, non mostra di gradire del tutto nazionalisti e ultra conservatori. In realtà, sarebbe utile nominare un Presidente del Consiglio dei Ministri della Unione da rimuovere automaticamente, che sia incline a respingere i compromessi e agire in parallelo con la Commissione, scevro da inutili subalternità.
Una fonte inglese[1] - formalmente, esterno spettatore - invita a non farsi coinvolgere nel dibattito sullo Stato federale, riducendo i poteri di Stati ben restii a cedere sovranità. Su questo punto, tuttavia, va espresso un chiaro dissenso, ritenendosi largamente preferibile la posizione diametralmente opposta e la netta trasformazione del contesto ancorato alla ‘Europa delle nazioni’ in effettivi Stati Uniti d’Europa, se non in una da tempo adombrata ‘Europa delle Regioni’. Una simile evoluzione sarebbe indispensabile per restituire ‘lo scettro’ ai cittadini e creare comunità sociali fondate sulla concreta solidarietà espressa in una futura Costituzione, che respinga ogni forma di ineguaglianza, applichi le rules of law, e privilegi il lavoro[2].
L’attuale minaccioso clima internazionale invita, infatti, a considerare quale tema essenziale gli eventi bellici, con l’arretramento su posizioni non lungimiranti in campo ecologico e ambientale. Ciò è tutt’altro che disgiunto dalle prospettive mondiali del commercio internazionale, per l’evidente pericolo di trasformarsi in una serie di scambi bilaterali tra paesi con ampi differenziali di sviluppo. Per motivi di spazio, si tralascia l’esame di temi cruciali legati alle discriminazioni sociali e all’occupazione, e l’influenza su entrambi della tecnologia, dall’informatica all’intelligenza artificiale. In realtà, l’applicazione più immediata e concreta del rilievo quotidiano dell’ecologia si lega al diffondersi di uno strisciante nuovo tipo di globalizzazione, quello delle guerre, diffuso in grado variabile e cruento, a qualsiasi latitudine del pianeta, che è d’uopo affrontare. Ci si limita, quindi, a un cenno all’incompiuto obiettivo di solar boom del vecchio continente, dopo aver calcolato che l’equivalente di un reattore nucleare possa essere alimentato in una settimana da pannelli solari, nella speranza di triplicarne l’impiego nel decennio a venire. Il brutale taglio del gas russo da un triennio pone ai produttori europei l’alternativa di importarne il 95% dalla Cina, il cui predominio di mercato permette prezzi imbattibili dei pannelli e accelera il flusso di celle fotovoltaiche.
Il ‘Rapporto Draghi’ espone con chiarezza il bisogno di de-carbonizzazione, con le dovute cautele per i posti di lavoro e si sofferma sulla corsa agli armamenti, sia pure descritta come un’ulteriore ‘falsa antinomia’, per proporre non la sola razionalizzazione delle spese militari, ma l’accorpamento nella politica di bilancio dell’Unione. Al riguardo, non mancano controversie e critiche all’idea avanzata della ricerca in tale settore come precipuo stimolo all’innovazione. Sono, a ben vedere, molti altri e importanti i campi nei quali un maggiore investimento in ricerca sarebbe in grado di sortire un impatto altrettanto o più positivo, nella robotica, la farmaceutica e la medicina in generale, mentre l’industria bellica è gestita da lobbyes protette dal segreto, di lauti appalti, scarsa concorrenza e alti profitti. Oggi, come in passato, la speculazione finanziaria vive di rendite e guerre.
Nelle conclusioni di un volumetto recante un titolo di forte attrazione per i suoi 150 soci[3] e il cui testo conteneva il Rapporto annuale della Conference des Régions Périphériques Maritimes d’Europe(CRPM), l’auspicio consisteva nella nascita di una Unione continentale, al di là di un grande mercato comune per un inquadramento costituzionale, giuridico e istituzionale delle aree interessate. Molto – si affermava – dipende dalle risposte degli Stati Membri, del Parlamento e della Commissione. L’ambito scopo, lanciato oltre cinquanta anni orsono e finora di modesto successo, tocca da vicino scelte e gestioni confinate all’area della inter-governabilità e di politiche di stampo minimalista, sebbene i capi di stato abbiano svolto un ruolo nel riconoscere, tra le varie proposizioni della Convenzione, l’esigenza di adesione territoriale ai principi di coesione economica e sociale.
Rimaneva, di certo, molta strada da percorrere, quantunque i paesi industrializzati avessero già sacrificato le politiche congiunturali sull’altare della virtù finanziaria, rinunciando alla loro moneta nazionale per meglio trarre vantaggio dalla liberalizzazione dei mercati finanziari. Nondimeno, si poteva contare, soprattutto nell’Europa continentale, su un sistema di sicurezza sociale che si poneva come ultimo ostacolo al libero operare dei mercati. Da allora, in sostanza, non si pensò che ad organizzare una grande riforma, al fine di facilitare la transizione verso l’economia di mercato. Detta dinamica ha generato errori di prospettiva, raccomandando di inventare la forma più perfetta di capitalismo liberale mai esistita, o un’esperienza di laboratorio[4].
In pratica il sistema, che si è allontanato dalla teoria pura del capitalismo liberale dei classici e dalla ‘etologia umana’ invocata da J.S. Mill, soffre di molti mali. Circa i difetti attuali del sistema economico e sociale, Keynes li aveva messi già in risalto nel 1936: il pieno impiego non è assicurato, la ripartizione delle fortune e del reddito è arbitraria, l’equità distributiva carente.
Da ciò, peraltro, economisti e governi dell’epoca avevano tratto conclusioni radicalmente diverse e il netto spostamento della bilancia delle dottrine e delle politiche coincide con quanto potrebbe denominarsi la “rivincita dei fatti del passato”, foriera di disoccupazione e ineguaglianze. Non si tratta di una mera coincidenza, ma piuttosto del prodotto di un controsenso, poiché risulta dimenticato che tutte le forme di capitalismo annoverabili nei regimi democratici non possono rappresentare che vie mediane, alcune più delle altre. Fino a ieri, diverse forme di capitalismo coesistevano con molteplici forme di socialismo, ma queste ultime si sono essenzialmente dissolte e non esiste forse alcuna “terza via” possibile o durevole, intermedia tra capitalismo e socialismo, chiarendo che ci si riferisce a sistemi soltanto concettuali, ideali, invece che a quelli oggi esistenti. Troppo spesso i presupposti ideologici hanno condotto a comparare il funzionamento reale di uno dei due sistemi alla teoria pura dell’altro. La conclusione non può che favorire la seconda.
I Trattati in vigore hanno introdotto l’opzione di “cooperazione strutturata permanente” fra i paesi che desiderano approfondire la propria integrazione in materia di difesa. L’approccio dell’UE è stato contraddistinto da operazioni non meramente militari, spesso di solo nominale peace-building, che richiedono esperti civili a fianco del personale militare per la prevenzione dei conflitti. Un ruolo crescente è ricoperto dall’Agenzia Europea di Difesa, dove il ‘coordinamento’ è la parola chiave per le capacità di difesa da affiancare a ‘duplicazioni’. Uno degli obiettivi, nelle premesse, risulta essere quello di evitare duplicazioni fra strutture, sia degli Stati che quelle, sovrapposte, della NATO. Pertanto, razionalizzare le capacità esistenti significa limitare gli sprechi nei bilanci nazionali promuovendo l’interazione e l’ammodernamento industriale nel settore R&S. Tale struttura istituzionale ha permesso di inviare un numero crescente di missioni all’estero a partire dal 2003, la prima, ‘Concordia’, nella Repubblica ex jugoslava di Macedonia, dopo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, con il compito di supervisionare le riforme politiche nel Paese. In seguito, l’Unione ha dispiegato un numero crescente di interventi esteri, civili, militari e ibridi, concentrati in due scenari geopolitici di diretto interesse per l’Europa: i Balcani e l’Africa.
La situazione si è decisamente aggravata nel presente momento storico[5]. Per quanto un’ampia discussione in merito manchi da almeno un decennio, ancora più distante è il progetto che risale agli anni ‘50 del Novecento di una ‘Unione Europea della Difesa’, fallita per contrasti franco-tedeschi. L’ostacolo è sempre lo stesso, superare le divisioni intergovernative di quasi ogni decisione europea. Nell’ambito sensibile della sovranità[6], la difesa va considerata tra le più ardue.
La questione, ora riproposta tra urgenza e timori in Europa, con la moneta comune assistita e sostenuta dai ministri finanziari dei paesi membri, vede ciascuno a difesa dei loro diritti nazionali e si attende ancora che al first step, così denominato da Ciampi all’epoca della creazione dell’euro per gli scambi e le transazioni in un esteso mercato, si aggiunga l’altro, essenziale, di rigorosa politica fiscale. Ciò è del tutto irrinunciabile, nonostante le reiterate proposte – anche nel citato Piano Draghi – di finanziare mediante safe bonds da un ipotetico pool europeo comune il principale bene pubblico ‘perfetto’, la difesa, il ‘foedus’ che accompagna storicamente la formazione degli Stati a più livelli, o federazioni, contraddistinte dall’Unione politica, non unicamente economica, dei partecipanti.
In tal modo, ciascun cittadino –col voto del Parlamento, sistema proporzionale e regola di maggioranza– sarebbe finalmente in grado di contribuire al processo di formazione delle scelte collettive, evitando un ritorno al ‘feudalesimo’, per una Costituzione universale e la ‘pace perpetua’.
(da Libero Pensiero - Periodico Culturale, n.108, Giugno 2025)
The Economist, n. 9384, Feb. 17-23 2024, p. 23.
Cfr. l’interessante proposta-utopia, a fronte dell’ormai irrisorio effettivo ruolo di organismi come la NATO e la stessa ONU, di L. Ferrajoli, Perché una costituzione della terra? Giappichelli, 2021.
Objectif 2019 : Un grand pas pour l’Europe, un petit pas pour les Régions, Editions de l’Aube, 2004.
F. Fraenkel, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura, Einaudi, 1983.
Cfr. T. de Montbrial (ed.) L’Europe dans la guerre, Dunod, 2023. Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, 2024, e il saggio di forte attualità: A. Gambino, Perché OGGI non possiamo non dirci antiamericani, Editori Riuniti, 2003.
Z. Bauman, Oltre le nazioni. L’Europa tra sovranità e solidarietà, Laterza, 2012-2019. E. Felice, Il Sud, l’Italia, l’Europa. Diario civile, Il Mulino, 2019.