“STABILICUM”, “TERZA CAMERA”, “CAMPO LARGO”, “SCIOPERO”

26-10-2026 -


di Giuseppe Buttà

La nuova legge elettorale è fatta. Buona o cattiva che sia, è l’ultima di una serie aperta dal mattarellum, la cui saggezza continuiamo a celebrare pur essendo esso all’origine di molti dei mali che affliggono questa cosiddetta Seconda Repubblica: esso è infatti il seme dell’ipocrisia del nostro sistema elettorale, un "pastrocchio" tendente a ignorare l’esito del referendum Segni e a mettere qualcuno a riparo dalla sconfitta salvando capra e cavoli: né maggioritario né proporzionale. Poi seguirono "porcellum", "italicum" e "rosatellum" che, sempre animati dagli stessi intenti e mantenendo il geniale sistema di cui sopra, hanno continuato a lasciare irrisolto il dilemma.

Sebbene ambisca a correggere gli errori perversi delle leggi elettorali precedenti, nemmeno lo "stabilicum" o "melonellum" risolve il "busillis" al fondo della crisi del nostro sistema elettorale – maggioritario o proporzionale? – né restaura pienamente il voto di preferenza che, con pia intenzione, venne eliminato a suo tempo per impedire il perpetuarsi del clientelismo e certe contiguità dei candidati con il malaffare ma, in realtà, con ciò si misero i candidati nelle mani pulite dei padroni dei partiti: infatti, questa nuova legge lascia ancora molto potere ai partiti nella scelta di deputati e senatori, legando le mani all’elettore il quale, volente o nolente, dovrà ingoiarsi il capolista; essa inoltre resta impaniata nella ragnatela perché, pur essendo il suo scopo quello di stabilizzare la maggioranza dando un premio di seggi a un’ipotetica coalizione che ottenesse il 42% dei voti (sia alla Camera che al Senato), non ha avuto il coraggio di prevedere che, nel caso in cui quel quorum non vanisse raggiunto da alcuno, si procedesse al ballottaggio tra le due coalizioni con il maggior numero di voti; quindi, in questo caso, la ripartizione dei seggi dovrà essere fatta in termini puramente proporzionali. Altro che "stabilicum"!

Naturalmente, già per il solo uso dell’espressione ‘premio di maggioranza’, gli autori della legge si sono esposti all’accusa ignominiosa della truffa con in più l’aggravante del modello Acerbo – e forse qualche solerte p.m. avrà già aperto un "fascicolo" penale, mentre bravi costituzionalisti – con la loro corte di scrittori e scrittrici, di attrici e attori, cui si sono aggiunti, per "buon peso", Prodi e D’Alema – hanno già scritto i ricorsi per impugnare lo stabilicum davanti alla Corte costituzionale che essi vorrebbero usare come una ‘terza Camera’.

Tutti i 30 ricorsi – presentati, intasando i tribunali, a 30 giudici diversi alla ricerca di un giudice a Berlino: sicuramente lo troveranno – invocano i precedenti stabiliti dalla ‘terza Camera’ nei casi della legge Calderoli ("porcellum"), e dell'Italicum, la legge renziana. In questo senso sono stati rassicurati dall’attuale presidente della Corte, Amoroso, il quale ha detto che, per giudicare la nuova legge elettorale, «in quelle sentenze ci sono dei principi che costituiranno il binario per una valutazione che spetterà alla Corte quando e se sarà adita». Spero che Amoroso – che lascerà la Corte tra un mese e quindi non potrà più dire la sua – non intenda con queste parole lasciare la sua opinione in eredità alla Corte, consigliandole di non discostarsi da quei precedenti.

Naturalmente i ricorrenti chiedono, ‘con forza’, che questa "terza Camera" decida i ricorsi in fretta; che non perda tempo, come invece fa di solito, e faccia, prima delle elezioni, una sentenza "auto-applicativa", praticamente una legge rifatta dai "soloni" a loro insindacabile gusto e ponga la pietra tombale sullo "stabilicum". Penso che saranno accontentati – la Corte costituzionale non delude mai questo tipo di "bravi" costituzionalisti – e temo che l’appello a non giocare con la stabilità, rivolto da Paolo Pombeni a chi fa «battaglie di bandiera più che di principio», finirà nel cestino.

Certo, se la legge venisse dichiarata incostituzionale, ci sarebbe da chiedersi però perché un così valoroso garante della Costituzione come l’attuale Presidente della Repubblica, abbia promulgato la legge, cosa che certamente non avrebbe fatto se si fosse accorto della sua incostituzionalità e che egli fa ogni volta che si presenta l’occasione: da ultimo ha esercitato la sua "moral suation" riguardo al decreto che ha distaccato 500 uomini dell’esercito in servizio di ordine pubblico "ordinando" al governo di non affidare ad essi funzioni di polizia giudiziaria.
Giusto! Ma non ha suggerito, per esempio, di formare pattuglie miste di militari dell’esercito comandate da un carabiniere, che può esercitare quella funzione.

Una delle obiezioni al premio di maggioranza è che, con una ipotetica astensione del 40% degli elettori, chi vincerà le elezioni otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento che rappresenterebbe appena il 25% degli elettori: certo questo è un problema che riguarda la funzionalità della democrazia ed è un problema di tutte o quasi le democrazie occidentali; ma non è un problema di costituzionalità tanto è vero che, giustamente, nella Costituzione non è stato fissato alcun quorum per la validità delle elezioni.

E, del resto, nessuna legge elettorale maggioritaria può assicurare che la maggioranza dei seggi ottenuti da un partito corrisponda, nel totale, alla maggioranza dei voti espressi: basta ricordarsi degli effetti dei collegi uninominali in Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, etc.. Inoltre, mi pare che il premio di maggioranza sia previsto dalle leggi elettorali regionali: in Toscana, con il 40% dei voti si ha un premio del 15% e non del 13% come nella legge nazionale; nei grandi Comuni, per avere la maggioranza assoluta, basta il 40%.

Inoltre è da dire che la legge prevede che, con il premio di maggioranza, una coalizione o un singolo partito non possa superare un tetto massimo di 220 parlamentari (55%) alla Camera e di 113 al Senato sicché, per esempio, una tale maggioranza resterebbe sotto i 3/5 dei voti necessari per eleggere giudici costituzionali e i laici del Csm.

Ma dobbiamo anche dire che, se non fosse che la legge ha messo in forte imbarazzo il "campo largo" a causa dell’obbligo di indicare il candidato premier prima del voto, l’opposizione non sarebbe turbata dal problema della costituzionalità del premio di maggioranza perché, sotto sotto, i ‘campesinos’ sperano di essere essi i premiati. Se così fosse, sono certo che nessuno si preoccuperà della costituzionalità di tale misura: ma, intanto, ai "campolarghesi" conviene agitare lo spettro dell’incostituzionalità per farne uno spaventapasseri per la campagna elettorale: i propagandisti dei vari, benemeriti talk show tv sono già all’opera.

Un altro punto in discussione è che, secondo la Costituzione, il Senato è eletto su base regionale. Su questo ci sono discussioni tra gli stessi costituzionalisti. Se il Senato deve essere eletto su base regionale, i calcoli elettorali si devono fare su base regionale. Con la nuova legge i voti sono calcolati a livello nazionale e poi i seggi spalmati tra le Regioni; ma a mio avviso una tale discrasia potrebbe essere facilmente corretta dal Parlamento con un’interpretazione autentica nel senso che il 42% dovrebbe essere riferito non al numero dei voti bensì al totale dei seggi ottenuti nelle Regioni.

L’altro cavallo di battaglia dei ricorsi sarà, appunto l’obbligo di indicare, il nome di chi si intende proporre al Presidente della Repubblica per la nomina a Presidente del consiglio; secondo i bravi costituzionalisti ricorrenti questa indicazione lederebbe la "prerogativa" del Presidente della Repubblica.

Ma quale sarebbe la novità sconvolgente? Forse essi pensano che il Presidente della Repubblica possa nominare autocraticamente il Presidente del consiglio? A che servono le macchinose consultazioni quirinalizie se non a permettere al Presidente di accertare il nome di chi possa disporre di una maggioranza parlamentare che appoggi il governo? È forse scandaloso che, al Presidente della Repubblica, questo nome venga proposto direttamente dagli elettori piuttosto che dai loro rappresentanti eletti in Parlamento e che così si risparmino soldi e fatica di corazzieri, cerimonieri, etc., sottoposti al defatigante tour de force delle consultazioni, spesso più lungo del tour de France?

La monarchia inglese, che ha pure un lato scozzese che tende al risparmio, il giorno dopo le elezioni chiama il capo del partito che ha ottenuto la maggioranza e, senza consultare nessuno, se non i giornali che riportano i dati elettorali, lo nomina "prime minister".

Perché, in passato, questi solerti custodi della Costituzione non hanno fatto nulla in difesa di quella prerogativa quando, per esempio, Mattarella nominò un "quisque de populo", un certo Conte: il Presidente non aveva mai sentito quel nome e, quindi, non si può dire che abbia esercitato in alcun modo la sua presunta prerogativa; egli accettò senza battere ciglio la proposta presentatagli all’ultimo minuto dall’ineffabile coppia Di Maio-Salvini in rappresentanza dell’unica maggioranza che si era potuto raccattare. Del resto qualunque nomina possa fare il Presidente della Repubblica non avrebbe effetto se non venisse accettata da una maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento.

Massimo Cacciari ha lasciato con una mano davanti e l’altra dietro la baldanzosa intervistatrice TV che si aspettava da lui una condanna feroce per un tale attentato alla Costituzione: il filosofo ha invece assolto gli autori di quella legge perché il fatto non costituisce reato e ha ammonito: «Non ci trovo niente di male, è un elemento di chiarezza verso l’elettorato».
Sicché si deve concludere che questi custodi della Costituzione sono interessati a occupare il Colle più che a difenderlo.

Quanto al numero delle firme da raccogliere per l’ammissione dei candidati alla competizione elettorale, non vedo come si possa giudicare incostituzionale una misura volta soltanto a impedire abusi: o si aboliscono le firme e si lascia libero l’accesso alla competizione elettorale o non è il numero delle firme a determinare l’incostituzionalità della norma: che le firme debbano essere 1.000 o 6.000 dev’essere lasciato decidere al legislatore che evidentemente fa scelte politiche che dovrebbero essere precluse ai giudici.

Intanto, fiduciose nella provvida ‘terza camera’, i "campolarghesi" arrotano le armi, più che per attaccare il nemico, per fare i conti tra loro. Massimo Cacciari, analizzando lo scenario del "campo largo" dopo l'approvazione della nuova legge elettorale, ha fatto conoscere il suo "oracolo": «Il centrosinistra sceglierà il proprio candidato premier con le primarie. Prima, però, deve concordare un programma. Per il campo largo vincere le elezioni è possibile... Cosa diversa è governare: il rischio è quello di non fare niente. Anche l’Ulivo era spaccato su tante cose ma aveva Romano Prodi [e l’abbiamo visto all’opera]. Ora non c’è nemmeno una figura che faccia da collante… Li vedo avviati verso la strada rovinosa delle primarie. Se Elly Schlein dovesse perdere la sfida, il Pd andrebbe incontro allo sfascio».

Come a Delfi, l’oracolo offre anche la ricetta per evitare la sciagura: «il campo largo dovrebbe partire da un programma coraggioso su due linee: la politica estera, affermando in pieno la tradizione europea: siamo per la pace [già: Russia permettendo]. E l’economia [quale? Quella dell’esproprio proletario di Ilaria Salis?]… Se sono capaci di fare questo, in maniera netta, allora potrebbero anche, a quel punto, provare a trovare un accordo su quale persona può realizzarlo al meglio, evitando la lotteria delle primarie»: ergo, la Schlein faccia un passo indietro. Ma, come si sa, Schlein è testarda e, fingendo di non capire questo consiglio, si è autocandidata e ha invece colto l’assist sulla necessità di definire un programma della coalizione sedicente "progressista": infatti Elly ha già annunciato quello che intenderebbe fare se, Dio non voglia, siederà a Palazzo Chigi: «Ho due idee precise, le priorità da affrontare nel primo Consiglio dei ministri dopo che avremo vinto le elezioni: salari e costo dell'energia». La Schlein ha scoperto che «non si vince al centro» e, quindi, si abbraccia sempre più a Fratoianni, Bonelli e Ilaria Salis – l’ideologa ufficiale di un nuovo "Sole dell’avvenire" – anche per scongiurare la concorrenza dell’altra Salis, Silvia – la lanciatrice di martello mentre Ilaria ha solo partecipato alle Olimpiadi di Budapest (pare in una nuova specialità: uso del martello) – da 2 anni sindaco di Genova ma già pronta per Palazzo Chigi.

Ah, dimenticavo! Al "campo largo" si è aggiunto un nuovo "campesino": + 1 (o "Più Uno. Uguali per costituzione") cioè il nuovo partito che – sotto la guida di Ernesto Maria Ruffini, esperto di "entrate" ma non so se anche capace di governare le "uscite", e del suo consocio, Gabrielli, molto esperto di tecnica e logica dell’inseguimento poliziesco – «definirà valori, obiettivi e visione del movimento nel campo del centrosinistra, ma al di fuori del Pd che ha scelto di rinunciare a farsi interprete delle istanze di una parte della società civile. Quella stessa società che non riesce più a riconoscere nel Partito Democratico l’eredità lasciata dall’Ulivo». Si potrebbe obiettare che, di solito, i partiti non nascono sotto un cavolo ma dopo aver definito valori, obiettivi e visione; ma non vale la pena di rivelarglielo perché pare che il povero Ruffini sia rimasto deluso dal Pd che non ha fatto di lui il suo nuovo "papa straniero" e che ora, in nome di qualche ministero, è costretto a sacrificarsi, come un martire islamico, convergendo come un sol uomo nel "campo largo".

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Ma non si parla solo a Delfi. A Roma, invece dell’oracolo ha parlato il grande guru Goffredo Bettini che, poverino, le prova tutte: da ultimo ha pure scritto una lettera al Corriere della Sera per sciogliere il nodo gordiano dell’affaire ucraino che, come dice Cacciari, minaccia di fare del "campo largo" un campo minato che potrebbe far saltare in aria la testarda Schlein. Il sillogismo di Bettini è diabolico (da notare le "scivolate d’ala" che egli architetta per salvare capra e cavoli financo richiamando la «collocazione geopolitica che costò cara all’Italia: nonostante le rassicurazioni di Berlinguer di non voler uscire dalla NATO, gli fu impedito di concludere un’intesa con Moro»).

Il guru parte da lontano e, infatti, egli sa bene quello che il suo Pci pensava veramente della NATO sicché la cosa più importante che egli trova, già acquisita, dai suoi commilitoni "democratici" e dagli alleati "campolarghesi", è «un’intesa su altre decisive questioni internazionali; a partire dal rifiuto di un riarmo in ordine sparso dei Paesi europei, con in testa la Germania. Per indicare, piuttosto, la necessità di una difesa europea comune»: cioè per non far niente: che era, appunto, la tesi del Pci di Berlinguer al tempo dei missili cruiser: perché dispiegarli in Italia, e in Europa, se li hanno già gli americani?

Per farla breve, ecco il nocciolo delle "grandi" idee di questa eminenza grigia nostrana: «La Russia ha aperto una guerra sciagurata e criminale … Eppure, dopo l’invasione, dall’Europa non si è mai sollevata veramente la parola pace... Noi avevamo l’obbligo di aiutare l’Ucraina. Ma, dal giorno dopo, avremmo dovuto spingere per la trattativa, … per la pace. Al contrario l’Europa, nella sostanza, ha alimentato il clima guerresco». E qui segue il panegirico: l’UE «ha definito l’avversario come il male assoluto. Putin come Hitler. Ha confuso il popolo russo, la sua cultura, la sua storia, con chi in questo momento lo governa. Ha invocato la vittoria finale su quel grande impero»!

Ecco il lampo di genio del guru: «Allora la domanda se continuare a spedire armamenti all’Ucraina è in modo stringente collegata a una svolta chiara e immediata della politica europea... una proposta di pace basata sul realismo, e su una garanzia di sicurezza per tutti … Dunque, la posizione del centrosinistra deve uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no... Armi per cosa? Per quale assetto generale di sicurezza dell’Europa, della Russia, dell’Ucraina?… Tregua sulla linea del fronte. Una fascia smilitarizzata garantita da forze neutrali dell’Onu. Sì all’Ucraina nell’UE. No nella Nato... la sicurezza di una parte non può andare a detrimento della sicurezza dell’altra. Ciò significa, anche, farsi carico [ecco riemergere l’antico gergo pcino], da parte dell’Ucraina, della propria collocazione geopolitica».

Significa, insomma, che l’Ucraina deve restare neutrale [e denazificata?] – e, forse, Bettini pensa generosamente che anche paesi baltici, Finlandia e Svezia, dovrebbero farlo – guardando con fiducia e benevolmente all’URSS. Pardon: alla Russia. Quanto alle armi per l’Ucraina, Bettini pensa che siano buone quelle di Totò: tricche tracche e castagnole. Mefistofelicamente coerente, Bettini è ancora fedele al principio brezneviano della "sovranità limitata": è questo principio quello che lo appaia a Conte – il quale dice con sicurezza: «Noi siamo disponibili e pronti anche alle primarie e le vinceremo insieme avendo poi grande cura di rappresentare tutte quelle diverse sensibilità che è normale ci siano tra forze politiche alleate ma sull’Ucraina, e sul riarmo, non c’è discussione» – e a Di Battista il quale, reduce da Cuba, ripete che «la linea sull'Ucraina è dirimente: Se Schlein e Conte continuano così, possono anche non fare le elezioni. Avvilente sentirla parlare ancora di pace giusta in Ucraina. Per me anche Putin ha le sue ragioni».

Ma non si dev’essere troppo severi con Bettini: è animato da buone intenzioni, vuole solo un "pastrocchio" da offrire ai due aspiranti alla poltrona di presidente del consiglio e non propone, come ha fatto Trump, di consegnare la testa di Zelensky all’Erode di Mosca.

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Finalmente l’Italia è al passo coi tempi. Quando la folla si è scatenata in Francia, mi sono detto: vuoi vedere che domani l’avremo anche qui? Le violenze di questi giorni dimostrano che non abbiamo nulla da invidiare alla Francia, anzi sono sicuro che la supereremo (l’abbiamo già fatto mandando al saccheggio i balilla).

Delle cause che le hanno determinate discuteranno storici, sociologi, psicologi dell’età evolutiva, etc., ma, si può dire fin da ora che, a parte l’imitazionismo – malattia endemica del nostro paese almeno dal celebrato e glorioso ’68 per non andare indietro fino alla sbornia di bolscevismo del primo dopoguerra – non c’è dubbio che il clima "resistenziale" divenuto quasi "tropicale" e di cui godiamo dal 2022, ha avuto la sua parte: a poco a poco l’appello alla "rivolta sociale" sta avendo i suoi effetti anche per la manovalanza d’importazione che non manca a Milano né a Torino né ovunque nello "Stivale".

Per fare il suo solito titolo sensazionalistico sui "guerriglieri baby", questa volta Il Manifesto ha ponzato per ben tre giorni, da sabato 17 a martedì 20 ottobre, poi ha lanciato la sfida al governo, alla polizia, al buon senso, e ha tirato fuori un titolo minaccioso: «Prova a prenderli».

Il sottotitolo è ancora più indicativo di ciò che bolle nella pentola dei radical chic con ascendenze marx-leniniste: «Si allarga la risposta repressiva. Il governo vara altre leggi di emergenza: impiego di militari e fermo indiscriminato. Non servirà». Poi, nell’editoriale, con un evviva ai "maranza" – la nuova classe che sta per far saltare «il tappo della calma sociale» – Il Manifesto ha scoperto le carte compiacendosi del fermento che cova nel paese con «studentesse e studenti [si noti la raffinatezza di genere che manca per le categorie inferiori appresso nominate], agricoltori e autotrasportatori che si ribellano a un governo presunto amico».

L’anno elettorale che abbiamo davanti sarà ricco di eventi memorabili – tutti in nome della democrazia – a partire dallo "sciopero generale" indetto da Landini per il 20 novembre prossimo. Non so se tutto questo possa risolvere i molti problemi che ci sono e che nessuno nega; è certo tuttavia che nessuno dei tanti promotori – comprese quelle forze politiche che, davanti alle difficoltà in cui ci troviamo, ridono sotto i baffi anche se cercano di nasconderlo – hanno idee e capacità necessarie allo scopo.

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Pare che Meloni non voglia firmare il decreto per il pagamento degli stipendi e degli arretrati (circa 100.000 euro a testa) che toccano ai magistrati secondo la sentenza fatta dagli stessi magistrati, quelli del Consiglio di Stato.

Sia pure senza Tik Tok, lancio un appello in favore di questi derelitti: SIAMO TUTTI MAGISTRATI! Scendiamo Anche Noi In Piazza! Tutti vogliamo 100.000 euro di arretrati!





Fonte: di Giuseppe Butta'