Lo stile demolitorio del Presidente Trump ha il grande merito di averci aperto gli occhi. Abbiamo capito o, meglio, spero che si sia capito che, anche dovendo correre il rischio delle reprimende che un giorno sì e l’altro pure ci arrivano dalla Casa Bianca, dobbiamo puntellare la NATO senza se e senza ma: non possiamo farne a meno.
Come si sa, quando un muro è cadente è meglio ricostruirlo che rabberciarlo a condizione però che le fondamenta siano ancora buone: è necessario comprendere le cause dell’ammaloramento del muro. Non basta infatti prendersela con il caratteraccio di Trump: come del resto è inutile discutere del principio politico che guida le sue scelte: ciò che dobbiamo cercare di capire e discutere della dottrina di Trump è la sua correttezza in termini di interesse nazionale americano in rapporto alla situazione delle relazioni internazionali attuali.
Nel documento che delinea la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti (National security strategy, NSS), Donald Trump ha affermato che gli Usa abbandoneranno il loro ruolo globale per concentrarsi maggiormente sull'America Latina e sulla lotta all'immigrazione, fenomeno che appare oggi fuori controllo; ma questo è un risvolto di politica interna americana, discutibile quanto si vuole ma non dal punto di vista delle relazioni internazionali degli Stati Uniti: a prescindere dal colpo di mano venezuelano e dalla questione ucraina, la politica estera e di sicurezza trumpiana ha necessariamente continuato a seguire il solco tracciato dalla storia con altri mezzi e, se vogliamo, in modo caotico e spesso contraddittorio. In realtà, gli Stati Uniti non possono tirarsi fuori dal mondo: lo testimonia a abundantiam la vicenda iraniana.
Nel testo di questo documento si parla anche della NATO, partendo dalla premessa che, «dopo la fine della Guerra Fredda, le élite che hanno forgiato la politica estera americana erano convinte che il dominio americano permanente sul mondo intero fosse nel migliore interesse del nostro Paese. Tuttavia, gli affari degli altri Paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi».
A mio avviso ciò non può significare una rinuncia americana al sistema di alleanze che ha assicurato quel minimo di stabilità che abbiamo fin qui conosciuto.
Tra le priorità della politica degli Stati Uniti per l'Europa c'è il ripristino delle «condizioni di stabilità all'interno dell'Europa e la stabilità strategica con la Russia … consentire all'Europa di stare in piedi da sola e operare come un gruppo di nazioni sovrane alleate, prendendo la responsabilità principale della propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversaria».
Trump ha dovuto lamentarsi della freddezza degli alleati europei verso l’America impegnata oggi nel poderoso tentativo di neutralizzazione del pericolo iraniano, cioè del mancato sostegno degli alleati europei nella guerra in atto con l’Iran; non si può negare che egli abbia sbagliato l’approccio non coinvolgendo gli alleati della NATO fin dall’inizio ma è pure vero che, se l’avesse fatto, egli avrebbe trovato un muro di gomma e la tattica delle calende greche mentre il pericolo nucleare iraniano si sta facendo sempre più immanente: è di questi giorni il voto del Parlamento di Teheran per portare l’arricchimento dell’uranio al novanta per cento.
Trump ha financo messo in discussione la storica relazione speciale con la Gran Bretagna – Starmer ha dovuto fare marcia indietro almeno per quanto riguarda la base di Diego Garcia – e, come ritorsione per la Spagna, che ha chiuso il suo spazio aereo all’aviazione americana impegnata nella guerra, e per le renitenti Germania e l’Italia, che hanno negato l’uso delle basi americane nel proprio territorio per le operazioni in Iran, Trump ha minacciato di ritirare almeno parte delle sue truppe dall’Europa.
La domanda è se lo farà veramente: l’indebolimento e la disgregazione del pilastro europeo dell’Alleanza Atlantica non sono nell’interesse americano e, guardando oltre l'Europa, nel testo della NSS si legge che «l'Indo-Pacifico è e continuerà a essere uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del secolo a venire».
Per quanto grandi, le risorse finanziarie e militari convenzionali americane non sono illimitate o, comunque, sufficienti a coprire tutto il fabbisogno derivante dalle politiche mondiali e, quindi, già da questo punto di vista una diversa dislocazione e destinazione di esse appare ineluttabile.
Tutti i nemici – vecchi e nuovi – dell’America si sfregano le mani e si preparano a cantare il de profundis: dobbiamo deluderli!
Nella NSS si riconosce infatti che «l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti»e si ammette che, «non solo l’America non può permettersi di cancellare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente per ciò cui questa strategia mira»: se il pilastro europeo cadesse; se tra le due sponde dell’Atlantico non fosse più possibile la comunione morale, politica ed economica; se gli Stati Uniti dovessero trovarsi da soli di fronte a un agglomerato euro-asiatico, allora dovremmo attenderci sconvolgimenti furiosi che potrebbero costringere gli Stati Uniti a tentare un nuovo ‘sbarco in Normandia’: con quali risultati?
Da questo punto di vista, i punti critici sono molti ed è bene che su questi si apra un dibattito non solo in Europa ma anche in America: Stiglitz suggerisce che l’Europa dovrebbe cominciare a pensare a come «fare da sola [perché] il tempo della protezione americana è finito». Devo dire che non c’è bisogno di Stiglitz per rendersi conto di questa necessità e del fatto che è la Cina oggi ad avere le carte migliori per sottometterci in tutti i sensi. Ma mi sembra che egli sbagli quando, nella sua furia anti-trumpiana, suggerisce anche che l’Europa dovrebbe avere una sua autonomia strategica, cioè una strategia indipendente e forse anche in contrasto con quella degli Stati Uniti.
La realtà che abbiamo davanti non può non preoccupaci: Trump ha rilevato, a mio avviso giustamente, quanto sia debole la difesa Occidentale nei mari dell’Artico e come i sottomarini russi siano in grado di partire dal Mare di Barents e arrivare, costeggiando la Groenlandia, a minacciare gli USA e tutto l’Atlantico. Per non parlare dei potenti missili ipersonici che Putin esibisce non più nelle parate della Piazza Rossa ma testandoli in corpore vili: devastando Kiev e dintorni.
Da qualche anno, Putin fa tutto questo con il silente appoggio cinese. Trump si è convinto che occorra una reazione decisa e continua a insistere sul fatto che gli Stati Uniti hanno fin qui protetto l’Europa sostenendo quasi per intero gli oneri finanziari e militari, e che ora è arrivato il momento che gli europei paghino, in dazi e in spese militari e in impegno politico-strategico.
Questo è sicuramente vero: gli Stati Uniti hanno finora sopportato il maggior peso dell’alleanza atlantica e, per varie ragioni tutte fondate, da tempo (almeno dai tempi di Reagan) premono sugli alleati europei per ottenere un contributo politico, militare e finanziario adeguato e per una divisione del lavoro tra i membri dell’alleanza. Gli europei hanno finora fatto orecchie da mercante o, addirittura, hanno cercato una loro ‘terza via’ aprendo alla Cina e alla Russia.
La recente visita di Trump a Xi Jnping ci ha fatto toccare con mano quanto anche sul piano economico sia in declino l’egemonia americana – costretta ora a concedere la ‘open door’ ai cinesi – e, nello stesso tempo, come un’Europa debole e non allineata con gli Stati Uniti non faccia che accelerare il declino dell’Occidente nel suo complesso.
Il summit con Trump ha ribadito la centralità della relazione tra America e Cina pur se segnata da un equilibrio instabile e da una rivalità ormai non più legata alle fantasie ideologiche anticapitaliste della vecchia Cina maoista ma da concrete conflittualità geopolitiche. Il vertice cino-americano non ha prodotto accordi chiari né ha chiuso tutte le porte. Ma ciò che è lampante è la inconciliabilità degl’interessi delle due potenze: da quelli commerciali, alle terre rare, a Taiwan, al Pacifico e all’Iran con le rispettive mire geopolitiche fino al messaggio, allo stesso tempo cifrato ma abbastanza in chiaro, di Xi a Trump: se la Casa Bianca «gestisse male» la questione dell’isola Cina e Stati Uniti potrebbero «collidere o anche entrare in conflitto». Poi, Xi ha lasciato che la parola finale venisse detta dal suo amicone Putin, giunto a Pechino qualche giorno dopo la partenza di Trump.
Anche se pare che non sia stato raggiunto l’accordo sul gasdotto siberiano verso la Cina – mentre gli affari commerciali cino-americani sono stati abbastanza proficui nelle mani di Trump-Xi – il comunicato finale dell’incontro tra i due ultimi leader comunisti ci ha fatto sapere che «le relazioni tra Cina e Russia sono a un livello senza precedenti». Xi inoltre sostiene che Cina e Russia dovrebbero rafforzare il loro coordinamento internazionale per tenere a bada il "prepotente unilaterale" e stabilire un nuovo ordine mondiale.
Altro che ‘America first’!
Chi, in Italia e in Europa, sogna una coalizione anti-Trump e un’alleanza euro-cinese deve farsene una ragione: la Cina ha un’alleanza non scritta con la Russia e questa gli basta per mettere in difficoltà l’intero Occidente.
L‘Europa o, per meglio dire, le nazioni europee, da sempre in lotta tra loro per uno straccio di egemonia, devono rendersi conto che l'Occidente oggi è sull’orlo del disfacimento a meno che non si trovi un accordo sincero e praticabile per trovare un nuovo ruolo della NATO nel mantenimento dell’equilibrio mondiale: gli Stati Uniti sono oggi impegnati in tutto il mondo e non possono permettersi di indebolire le alleanze di cui sono il perno. Non c’è dubbio infatti che, per l’impegno che gli Stati Uniti devono sostenere in Europa, in Medio Oriente così come in Estremo Oriente e nel Pacifico, a Washington servano gli alleati europei, e Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia (e forse anche l’India).
Allo stesso tempo bisogna che l’Europa atlantista faccia ciò che deve per rafforzare l’alleanza con l’America partecipando a una strategia globale da concordare con questa: a partire dal fatto che questa strategia non può essere subordinata agl’interessi americani e che, però, anche gli europei devono tenere conto degl’interessi americani.
Se l'America sarà forte, sarà forte anche la NATO e sarà forte anche l’Europa (unita) a condizione che – dandosi un assetto federale e superando le velleità egemoniche di qualche suo membro – essa superi le debolezze che, in atto, la espongono al rischio di una decadenza fatale sia sul piano demografico sia su quello politico, culturale ed economico.
Con buona pace di Trump e degli anti-trumpiani e soprattutto degli antiamericani di casa nostra, bisogna mantenere unite le due sponde dell’Atlantico, altrimenti dovremo rassegnarci a qualche ‘secolo cinese’. E non so con quale vantaggio per i ‘progressisti’ di casa nostra.