GLI ARMAMENTI SONO UNA BARBARA FOLLIA

26-05-2026 -

di Salvatore Rondello


La Terra è un pianeta sempre più armato: tra fiori e cannoni, si scelgono i cannoni, anche quando tutti vorrebbero ricevere i fiori. Il nuovo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) fotografa un mondo che convoglia quantità enormi di ricchezza verso i propri arsenali, sottraendo risorse al benessere collettivo, alla tutela ambientale e alla lotta alla povertà. Nel 2025, la spesa militare globale ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, segnando l'undicesimo anno consecutivo di crescita.

Questo dato porta la spesa per le armi al 2,5% del prodotto interno lordo globale, il punto più alto registrato negli ultimi sedici anni. Un valore percentuale che alcuni, come Donald Trump, vorrebbero raddoppiare nel breve e medio termine.

L'Europa è l'area dove questa dinamica di crescita è più evidente, con una spesa complessiva di 864 miliardi di dollari (quasi un terzo della spesa mondiale), in aumento del 14% rispetto all'anno precedente. Incide la guerra in Ucraina, pesano i programmi di riarmo del Vecchio Continente. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari.

La Germania guida il processo con investimenti per 114 miliardi di dollari, superando per la prima volta dalla fine della guerra fredda la soglia del 2% del Pil. Anche la Spagna ha aumentato il proprio budget del 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari.

L'Italia si conferma al dodicesimo posto mondiale per spesa militare, con più di 48 miliardi di spesa e una crescita del 20%: pur restando sotto o attorno al 2% del Pil, segnala un forte impegno finanziario da parte del ministero della Difesa.

La Russia ha portato la propria spesa a 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del pil nazionale. L'Ucraina, per sostenere il conflitto, ha destinato alla difesa l'84,1% del proprio bilancio, una cifra che rappresenta il 40% della ricchezza prodotta dal Paese.

In Medio Oriente, nonostante la riduzione dell'intensità degli scontri nella Striscia di Gaza, la spesa di Israele rimane superiore del 97% rispetto ai livelli del 2022. La Turchia ha invece aumentato il proprio budget del 7,2%, raggiungendo i 30 miliardi di dollari.

La spesa militare degli Stati Uniti anche nel 2025 è la più alta al mondo, con i suoi impressionanti 954 miliardi di dollari, ma risulta diminuita del 7,5%. Però, si tratta in gran parte di un'illusione ottica, perchè i dati 2025 sono il risultato del passaggio dalla presidenza Biden a quella Trump, con un calo dell'impegno per l'Ucraina e prima dell'avvio della guerra contro l'Iran. Ma Donald Trump ha chiesto un aumento delle spese militari del 45% nel prossimo bilancio.

Nan Tian, direttore del programma Sipri, afferma: “La diminuzione della spesa militare statunitense nel 2025 sarà probabilmente di breve durata”. Infatti, si ricorda che la spesa approvata dal Congresso americano per il 2026 ha superato i 1.000 miliardi di dollari e potrebbe salire a 1.500 miliardi nel 2027.

La tendenza è alimentata da quello che gli analisti definiscono il paradosso della sicurezza: in un clima di incertezza geopolitica, ogni Stato cerca di proteggersi aumentando le proprie dotazioni militari, ma questo processo genera l'effetto opposto. Il riarmo di un Paese viene percepito dai vicini come una minaccia diretta, spingendoli a loro volta a investire in nuove armi.

Il risultato è una spirale in cui tutti spendono di più, ma nessuno si sente più sicuro, poiché l'equilibrio delle armi si sposta costantemente verso l'alto. Fu una dinamica storicamente accertata negli anni che precedettero la Prima Guerra mondiale.

La Cina continua a sostenere il suo trentennale programma di modernizzazione militare con una spesa di 336 miliardi di dollari e un aumento del 7,4%. Questa crescita costante ha innescato reazioni a catena in tutta la regione: il Giappone tocca il livello di spesa più alto dal 1958, mentre Taiwan registra un incremento del 14%.

Il quadro delineato dal Sipri mostra come la forza militare sia tornata a essere il principale strumento di gestione delle controversie internazionali.

Se le risorse investite per la cooperazione e lo sviluppo economico restano stabili o diminuiscono, la spesa per le armi corre verso i 3.000 miliardi di dollari. Il diritto internazionale è quotidianamente violato dalla legge del più forte, come viene segnalato da più fonti, con il rischio di una frammentazione globale permanente dove la stabilità non è più garantita dai trattati ma dalla voce delle armi.

Presto il nostro immaginario collettivo a proposto di Volkswagen (associata al “Maggiolino” o alla “Golf”) potrebbe cambiare. Sul gigante di Wolfsburg che dal “dieselgate” americano naviga in cattive acque, c’è una notizia ben più seria e allarmante, una di quelle che tra colleghi o interessati della materia si pronuncia a mezza voce, con un misto di incredulità e incertezza: Vw è in trattativa con un’azienda israeliana (la Rafael Advanced Defence System) per produrre componenti destinati alla difesa aerea, in particolare allo “scudo d’acciaio” che protegge lo stato ebraico dagli attacchi dei Paesi nemici della regione; lo stabilimento prescelto per la conversione, e quindi l’inizio della diversificazione produttiva per combattere la crisi dell’automotive, sarebbe quello di Osnabrück, in Bassa Sassonia.

Il trend è preoccupante ed inarrestabile. Mappare l’evoluzione dell’economia bellica nel nostro Paese è un’operazione ostica, anche perché gli stessi componenti potrebbero servire a più scopi, tra cui la produzione di armi, ma un dato è chiaro: la spesa bellica è in espansione nel mondo e soprattutto in Italia.

I dati del Sipri pubblicati recentemente lasciano sbalorditi. Il tema sicurezza è certamente tra i più presenti nel dibattito pubblico. Se ne parla, diversamente da altre “armi di distrazione di massa” come la riammissione dell’Italia ai Mondiali di calcio o la chiassosa vicenda Venezi-Fenice, e tutte le tristi notizie di cronaca nera che alimentano gli show televisivi perché sono considerati una necessità. Il paradosso, tuttavia, come ha osservato il portavoce della Rete Pace e Disarmo, Francesco Vignarca, al Fatto Quotidiano, è che questa corsa alle armi non sta producendo una società meno violenta e più pacifica. Al contrario. La moltiplicazione degli scenari di guerra sono davanti agli occhi di ciascuno di noi, e che non si parla di guerre spaventose come quella in Sudan, la peggior crisi umanitaria da tre anni a questa parte, ma, anche rimanendo in casa nostra, registriamo fatti di cronaca di una gravità inaudita presente tutti i giorni in modo diffuso su tutto il territorio. Gli osservatori del presunto attentato al presidente Trump alla cena con i corrispondenti alla Casa Bianca, non a caso, hanno dato una responsabilità dell’avvenuto alla presenza stessa di troppe armi sul suolo americano: un ritornello che riemerge in corrispondenza di ogni nuova strage negli Stati Uniti.

L’impressione è che sempre più, nei singoli e nelle organizzazioni, si stia imponendo un approccio sulla sicurezza alimentato dalla paura. La società va trasformandosi in un insieme di persone che si trovano a condividere spazi, quartieri, tempi di vita, ma tendono a guardarsi in cagnesco, ponendosi subito sulla difensiva. Lo spirito comunitario sopravvive qua e là, ma non è certo il più diffuso. La risposta a questa constatazione tuttavia non può essere la lode di un’ipotetica età dell’oro che si colloca in un tempo indeterminato che appartiene al passato. Si tratta piuttosto di costruire, e di educare singolarmente ed insieme. Il benessere personale e familiare, inutile negarlo, passa attraverso la condivisione e la responsabilità rispetto alla cosa pubblica. Socializzare e costruire una rete comunitaria può essere un antidoto contro la paura e l’insicurezza. Le armi, se si trovano nelle mani sbagliate, finiscono per uccidere o anche solo ferire. In tutto questo c’è un problema di fondo culturale ed educativo che dal nichilismo proietta la violenza come mezzo di affermazione. Logiche che si affermano quando lo Stato è debole ed incapace di educare il suo stesso popolo, quando la ricchezza non viene redistribuita e viene meno l’assistenza sociale, sanitaria e umana.

A diseducare il popolo sono spesso i suoi stessi rappresentanti quando pensano a costruire le guerre anziché la Pace. Così si danno cattivi esempi. Non solo, ma si riesce ad ottenere anche la complicità involontaria del popolo. Il popolo, spesso inconsapevolmente, diventa complice perché le guerre si fanno con le tasse pagate dal popolo o con i debiti dello Stato che poi la popolazione dovrà pagare. Armarsi per la deterrenza potrebbe diventare una pura illusione.

Mi chiedo cosa c’è di morale in queste logiche assurde e disumane alle quali è un dovere ribellarsi. E’ un dovere civile in tutto il mondo chiedere la Pace perpetua di kantiana memoria in antitesi alle guerre che spopolano le terre. Poi, è matematicamente dimostrato che con la Pace tutti guadagnano in tutto e per tutto. Potrà sembrare superfluo dirlo, ma tuttavia va ripetuto a chi ancora non ha capito che con le guerre perdono tutti, anche i vincitori che hanno perso la dimensione dell’umanità. Fiumi di sangue sono stati versati affinché non ci fossero più guerre. Quante persone hanno giurato e predicato “mai più Hiroshima e Nagasaki”? Invece, quanti, indisturbatamente, hanno prodotto armi nucleari? Cui prodest? A nessuno. E’ solo una barbara follia collettiva avulsa da ogni ragione della natura umana.





Fonte: di Salvatore Rondello