ISRAELE

26-05-2026 -

di Paolo Bagnoli



E’ definita la Regola d’oro dell’etica e della reciprocità: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. E’ un principio aureo che, se venisse applicato, permetterebbe al mondo di vivere in pace e secondo giustizia basandoci su come vorremmo essere trattati dagli altri.

Credevamo che il primo ad averlo presente fosse lo Stato di Israele, chi lo governa, naturalmente, in un certo periodo secondo le regole della democrazia che talora danno il potere alla destra, talora alla sinistra. Osservazione banale, se vogliamo, ma necessaria poiché, ogni volta che si parla di Israele, tante cose si sovrappongono: dalla legittimità dello Stato a esistere al fatto che, in tutto il mondo, gli “ebrei” siano compatti con esso pesando, su tutto, un persistente antisemitismo che cresce pericolosamente e velocemente sempre più. Più volte, da queste colonne, abbiamo denunciato il problema.

Allora, diciamo subito, che quanto abbiamo visto nel filmato in cui Itamar Ben – Gvir, ministro del governo Netanyahu, ha umiliato e schernito donne e uomini della Flottiglia catturate con un atto di pirateria in acque internazionali e abbiamo saputo del trattamento da loro subito durante la detenzione in Israele, la nostra coscienza si è rivoltata. Con questo, non dobbiamo confondere la legittimità dello Stato di Israele a esistere né, tanto meno, ritenere che il semplice fatto di essere “ebrei” comporti, quasi si trattasse di una proprietà transitiva, essere ciò che è Israele. Il paese, da tempo governato da una destra fascista, violenta, razzista, proprietaria, nazionalista che, sull’onda della risposta legittima all’attacco del 7 ottobre, ha puntato con una guerra tra le più disumane si possa immaginare, a liberarsi del popolo palestinese sia a Gaza, ove il termine “drammatico” è insufficiente a rendere la tragicità della situazione, sia in Cisgiordania ove i coloni si espandano con azioni di violenza, potenza e prepotenza nel duplice intento di togliere terra ai palestinesi e impedire che nasca uno Stato che li rappresenti.

Israele va condannato, senza appello né giustificazionismo, per difenderlo da se stesso. Per difenderlo anche dall’ondata di odio antisemita che sta progressivamente ingigantendo.

Le democrazie europee sono scese in campo; ci auguriamo sia solo l’inizio di un’azione politica a vasto raggio mossi da una ragione semplice: la civiltà non può permettere che uno Stato, qualunque esso sia, privi un popolo della propria umanità. Che l’uomo non riconosca se stesso in un altro uomo; per Israele dovrebbe essere naturale visto quanto di disumano ha patito il popolo ebraico.

A nostra memoria, nella sua storia, lo Stato di Israele quando ha fatto la guerra vi è stato costretto per difendersi; questa volta non è così poiché il fine non è la difesa, ma la cancellazione di un altro popolo e siamo ben al di fuori della legittima rappresaglia per i fatti del 7 ottobre.

L’umiliazione inflitta ai sequestrati della Flottiglia, la violenza con cui sono stati trattati, il dispregio per ogni minimo senso della dignità umana ci porta a rivedere anche il giudizio che, come occidentali, abbiamo sempre dato di Israele quale presenza dell’Occidente e della sua civiltà, nella realtà mediorientale. Forse, qualche volta, si è tirato di lungo sensibili come siamo alla “memoria della storia” su cosa, in effetti, covava sotto la cenere di uno Stato fondato su un’idea democratica; schierarsi contro un governo che perseguita è obbligatorio per recuperare Israele alla propria origine.

Tutto ci si poteva aspettare da Israele che essere uno Stato persecutore, ma la rappresentazione farsesca e drammatica di Ben-Gvir, dobbiamo ammetterlo, non è quella di una deviazione, bensì l’esibizione di un sistema. Dopo aver visto quanto è successo agli equipaggi della Flottiglia vengono in mente le denunce dimenticate delle organizzazioni per i diritti umani, su quanto è perpetrato, dietro il paravento della sicurezza, nella società e nelle carceri israeliane. Insomma, la persecuzione ha mostrato il volto di una politica di Stato e se, fino a oggi, Israele ha, in un modo o nell’altro, richiesto un atteggiamento di impunità, ora bisogna ricrederci: il dato morale supera ogni questione o opportunità politica; senza di esso è chiaro che il diritto internazionale non ha valore alcuno. Non è una questione di codici o di norme giuridiche: è una questione politica.

Questa, inoltre, ci deve far riflettere sul fatto che, con il governo Netanyahu, la destra oltranzista, religiosa radicale, ha trovato la sua messianica affermazione. Gli insediamenti, infatti, prendono avvio nel 1967 e i governi di allora erano diversi da quello attuale che persegue l’annessione di ciò che non gli appartiene con un salto di qualità rispetto a quella che si definiva occupazione, realizzata sfruttando situazioni e coperture giuridiche, giocando una partita doppia fatta di trasferimenti di territorio alle autorità palestinesi e una corposa dilatazione degli insediamenti.

L’Europa su cui grava il peso dell’idea fattuale che si chiamava Occidente intendendo, con una parola, un mondo di valori - progresso, libertà, pace e convivenza civile - da cui Trump, giorno dopo giorno, si allontana, è ora all’onere della prova.

In un mondo dominato da pazzi, delinquenti, corrotti non è certo facile far valere la ragione: il dato morale su cui si basa la politica. Non esiste, tuttavia, altra strada per fermare un imbarbarimento di così vasta portata e riavviare la Storia sul cammino dell’incivilimento. La bussola è sempre la stessa:” Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.”





Fonte: di Paolo Bagnoli