LIDIA POËT, LA PRIMA DONNA AVVOCATO

26-05-2026 -


di Sergio Castelli


Una figura pionieristica che ha superato i pregiudizi della sua epoca, spianando il cammino per le generazioni a venire. La prima avvocatessa d'Italia, diventata un simbolo di emancipazione femminile e della lotta per la parità di genere. Un punto di riferimento essenziale nella storia dei diritti delle donne in Italia, incarnando un esempio eterno di determinazione e audacia.


Lidia Poët, nata il 26 agosto 1855 a Traverse, un piccolo centro oggi assimilato alla frazione di Perrero nella Valle Germanasca, provincia di Torino, proveniva da una famiglia benestante e culturalmente avanzata. Figlia di Giovanni Pietro, sindaco del paese, morì quando Lidia aveva 17 anni, e Marianna Richard, proveniente da una famiglia di ricchi proprietari terrieri valdesi, si impegnò affinché la figlia avesse le stesse opportunità del fratello; difatti, ultima di sette figli, con quattro fratelli e tre sorelle, la fece crescere in un ambiente che favorì e sostenne la sua formazione. La famiglia Poët apparteneva alla comunità valdese, una Chiesa profondamente radicata nella valle e nota per promuovere l'istruzione e i valori di uguaglianza. Lidia poteva vantare antenati di rilievo: il bisnonno Matthieu servì come armigero nell'esercito sabaudo e suo nonno Thomas fu invitato da Napoleone stesso a presenziare alla solenne cerimonia della sua incoronazione. Il padre, Giovanni Pietro, rivestì per anni la carica di sindaco di Perrero, mentre il fratello maggiore Giovanni Enrico fu il primo valdese a laurearsi in giurisprudenza e a diventare avvocato in Italia. Quest'ultimo, titolare di uno studio legale a Pinerolo, ebbe un ruolo essenziale nella vita e nella carriera della sorella. Presso il suo studio, infatti, Lidia offrì collaborazione per tutta la vita, contribuendo alla redazione di atti difensivi, soprattutto dopo la sua controversa radiazione dall'albo degli avvocati. Nonostante non si sia mai sposata né abbia avuto figli propri, Lidia rimase molto legata ai figli della sorella Caterina.

Rimasta orfana, frequentò il collegio svizzero "Collegio delle Signorine di Bonneville" situato ad Aubonne, nel distretto di Morges (Canton Vaud), vicino al lago Lemano o lago di Ginevra, dove ottenne la patente di Maestra Superiore nel 1871 e, tre anni dopo, le abilitazioni per insegnare inglese, tedesco e francese.

Dimostrando grande determinazione e ambizione, riuscì a convincere la famiglia a permetterle di proseguire gli studi liceali, tracciando così il primo passo verso la sua futura carriera professionale.

Nel 1877 conseguì la licenza presso il Ginnasio-Liceo "Giovanni Battista Beccaria" (oggi noto come Vasco Beccaria Govone) di Mondovì (CN), un traguardo insolito per le ragazze dell'epoca, e si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino seguendo le orme del fratello Enrico, avvocato a Pinerolo, che la supportò costantemente nelle sue decisioni, un privilegio non comune per le giovani donne del tempo.

Gli anni dell'università furono tutt'altro che facili. La presenza di una donna tra gli studenti suscitava curiosità e, in alcune occasioni, ostilità. Nonostante ciò, Lidia rimase determinata: frequentò i corsi con dedizione e affrontò le verifiche con impegno.

Il 3 luglio 1878 sostenne il suo primo esame universitario e il 17 giugno 1881, con il massimo dei voti, ottenne la laurea, discutendo una tesi intitolata "Studio sulla condizione della donna rispetto al diritto costituzionale e al diritto amministrativo nelle elezioni". Questo elaborato riveste un'importanza storica notevole, poiché rappresenta uno dei primi e più rilevanti sforzi per sostenere, da un punto di vista giuridico, il riconoscimento del diritto di voto alle donne in Italia. L'argomentazione si fonda sui principi di uguaglianza e merito personale, anticipando di gran lunga l'introduzione del suffragio universale.

Sebbene Lidia Poët sia spesso celebrata come la prima donna avvocato in Italia nel XIX secolo, è interessante ricordare che Maria Pellegrina Amoretti (nata a Oneglia il 1º gennaio 1756 e morta nella stessa città il 14 ottobre 1787) l'aveva preceduta di oltre un secolo. Amoretti, infatti, ottenne la laurea in giurisprudenza il 25 giugno 1777 presso l'Università di Pavia, diventando una figura pionieristica nel campo del diritto. Inoltre, è nota per essere stata la terza donna laureata in Italia, seguendo le orme di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che conseguì il titolo in filosofia nel 1678, e di Laura Bassi, laureata in scienze e filosofia nel 1732.

Questo titolo di studio per Lidia Poët non rappresentò un traguardo finale, bensì l'inizio di una battaglia per i propri diritti. Chiese l'iscrizione al registro dei praticanti e completò i due anni di pratica a Pinerolo, presso lo studio legale del senatore Cesare Bertea. In quel periodo ebbe modo di entrare in contatto con numerose figure di spicco del panorama letterario e politico, tra cui Edmondo De Amicis, Paolo Boselli e Cesare Ambrogio Cantù.

Nel 1883, pur avendo tutti i requisiti necessari per iscriversi all'Albo degli Avvocati ed esercitare la professione forense, grazie al superamento brillante delle prove previste dalla legge n. 1938 del 1874, Lidia Poët si trovò a fronteggiare ostacoli inattesi. La richiesta suscitò grande sorpresa negli ambienti legali di Torino e generò vivaci polemiche, poiché si trattava del primo caso di questo tipo a emergere nel Regno d'Italia. La sua iscrizione, inizialmente accolta favorevolmente dall'Ordine degli Avvocati di Torino, incontrò l'opposizione di alcuni membri, come Federico Spantigati e Desiderio Chiaves, che decisero addirittura di dimettersi a seguito dell'ammissione di Lidia Poët.

Successivamente, il Procuratore Generale del Re, Giuseppe Moggi, impugnò davanti alla Corte d'Appello il decreto d'iscrizione perché: «Le donne possono fare le insegnanti o i medici ma, in questo caso, si tratta di attribuzioni che, per la loro indole ed entità, sono ben diverse da quelle che riassumono il patrocinio per cui è indispensabile un mandato nobile quanto arduo che, per compierlo a dovere, richiede robusto ingegno, ampiezza di dottrina, laboriosità indefessa». La controversia arrivò così alla Corte di Cassazione che il 18 aprile 1884 confermò la decisione della Corte d'Appello dell'11 novembre 1883. Con tale sentenza, si stabilì la cancellazione di Lidia Poët dall'Albo, sostenendo che la professione forense fosse equiparabile a una carica pubblica, il cui esercizio era precluso alle donne. Nel dispositivo della sentenza si afferma l'esistenza di presunte disuguaglianze naturali tra uomini e donne. Le donne, in particolare, vengono descritte come soggette agli effetti degli sbalzi ormonali legati al ciclo mestruale, il che porterebbe a dubitare della loro capacità di influire con obiettività sulla giustizia. Si aggiunge che questa influenza potrebbe manifestarsi soprattutto nei casi in cui la parte vincente della causa sia rappresentata da una "avvocatessa", spesso dipinta come abbigliata in modo eccentrico. Inoltre, in quanto appartenenti al cosiddetto "gentil sesso", si sostiene che le donne sarebbero talvolta costrette a trattare argomenti che, secondo le "buone regole della vita civile", sarebbero considerati inappropriati persino per gli uomini, se discussi in presenza di donne rispettabili.

In questo modo si pose termine a una questione spinosa che si era trascinata per diversi decenni. Le venne dunque impedito di esercitare la professione legale, esclusivamente per il fatto di essere donna!

La questione fu ripresa dalla rivista femminista La Donna, che ripropose con le stesse parole e gli stessi argomenti degli articoli riguardanti l'avvocatessa piemontese, con lo scopo di dare alle donne la più ampia possibilità di svolgere la professione di avvocato e di modificare le leggi e i codici in senso egualitario per rimuovere tutti quegli ostacoli di predominio maschilista nel campo forense.

Malgrado il verdetto contrario della Corte di Cassazione, Lidia continuò a lavorare nello studio legale del fratello, praticando la professione pur non ufficialmente. Non si arrese mai e dedicò la sua esistenza alla tutela dei diritti delle categorie più vulnerabili: minori, donne e detenuti. Partecipò attivamente ai Congressi Penitenziari Internazionali (Roma nel 1883, San Pietroburgo nel 1890), dove guadagnò rispetto e riconoscimenti affrontando il tema della giusta pena. Questi incontri rappresentavano una piattaforma di dibattito tra giuristi sul recupero sociale dell'individuo. Grazie anche al contributo di Lidia Poët, dal 1885 al 1925 si cominciò a superare l'idea che la pena dovesse essere basata sulla sofferenza, orientandosi invece verso un approccio rieducativo. Nel 1895, il presidente della Repubblica francese Félix Faure le conferì il prestigioso titolo di "Officier de l'Académie" per il suo impegno in occasione del Congresso Penitenziario Internazionale tenutosi dal 30 giugno al 9 luglio a Parigi. Nell'occasione conobbe Paul Verlaine, Victor Hugo e Guy de Maupassant.

Il moderno sistema penitenziario trae origine proprio da questi congressi e dalle idee promosse in quegli anni. Grazie all'impegno di Lidia Poët, nel 1929 vennero istituiti in Italia i tribunali per i minorenni, il cui obiettivo si spostò dall'imposizione di pene al recupero e al reinserimento sociale. Altrettanto avvenne per le detenute allorquando l'avvocatessa, facendo parte del comitato della Scuola di ricamo Bandera di Torino, sulla base di una collaborazione con questo Gruppo, potrebbe aver dato vita a un progetto dedicato alla rieducazione delle carcerate.

Molto attiva anche nella causa femminile, contribuì redigendo atti e partecipando a numerosi congressi femminili. Tra i più noti si annoverano il Primo Congresso delle Donne Italiane, tenutosi a Roma nel 1908, e il Consiglio Internazionale delle Donne, sempre a Roma nel 1914. Dal 1922 fu inoltre presidentessa del Comitato Pro Voto di Torino, dove portò avanti battaglie fondamentali per l'emancipazione femminile, la parità di genere e il riconoscimento del diritto di voto. Con l'inizio della Prima Guerra Mondiale scelse nuovamente di impegnarsi attivamente, diventando Infermiera Volontaria nel Corpo della Croce Rossa Italiana e membro del Comitato per i Profughi del comune di Pinerolo (TO). Per il coraggio e l'impegno sociale dimostrati nella Grande Guerra, fu insignita della Medaglia d'Argento al Valor Civile.

Riuscì a iscriversi all'Ordine degli Avvocati di Torino solo nel 1920, grazie alla legge c.d. Sacchi, promulgata il 17 luglio 1919 (legge n. 1176) e ideata dal ministro di Grazia e Giustizia Ettore Sacchi. Questa norma rappresentò un passo significativo per il riconoscimento della capacità giuridica delle donne, abolendo finalmente l'istituto dell'autorizzazione maritale, contro cui il movimento femminista aveva lottato senza successo per cinquant'anni. A partire dal 1922, ricoprì il ruolo di presidentessa del Comitato Pro Voto, nato a Torino nel 1906. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Diano Marina (IM), dove si spense il 25 febbraio 1949. Le sue spoglie furono sepolte nel cimitero di San Martino di Perrero.

Nel corso della sua lunga vita, Lidia Poët conquistò la stima e l'amicizia di numerosi intellettuali progressisti e socialisti. Alcune delle lettere inedite che Edmondo De Amicis le inviò sono state oggi pubblicate nel Bollettino della Società Storica Pinerolese. La sua vicenda ha lasciato un'impronta significativa nella storia del nostro Paese ed è stata al centro di numerosi dibattiti nel corso del tempo. Solo di recente, il suo impatto sulla società, che si è protratto fino alla seconda metà del Novecento, è stato approfonditamente analizzato e narrato in diversi saggi.





Fonte: di Sergio Castelli