SOCIALISMO LIBERALE

26-05-2026 -

di Enno Ghiandelli


Da diversi decenni, nei corsi universitari di economia tende a prevalere una visione che attribuisce al mercato una funzione quasi esclusiva di coordinamento e di valutazione dell'efficienza. Questa impostazione si è rafforzata dopo il 1989, quando l'interpretazione della fine del socialismo reale è stata spesso assunta come prova della superiorità storica e teorica del capitalismo liberale. In questo clima intellettuale ha avuto grande influenza il libro di Francis Fukuyama La fine della Storia e l'ultimo uomo, pubblicato nel 1992, che leggeva la vittoria della democrazia liberale e dell'economia di mercato come il punto di arrivo del conflitto fra modelli politici ed economici.

A distanza di anni, quella promessa appare però assai meno lineare di quanto sembrasse allora. L'espansione dei mercati non ha prodotto automaticamente né una più ampia distribuzione del potere economico né un rafforzamento uniforme delle libertà sostanziali. Al contrario, la globalizzazione finanziaria, l'aumento delle disuguaglianze e la concentrazione del potere tecnologico hanno mostrato che il rapporto fra mercato, democrazia e libertà individuale è molto più problematico. È proprio da questa incrinatura che conviene partire per comprendere la trasformazione successiva del capitalismo.

Il capitalismo ha cambiato profondamente configurazione. Accanto ai grandi gruppi industriali e finanziari si sono affermate imprese che fondano il proprio vantaggio competitivo sul controllo delle infrastrutture digitali, dei dati e degli accessi. Non si limitano a produrre beni o servizi: organizzano gli scambi, raccolgono informazioni, orientano la visibilità di persone, contenuti e mercati. Per questo il loro potere non riguarda soltanto la dimensione economica, ma investe direttamente anche la sfera sociale e politica: quindi la democrazia.

Le piattaforme digitali tendono infatti a rafforzarsi attraverso effetti di rete, accumulazione di dati e dipendenza degli utenti dall'ecosistema tecnico che esse stesse costruiscono. Più aumentano gli utenti e le informazioni disponibili, più cresce il vantaggio competitivo della piattaforma dominante, e più cresce questo vantaggio, più difficile diventa sottrarsi al suo controllo per concorrenti, lavoratori e consumatori. Il risultato è una forma di concentrazione che non coincide semplicemente con il monopolio tradizionale, ma si manifesta come capacità di definire le regole dell'accesso, della visibilità e della cooperazione economica.

Il nodo decisivo è che questo potere agisce anche sulla selezione e sulla circolazione delle informazioni. Gli algoritmi ordinano la rilevanza dei contenuti secondo criteri che rispondono in larga misura agli interessi economici della piattaforma: tempo di permanenza, profilazione, capacità di attrarre attenzione, possibilità di monetizzazione. In questo modo soggetti privati finiscono per incidere su spazi che un tempo erano considerati essenziali per la formazione dell'opinione pubblica. Il problema, dunque, non è soltanto economico: è un problema di potere, e quindi di democrazia.

Questa trasformazione ha avuto conseguenze politiche profonde. Una parte consistente della destra ha saputo intercettare il disagio prodotto dall'insicurezza economica e sociale, ma lo ha tradotto in una narrazione fondata su bersagli sostitutivi (insicurezza) più che sulle cause strutturali del problema. In questo quadro, i migranti diventano facilmente il simbolo visibile di paure che nascono invece da processi molto più complessi: precarizzazione del lavoro, perdita di protezioni collettive, indebolimento del potere pubblico di indirizzo.

La sinistra, al contrario, appare spesso priva di una proposta economica moderna, riconoscibile e di lungo periodo. La difesa dei diritti civili resta una componente essenziale della sua identità, ma da sola non basta a costruire un'alternativa politica generale. Quando manca un progetto di trasformazione dei rapporti economici, anche le misure più importanti — dal salario minimo al rafforzamento del welfare — rischiano di essere percepite come interventi spot, non come parti di un disegno coerente.

Il limite, allora, non è soltanto programmatico ma anche conoscitivo. Se non si comprendono fino in fondo le nuove forme del potere economico — finanziario, tecnologico, infrastrutturale — diventa difficile formulare un obiettivo capace di orientare l'azione politica quotidiana. E senza un orizzonte, anche le alleanze più necessarie tendono a ridursi a semplici combinazioni tattiche.

Proprio per questo torna oggi utile riaprire il confronto su tradizioni teoriche e proposte che, negli ultimi decenni, sono rimaste ai margini del dibattito pubblico. Se si vuole pensare un'alternativa credibile, occorre tornare a discutere non solo di redistribuzione, ma anche di forme della proprietà, criteri di coordinamento economico e rapporto fra mercato, Stato e democrazia.

In questa prospettiva acquista rilievo il lavoro di Domenico Mario Nuti, economista già marxista, che ha riflettuto a lungo sui limiti sia della pianificazione rigida sia del mercato deregolato. Negli ultimi anni della sua ricerca, Nuti ha cercato di delineare una possibile Economia di Mercato Socialista: un assetto nel quale i mercati continuano a svolgere funzioni di coordinamento, ma vengono incardinati entro obiettivi pubblici espliciti, forme di controllo democratico e una diversa distribuzione del potere economico. Il punto decisivo della proposta non è la semplice combinazione di Stato e mercato, ma il tentativo di subordinare i meccanismi di mercato a finalità sociali e democratiche chiaramente definite.

È in questo senso che il riferimento al Socialismo Liberale appare necessario. Al di là delle differenze terminologiche e delle distinzioni storiche, entrambe le prospettive condividono un'esigenza fondamentale: difendere la libertà individuale senza abbandonare l'idea che l'economia debba essere orientata da fini collettivi, criteri di giustizia sociale e istituzioni democratiche capaci di limitare la concentrazione del potere.

La questione, allora, non è se esista in astratto un'alternativa, ma se si sia disposti a costruirla in termini politici e istituzionali. Ciò richiede di uscire tanto dalla nostalgia per modelli falliti (marxismo) quanto dall'adattamento passivo all'ordine esistente. Senza questo sforzo, il richiamo al rinnovamento resterà una formula retorica; con esso, invece, può tornare a delinearsi una prospettiva di trasformazione reale.

Se si guarda al caso italiano, ciò significa che qualunque alleanza ampia e credibile può reggere solo a condizione di essere sostenuta da un progetto riconoscibile: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dei beni pubblici, governo democratico delle infrastrutture strategiche, regolazione del potere delle piattaforme e rilancio di una politica industriale capace di orientare gli investimenti. Le crisi del 2008 e della pandemia hanno già mostrato che, quando l'ortodossia economica vacilla, lo spazio dell'intervento pubblico si riapre. Il punto è decidere se usare quello spazio soltanto per correggere gli squilibri più gravi oppure per indicare una direzione diversa di sviluppo.





Fonte: di Enno Ghiandelli