LA FATICA DI SISIFO

20-04-2026 -

Ciò che più mi turba dell’esito referendario sulla riforma giudiziaria certamente non è la sconfitta politica della maggioranza di centrodestra, che è un evento normale della democrazia – e, da questo punto di vista, l’attuale maggioranza farebbe bene a interrogarsi; ciò che è più preoccupante è la dimostrata incapacità del nostro sistema di autoriformarsi se non in quei dettagli demagogici, come la riduzione del numero dei parlamentari, che solo i 5 stelle, appoggiati da un PD arroccato immarcescibilmente sulle sue posizioni di potere conquistate dal suo antenato comunista, potevano proporre.

Tutto questo mi fa pensare che le riforme, buone o cattive, possono passare solo se non si tocca l’apparato di potere del PD – ormai divenuto un partito reazionario: insomma, cambiare la Costituzione avendo contro questo apparato è una fatica di Sisifo. Così la "sinistra" fa il duplice errore di osteggiare riforme necessarie e giuste e di lasciarne la paternità alla ‘destra’.

Intendo dire che la battaglia referendaria non si è conclusa con il trionfo della Costituzione, come chi travaglia e manipola il consenso tenta di far credere, ma con l’ennesima riprova della potenza del demagogismo e anche del grado di penetrazione raggiunto dal lento ma inesorabile lavorio da tarli fatto dagli strateghi dell’egemonia nella società italiana.

La difesa della Costituzione, per la quale è stata fatta la chiamata alle armi, era ed è solo un paravento dietro il quale gli oppositori della riforma intendevano dare una spallata al governo e gettare le basi per vincere le prossime elezioni politiche: obiettivo legittimo perseguito però con mezzi fraudolenti, il cui uso stesso anziché difendere la Costituzione la mette in forse: non si può delegittimare chi la voglia modificare seguendo le norme che essa detta accusandolo di volerne manomettere ben 7 articoli. Non si dimentichi che la Costituzione americana, la più vecchia del mondo, è stata emendata ben 26 volte: la prima volta nel 1791, appena 4 anni dopo la sua entrata in vigore.

D’altra parte, come ci si può fidare di un difensore della Costituzione come il PD, nato da quei preclari lombi che partorirono la riforma del Titolo V della Costituzione – quella riforma devastante, confusionaria e falsamente autonomista fatta dal Pds con l’unico scopo di recuperare i voti perduti a vantaggio della Lega Nord, amorevolmente chiamata "costola della Sinistra"– la quale passò solo perché sostenuta dall’apparato mostruoso del Pci ereditato dal Pds. E poi l’eroico difensore della Costituzione non è quello stesso PD che, prima di allearsi con i 5s, aveva osteggiato la riforma che prevedeva la riduzione del numero dei deputati e poi l’appoggiò solo per avere il passaporto per entrare nel governo abiurando quei princìpi costituzionali che aveva proclamato di proteggere usque ad sanguinem?

In una sala del tribunale di Napoli, parecchi magistrati hanno fatto una sorta di "rave party" per celebrare la vittoria del NO. Il procuratore Gratteri, prudentemente non vi ha partecipato ma, come si dice a Napoli, si è tolto lo sfizio di dire in televisione : «dopo aver vinto così il referendum sono pronto a voltare pagina» – cioè non avrebbe querelato il giornale "Il Foglio": una sorta di amnistia da re che festeggia la nascita dell’erede. Naturalmente, se avesse perduto il referendum, «avrebbe fatto i conti».

A questo proposito, devo dire di essere stupefatto dalla dichiarazione rilasciata subito dopo l’esito del referendum da Cesare Parodi, l’ex presidente dell’ANM, secondo il quale «ora dovrà essere la magistratura a prendere l’iniziativa e a proporre la riforma della giustizia: Se una lezione si deve trarre, ebbene che sia quella di portare tutto in discussione parlamentare: si accettino le proposte, si giunga a una maggioranza qualificata alla Camera e al Senato così da varare una nuova riforma senza dover ricorrere a un’ulteriore consultazione popolare».

Una voce dal sen fuggita? Dobbiamo innovare la procedura di revisione costituzionale ammettendo tra i costituenti i magistrati o la loro associazione? Parodi ha rigettato la definizione di soggetto politico che il ministro Nordio aveva dato dell’ANM – divenuta una delle roccaforti inespugnabili del Pci-Pds-Pd, con quel che segue sul piano dell’amministrazione giudiziaria e dell’equilibrio dei poteri – e forse però non si è accorto di quanto la sua proposta fosse non tanto quella di un partito ma di un potere che vuole prendere posto tra i costituenti.

Tra le accuse mosse ai promotori della riforma dell’ordinamento giudiziario vi è quella, gravissima ma infondata, di non avere permesso un libero dibattito. L’accusa è non solo infondata ma è anche calunniosa, nel senso che la procedura prevista per la revisione della Costituzione è stata pedissequamente rispettata.

È vero invece che nessuno degli emendamenti proposti è stato accolto. Ma questa chiusura è presto spiegata e giustificata dal fatto che quegli emendamenti intendevano rovesciare completamente l’impianto e il senso stesso della riforma poiché respingevano lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione dell’Alta Corte o, modificando il testo sia pure con una "virgola", intendevano impantanarla costringendo a ripetere la doppia lettura nelle due Camere: è stato pertanto naturale che essi non venissero accolti dalla maggioranza.

L’altra accusa, ancora più grave e altrettanto falsa, è stata quella secondo la quale l’effetto della riforma sarebbe stato l’assoggettamento della magistratura o, almeno, dei pubblici ministeri, al governo. Nella lettera della riforma nulla di tutto ciò sarebbe possibile anche se tutto è possibile con i colpi di stato e, com’è noto, per fare questi non c’è bisogno di riformare la Costituzione. Ma tutto questo sta nel regno del futuro imprevedibile e insondabile; per esempio, la Costituzione stabilisce che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» (art. 139): ma chi può predire se ci sarà o no un nuovo Napoleone?

È inutile soffermarsi sul "latte versato"; è necessario invece analizzare gli errori del governo che hanno portato al voto del 22 marzo. In primo luogo esso avrebbe dovuto disinnescare le mine che hanno reso impraticabile il percorso verso la riforma, la prima delle quali era il linguaggio usato per rispondere agli attacchi violenti e ingiusti che venivano mossi contro i proponenti della riforma. È vero che il ministro Nordio – poco esperto di comunicazione politica – è caduto nella trappola citando quel membro del CSM che aveva detto che quest’organo è inquinato da metodi di natura ‘mafiosa’. L’averlo fatto gli è costato, personalmente, un diluvio di critiche e di sarcasmi "travaglieschi" ma, politicamente, è costato molto di più perché ha fatto apparire la riforma come un attacco alla magistratura (un attacco per altro confermato dalla sua capa di gabinetto, Bartolozzi, che, inviperita per la richiesta – a mio avviso del tutto strumentale – del suo rinvio a giudizio per il caso Almasri, ha parlato dei suoi colleghi magistrati inquirenti come di un «plotone di esecuzione» di cui ci si dovesse liberare). Tra le mine vaganti dobbiamo annoverare i nomi della stessa i Santanché e di Delmastro che sono stati costretti a dimettersi solo dopo l’esito referendario.

Ma l’errore forse più grave è stato quello di avere avviato la riforma senza prima avere preparato la strada: la separazione delle carriere, fin dal concorso di reclutamento, non solo è indispensabile dal punto di vista processuale ma è anche necessaria dal punto di vista funzionale: per esempio, si sarebbe potuto eliminare un grave difetto del codice di procedura che attribuisce al p. m. la direzione delle indagini e, quindi, della polizia giudiziaria; bisognerebbe piuttosto ridefinire le funzioni del p. m. attribuendogli solo la responsabilità di ordinare alla polizia l’inizio di una indagine a fronte di una notizia di reato nonché la funzione di garanzia della legittimità della procedura seguita dagli investigatori e non anche la direzione delle indagini non avendo egli alcuna specializzazione investigativa. Per fare questa riforma non è necessaria la revisione costituzionale.

Bisognava inoltre mettere mano prima ad altre riforme che attengono al funzionamento ordinario della giustizia assicurando sia il "giusto processo" penale sia modalità di procedura civile che garantiscano i diritti privati dei cittadini; bisognava regolare meglio l’attività dei giudici a cominciare da quella politica e dalla loro esposizione mediatica: tutte misure che non toccano la Costituzione.

Ma devo ammettere anche che – spinti sulla difensiva da un attacco quotidiano, indiscriminato, policentrico, multilaterale, guidato dalla CGIL e dai vari "travagli" e scatenato già il giorno stesso in cui si è insediato il governo Meloni – i riformatori non hanno saputo spiegare il senso della riforma e hanno così consentito che essa venisse sommersa dagli avversari con argomenti che nulla avevano a che fare con il suo merito – dalla guerra in Iran a Trump, al costo della benzina a Delmastro e così via – ma che sono serviti per pilotare il voto di una massa già mobilitata da pro-pal, anti-Tav, anti-ponte, anti-casta e anti-fa a rimorchio dei quali pare che, negli ultimi tempi, navighino i partiti del "campo largo", a loro volta incapaci di uscire dal negazionismo, non so con quanto vantaggio per la nostra democrazia.

Da qui a un anno circa avremo le elezioni per il rinnovo del Parlamento e, quindi, del Governo. Spero che, intanto, il governo in carica possa amministrarci in modo utile ed efficace affrontando i gravi problemi che abbiamo di fronte; e spero anche che, in quest’anno, a nessuno venga in testa qualche manovra di palazzo appellandosi alla saggezza di chi armeggia con i governi tecnici di venerata memoria; che a nessuno venga in mente di avvalersi di qualche procura d’assalto o di scatenare quelle violenze di piazza che, nei mesi scorsi, ci hanno fatto temere il peggio (la recente esplosione di una bomba tra le mani di chi stava preparando un attentato, forse da eseguire in coincidenza con il referendum, è piuttosto inquietante).

Io mi auguro anche che, in quest’anno senza un accordo almeno procedurale con l’opposizione, a nessuno venga in mente di mettere mano, alla legge elettorale rischiando di dare qualche argomento propagandistico e di scatenare un’altra sommossa degli autori di quella in vigore, detta "rosatellum", cioè di quella Sinistra stessa che, a distanza di qualche mese dalle elezioni, 10 anni fa tentò con questa legge di assicurarsi la vittoria (ma fu trombata) mentre ora già strepita contro una eventuale modifica di quella legge a così breve distanza dal voto.

Personalmente sono molto contrario a una tale possibile revisione non perché mi piaccia l’attuale legge elettorale. Abbiamo avuto negli scorsi trent’anni ben tre leggi elettorali: al pessimo ‘mattarellum’ seguì l’ancora peggiore ‘porcellum’ e poi, appunto, il plus mauvais "rosatellum", tutti pensati per fregare l’avversario ma, in sostanza, tutti destinati a fregare gli elettori.

Le leggi elettorali non possono essere fatte con questi scopi di parte né cambiate frequentemente a seconda delle convenienze; esse devono avere il carattere di una stabilità per così dire "longeva". Se legge elettorale s’ha da fare, si chiami piuttosto il Parlamento a superare quegli squallidi bizantinismi da cui, negli anni ’90, sortì il "mattarellum", che mise insieme il peggio del proporzionalismo con il peggio del maggioritarismo. Bisogna che si scelga un volta per tutte tra sistema maggioritario e sistema proporzionale (per parte mia, mi auguro che il proporzionale non venga più scelto per gli effetti negativi che ha avuto e potrà avere, qui da noi, sul funzionamento dello Stato) in modo da assicurare al Paese una prospettiva di concordia sui princìpi essenziali della vita sociale e di rispetto reciproco tra i partiti, cosa che oggi è molto lontana dall’essere.

Poi, forse, qualcuno dovrà riproporre quella necessaria "separazione delle carriere", con annessi e connessi, che oggi è stata pretestuosamente bocciata.




Fonte: di Giuseppe Butta'