Confesso che fino all'ultimo istante sono rimasto incerto se aggiungere al titolo di questo articolo un punto interrogativo. Mentre scrivo ogni sincero europeista sta festeggiando la caduta di Viktor Orban dopo sedici anni di incontrastato potere. Il regime autoritario che governava l'Ungheria è stato spazzato via dall'impresa del partito Tisza (Rispetto e libertà) il cui presidente, Péter Magyar, un giovane avvocato, era il candidato contrapposto a Orban. Le lezioni del 12 aprile hanno visto prevalere Magyar con una maggioranza schiacciante pari – a scrutinio quasi ultimato – a 138 seggi ossia a oltre due terzi dei seggi in palio. Il sentimento che prevale in questo momento è certamente la soddisfazione per aver messo fine alla ‘democratura' o ‘democrazia illiberale' come preferiva definirla il presidente uscente che l'aveva imposta al suo Paese dal 29 maggio 2010 (in Italia aveva appena giurato nelle mani del Presidente della Repubblica il quarto e ultimo governo Berlusconi). Orban aveva ristretto drasticamente gli spazi di libertà del Paese, assoggettando al suo volere i poteri di garanzia, controllando la stampa, riducendo di molto i diritti civili e distribuendo alla sua ‘corte' di parenti, amici e clientes i fondi strutturali e di coesione dell'Unione europea come fossero state prebende utili a garantirsi la costituzione di un vero e proprio potere personale. Contro di lui l'Europa è parsa spesso impotente o deficitaria nella volontà di affondare fino in fondo il colpo anche se si trattava di opporsi con forza a colui che, negli ultimi dieci anni, ha rappresentato una costante una spina nel fianco delle istituzioni dell'Unione europea. Ora ci siamo liberati di un peso ma anche di un alibi. D'ora in avanti non sarà più possibile nascondere la propria impotenza o la propria inettitudine dietro il fantasma di Orban. C'è, tuttavia, un elemento, su cui, a mio parere, non si è riflettuto abbastanza, travolti dall'entusiasmo per la caduta dell'autocrate. Chi è realmente Péter Magyar? Pochissimi ne sanno tracciare un ritratto che lo illustri attraverso le sue idee. Sappiamo che si definisce europeista ma esserlo in confronto a Orban significa francamente poco. Sappiamo con certezza che era il marito di una potente ex ministra di Orban, Judit Varga, che è stato vicino a Orban fino al 2024 da cui si è allontanato fondando un movimento chiamato Talpra, Magyarok! (In piedi, ungheresi!) col quale ha attaccato il sistema di potere vicino a Orban e al suo partito Fidesz. Ha poi aderito a Tisza, una formazione con venature populiste fondata nel 2020 (si è parlato di ‘populismo democratico' opposto al ‘populismo autoritario' di Fidesz) che all'Europarlamento fa parte del PPE. Qualcuno, però, ha scritto che se Magyar avesse vinto contro un qualunque candidato centrista oggi non saremmo qui a festeggiare ma a piangere. La piattaforma elettorale sulla base della quale Magyar è stato eletto capo del governo sembrerebbe riportare il Paese nettamente nell'orbita dell'Unione europea: il primo obiettivo del nuovo governo è infatti cercare di sbloccare i fondi dell'UE destinati all'Ungheria attualmente congelati. Tuttavia, il principale ostacolo alla ripresa di relazioni positive con Bruxelles è il ripristino e la difesa dello Stato di diritto sul quale sembrano ci siano state delle aperture da parte del nuovo premier. Allo stesso modo si intravede un'attitudine favorevole all'adozione dell'euro seppure con gradualità. Nessuna anticipazione di quella che sarà la posizione ungherese è arrivata finora sull'abolizione del voto all'unanimità (e dunque del potere di veto) nelle decisioni del Consiglio europeo e in quello dei ministri dell'Unione europea per adottare il voto a maggioranza e permettere, così, i necessari passi in avanti sul percorso dell'integrazione. Permangono, poi, punti critici soprattutto in tema di allargamento (in particolare nei confronti dell'Ucraina) e di migrazioni su cui tornano le posizioni di Fidesz. Soddisfazione, dunque, per l'uscita dai giochi di Orban ma nessuna cambiale in bianco a Magyar. Sarà anche lui giudicato sui fatti e non sulle promesse.