Cent'anni fa, a Chieti, il processo agli assassini di Giacomo Matteotti. Per legittima suspicione, il piccolo capoluogo abruzzese fu individuato, per gravi motivi di pubblica sicurezza, per processare gli assassini del deputato socialista. La città di Chieti fu preferita a L'Aquila perché saldamente fascista e con un forte presidio militare. Un'autentica farsa la sentenza pronunciata dopo nove giorni di dibattimento.
Cento anni orsono, per legittima suspicione, il processo contro gli esecutori materiali dell'assassinio di Giacomo Matteotti si tenne a Chieti dal 16 al 24 marzo 1924 (fu lo stesso Mussolini a designare Chieti come luogo in cui celebrare il processo contro gli assassini di Giacomo Matteotti. La scelta ricadde su una città tranquilla, conosciuta dai media come la "città camomilla", caratterizzata da un clima borghese e abitudinario, lontano da quelle tensioni sociali e movimenti sovversivi che avrebbero potuto interferire o contestare il procedimento. Si trattò di un processo farsa, al quale la stessa vedova Matteotti, con dignità, decise di non presenziare. Un procedimento simbolico con un esito già scritto). L'udienza si svolse in un clima di forte controllo e intimidazione, con gli imputati - Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo - che vennero condannati a pene leggere, in gran parte annullate grazie a successive amnistie. Il procedimento fu largamente considerato una farsa, orchestrata dal regime per impedire che le indagini sul rapimento e l'omicidio indirizzassero il governo, e in particolare Benito Mussolini, verso responsabilità dirette. Giacomo Matteotti fu assassinato a Roma il 10 giugno 1924 a causa della sua inflessibile opposizione al fascismo e dopo aver denunciato pubblicamente violenze e brogli elettorali. Nel 1944, con la caduta del regime fascista, il processo venne riaperto il 6 novembre 1946, a pochi mesi dalla proclamazione della Repubblica, la Corte di Cassazione, in virtù del decreto luogotenenziale del 27 luglio 1944, n.159, che stabilisce che le sentenze pronunciate per i delitti fascisti possono essere dichiarate «giuridicamente inesistenti» quando sulla decisione abbia influito lo stato di coercizione morale determinato dal fascismo, dichiara inesistente le sentenze del 1926, portando così a nuovo processo e nuove condanne gli assassini sopravvissuti (nella foto il frontespizio del fascicolo giudiziario).
Davanti alla Corte si presentano Francesco Giunta, Cesare Rossi, Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Augusto Malacria, Filippo Filippelli e Filippo Panzeri. Mancano invece Albino Volpi, deceduto nel 1939, ed Emilio De Bono e Giovanni Marinelli, entrambi fucilati a Verona l'11 gennaio 1944. Questi ultimi erano stati condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa della Repubblica Sociale Italiana con l'accusa di alto tradimento, a causa del loro voto favorevole all'ordine del giorno Grandi durante la seduta notturna del 25 luglio 1943. Il 4 aprile 1947, la Corte d'Assise di Roma, presieduta dal giudice Arturo Erra, emette la sentenza. In questa occasione le pene risultano più severe e proporzionate alla gravità dei fatti. Vengono condannati Amerigo Dumini, Giuseppe Viola e Amleto Poveromo, mentre per gli altri imputati viene dichiarato il non doversi procedere grazie al recente provvedimento di amnistia (Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, n. 4). Per i tre condannati la pena originaria dell'ergastolo viene comunque ridotta a trent'anni proprio in virtù dell'amnistia. Amleto Poveromo muore nel carcere di Parma il 20 giugno 1953. Amerigo Dumini, invece, perde la vita il giorno di Natale del 1967 a seguito di una caduta accidentale nella sua abitazione romana, essendo stato liberato già dal 1956 in seguito a un provvedimento di grazia. Quanto a Giuseppe Viola, condannato in contumacia, le sue tracce si perdono fin dalla caduta del regime fascista nel luglio del 1943.
Gli incriminati, tutti membri della Ceka fascista (o Ceka del Viminale), squadra d'azione agli ordini diretti di Mussolini per reprimere il dissenso politico attraverso violenze e omicidi, sono accusati dell'assassinio dell'onorevole Giacomo Matteotti, crimine avvenuto a Roma il 10 giugno 1924. Il deputato socialista era accusato dai fascisti di essere un inflessibile oppositore del regime e in particolare ritenuto intento a denunciare davanti alla Camera scandali finanziari che coinvolgevano direttamente Mussolini, facendo riferimento ai brogli elettorali delle elezioni del 1924 e sulla corruzione legata agli accordi petroliferi con la Sinclair Oil.
Il 6 aprile 1924, le elezioni in Italia si svolsero in un clima di terrore e intimidazione, una situazione che Giacomo Matteotti, esponente socialista, denunciò con fermezza. Poco tempo dopo, il regime fascista lo eliminò brutalmente. A oltre un secolo dalla sua morte, Matteotti è ricordato come un simbolo di difesa della democrazia e del socialismo riformista. Fu assassinato a Roma per la sua opposizione risoluta al fascismo. Le sue denunce contro le violenze e le manipolazioni elettorali del regime furono decisive nella sua tragica fine. Le elezioni di quell'anno si svolsero sotto la minaccia della violenza, alimentata dalla recente approvazione della legge n. 2444 del 1923, c.d. legge Giacomo Acerbo, che garantiva alla lista più votata ben due terzi dei seggi parlamentari, favorendo così il consolidamento del potere fascista. Quel 6 aprile, il blocco fascista ottenne 374 seggi, diventando forza di maggioranza assoluta. Il rapimento e l'omicidio di Matteotti, avvenuto alle ore 16:30 circa del 10 giugno 1924, sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma, a bordo di un'auto Lancia Kappa noleggiata da Filippo Filippelli, direttore del Corriere italiano, già segretario di Arnaldo Mussolini (fratello minore del duce) direttore de Il Popolo d'Italia, furono ordinati da Benito Mussolini per mettere a tacere le sue accuse pubbliche riguardanti i brogli elettorali e la corruzione dilagante del governo. Lo storico Giovanni Sabbatucci sottolinea come il destino di Matteotti fu segnato dalla sua protesta contro il clima di violenza che aveva caratterizzato le elezioni. La reazione alla crisi Matteotti portò Mussolini a intensificare il percorso verso una dittatura palese entro pochi anni. Già nel marzo 1922, Matteotti aveva pubblicato la celebre “Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, un documento che denunciava gli atti di violenza perpetrati dagli squadristi fascisti contro militanti e istituzioni socialiste tra il 1919 e il 1921. Nel 1924 uscì invece il suo libro “Un anno di dominazione fascista”, dove continuava a denunciare i metodi oppressivi del regime. Nonostante il ritiro del passaporto imposto dal governo,
Matteotti riuscì comunque a recarsi a Londra nello stesso anno, dove incontrò dirigenti del Partito laburista, delle Trade Unions e dell'Independent Labour Party. Il 24 aprile, durante una riunione congiunta del Tuc Congress e dell'esecutivo del Partito laburista, espose la realtà italiana e il pericolo rappresentato dal totalitarismo fascista, rafforzando così la sua battaglia contro la dittatura.
Rientrato in Italia il 30 maggio, Matteotti prende parola alla Camera con un intervento che rimarrà nella memoria storica. Si rivolge ai detentori del potere e della forza, esortandoli a garantire il rispetto delle leggi, sottolineando l'incoerenza tra le loro dichiarazioni di voler ristabilire l'autorità dello Stato e gli atti violenti che minano la dignità della nazione. Avverte che, se non si agisce tempestivamente, si rischia di distruggere i valori morali e l'anima del Paese. Matteotti riflette poi sulla libertà, evidenziando come gli errori eccessivi nascano talvolta da essa, ma sostiene che il popolo italiano abbia dimostrato la capacità di correggersi autonomamente. Condanna fermamente l'idea che gli italiani debbano essere governati con la forza, lamentando il danno delle precedenti dominazioni straniere e il tentativo di riportare la nazione indietro rispetto ai progressi raggiunti. Nel suo discorso, ribadisce il diritto alla libera autodeterminazione del popolo italiano, richiedendo il rinvio delle elezioni influenzate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. Tuttavia, la proposta socialista viene messa ai voti e ottiene solo 57 sì e 42 astenuti su 384 parlamentari presenti. Questo intervento sarà l'ultimo discorso pubblico di Matteotti, affettuosamente chiamato “Tempesta” dai suoi compagni di partito per la sua indole battagliera. Si narra che, di fronte alle congratulazioni per il discorso, rispondesse sorridendo con una frase inquietante: «Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». Tragicamente, la premonizione si realizzerà: il 13 giugno, Filippo Turati annuncia in Parlamento la scomparsa di Matteotti. Nonostante le ricerche incessanti, il suo corpo verrà ritrovato casualmente solo il 16 agosto nei pressi di Riano, grazie al fiuto del cane di un brigadiere dei Carabinieri in licenza. L'assassinio scatena una crisi politica intensa e mesi di tensione in cui pare che il governo fascista possa vacillare. Tuttavia, il 3 gennaio 1925, Benito Mussolini pronuncia alla Camera un discorso in cui si assume personalmente la responsabilità politica degli eventi, sconvolgendo l'assemblea: dichiara apertamente che tutte le violenze e le colpe vadano attribuite a lui. Nelle sue parole, il duce scava un solco tra propaganda e realtà, rivendicando il clima morale e politico creato sotto la sua guida. Con toni provocatori e sfidanti, utilizza l'occasione per consolidare ulteriormente il potere fascista. Già nel novembre del 1922 aveva mostrato spregiudicatezza dichiarando alla Camera che avrebbe potuto stravincere ed imporre limiti solo perché riteneva saggio moderarsi dopo una vittoria. Pur potendo trasformare il Parlamento in un centro esclusivo di potere fascista, aveva scelto temporaneamente una strada meno drastica. Questo atteggiamento ambiguo sarà poi interpretato come parte della strategia per affermare definitivamente la dittatura fascista.
Nel gennaio 1925, un telegramma inviato ai prefetti impartiva direttive precise per garantire il mantenimento dell'ordine pubblico in ogni circostanza. Tra le misure indicate figuravano: la chiusura di circoli e ritrovi considerati politicamente sospetti; lo scioglimento di organizzazioni che potessero radunare elementi ritenuti turbolenti o mirassero a sovvertire le istituzioni statali; l'immediato scioglimento dei gruppi legati all'Italia Libera, un'associazione antifascista composta da ex combattenti, con il divieto di qualsiasi loro attività futura; una stretta sorveglianza su comunisti e sovversivi sospettati di attività criminali, prevedendo arresti di massa e la repressione dura di ogni resistenza; il rastrellamento delle armi detenute illegalmente attraverso frequenti perquisizioni; e un rigido controllo sugli esercizi pubblici. Tra il 1925 e il 1926 furono promulgate le cosiddette "leggi fascistissime", una serie di provvedimenti che sancirono la fusione tra il regime fascista e lo Stato italiano, eliminando così ogni possibilità di opposizione. Il capo del governo assunse ufficialmente il titolo di presidente del Consiglio, i consigli comunali e provinciali vennero sciolti, e al posto degli amministratori eletti furono nominati direttamente dal governo i podestà. L'autorità fascista rafforzò il controllo sulla stampa e sui mezzi d'informazione, istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e decretò lo scioglimento di tutte le organizzazioni politiche e sindacali considerate sovversive. Tra le misure più radicali spiccarono la reintroduzione della pena di morte, l'imposizione del confino per reati politici, il divieto di sciopero e la repressione sistematica degli oppositori, costretti al silenzio o all'esilio. È essenziale mettere in chiaro un concetto fondamentale: Benito Mussolini non fu “un buon politico”, bensì il capo di un'associazione a delinquere, per usare le sue stesse parole. Non fece “cose buone”, e questa verità non può essere soffocata da revisionismi o dall'oblio. Ripeterlo è necessario, perché i moniti della storia sono troppo importanti per essere sottovalutati. Speriamo che questo messaggio, ribadito ancora una volta, contribuisca a una comprensione finalmente definitiva. Dopotutto, repetita iuvant.