SÁNCHEZ: FU VERA GLORIA?
di Giuseppe Butta'

23-03-2026 -

In questi giorni mi è capitato di rileggere una lettera aperta in cui Tiziano Terzani rimproverava a Oriana Fallaci – la quale, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, non aveva esitato a schierarsi con gli Stati Uniti – di coltivare uno spirito di crociata contro un mondo che, a suo dire, Oriana non capiva perché aveva dimenticato le prediche di Padre Balducci, famoso pacifista a senso unico. Terzani quindi conclude la sua rampogna all'amica di un tempo con belle parole che tutti sottoscriveremmo se tutti le sottoscrivessero: «Per difendersi, Oriana, non c'è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi e ai tuoi calci). Per proteggersi non c'è bisogno di ammazzare».

Ma, purtroppo, oggi nemmeno gli eredi di Ghandi la pensano così. Premesso che sarebbe «vere dignum et iustum» che la guerra sparisse financo dal vocabolario, dovremmo interrogarci anche sulle cause che spesso la provocano prima di spararle grosse come fanno oggi i pacifisti ‘antiamericani' nostrani: se fossero solo anti-trumpiani potremmo pure capirli ma, poiché confondono i problemi della guerra, e anche della pace (per esempio la questione della separazione delle carriere tra giudici e p. m.), con l'agenda interna anti-meloniana, le loro sono soltanto invettive contro Donald o contro Giorgia che non ci aiutano a valutare correttamente la situazione e i problemi.

Alla Sinistra italiana non par vero di aver trovato, in una zattera spagnola, la bagnarola su cui fare galleggiare il suo nuovo-vecchio antiamericanismo. Il Corriere della Sera, che è ormai diventato una sorta di Pravda, ha pubblicato un articolo che, sotto forma di malintesa satira, annuncia – parodiando l'antico motto bellicoso del "giorno da leone" e dei "cento anni da pecora" – il sogno di vivere un'ora da Sánchez. L'autore dell'articolo, che è un "geopolitico" da strapazzo anzi da "caffè", articola le sue ragioni oniriche appunto strapazzando il cancelliere tedesco Merz (ma, tra gli artigli, egli vorrebbe avere Meloni). All'hombre vertical – cioè Sánchez – il "geopolitico" da strapazzo contrappone un Merz «prosaico che su Trump ha maturato opinioni altrettanto sgradevoli … eppure, seduto nello ‘studio Ovale' sulla poltrona delle umiliazioni che fu di Zelensky, sta attento a non far trapelare il suo disgusto … è un Merz che non si preoccupa della gloria ma degli affari: suoi e del popolo tedesco».

A meno che il sognatore non sappia di interessi segreti, personali e inconfessabili, del buon Merz – che, però, non sembra avere le capacità levantine del vecchio cancelliere tedesco, Schöreder, che, per la sua pensione, seppe assicurarsi il dopolavoro alla Gazprom – il povero sognatore non s'accorge d'avere sbattuto contro il muro: uno statista serio non si preoccupa della propria gloria ma degli affari del proprio popolo – e quindi anche suoi.

E, ancora, su Repubblica si è potuto leggere un'elegia il cui autore – anche lui inebriato e "trasformato" dall'alto valore etico-politico delle parole di Sanchez – ci ha fatto sapere che, preso «atto delle condizioni del mondo presente e … che non esiste più una coincidenza "occidentale" tra gli interessi americani e quelli europei», "vuole farsi spagnolo": per affrettare la realizzazione di questo suo desiderio e di questa sua metamorfosi kafkiana, in attesa che in Spagna gli conferiscano la cittadinanza ad honorem, egli potrebbe intanto seguire l'esempio di molti pensionati italiani e andarsene alle Canarie – se così egli facesse ne saremmo veramente sollevati.

In un altro articolo che, sullo stesso giornale, precede questa elegia viene spiegato che questo «esempio di fermezza di Madrid» ha radici profonde: «non è solo questione di orgoglio nazionale, benché anche quello non guasti (che facciamo? Lo spieghiamo ai sovranisti di casa nostra?): pesa una posizione geografica esposta che ha sempre suggerito … atteggiamenti meno contundenti verso l'altra sponda e il Vicino Oriente; conta [per la Spagna] un rapporto preferenziale con il mondo latino-americano … che ha nelle sue corde forti retaggi anti-coloniali e storiche diffidenze verso gli USA».

Quindi – a parte lo svarione dell'autore dell'articolo il quale ha forse dimenticato che, se i latino-americani nutrono sentimenti anti-coloniali, li nutrono contro la Spagna dalla quale ottennero l'indipendenza con la tutela, sia pure virtuale, della Dottrina di Monroe – se così fosse, dovremmo concludere che quello di Sánchez è un atteggiamento in cui si sommano opportunismo, antiamericanismo e revanscismo e non è fondato su una valutazione oggettiva della situazione attuale. E poi, quando questi sognatori si sono svegliati, hanno purtroppo dovuto apprendere che Sanchez ha concesso l'uso "logistico" – ipocritamente distinto da uso "militare" – delle basi americane in Spagna per operazioni che poi hanno sempre a che fare con la guerra in Iran: in base ai trattati, non poteva non farlo, come non poteva non farlo Starmer e come sicuramente non potremmo fare noi con le basi americane in Italia.

Ma quella di Sánchez «fu vera gloria?»

Certo, le modalità con cui Trump ha progettato l'intervento americano in Iran e sta ora conducendo la guerra possono giustificare quelli che, come Merz o Macron e con loro l'UE e la NATO, tendono a non farsi coinvolgere. Nessuno può desiderare che la guerra si allarghi e bisogna fare di tutto perché finisca al più presto ma si deve pure non restare inerti di fronte al ruolo che l'Iran ha nel gioco sapientemente giocato da Russia e Cina per tenere in scacco l'Occidente e alla minaccia che gli ayatollah portano non solo all'esistenza stessa di Israele - circondato da Hamas, Houti, Hezbollah armati fino ai denti – ma anche al Medio Oriente – con gli attacchi missilistici contro Dubai, Doha, Riad, Cipro (Turchia?) e le basi anglo-americane sull'isola di Diego Garcia, lontana più di 4000 Km., il che testimonia della pericolosità dell'islamismo radicale dell'Iran: il pur decapitato regime ha avuto la cortesia di comunicarci che i suoi missili possono raggiungere Roma, Berlino e Parigi. Forse sarebbe bene che i vari Albanese e i loro caudatari non dimentichino che Israele è il nostro avamposto.

Certo, si può pure temere che questa guerra, come tutte le guerre, si possa concludere con un insuccesso o che sia «uno sparo nel buio» – e una tale ipotesi risulterà tanto più fondata quanto più l'Europa se ne laverà le mani e se ne starà alla finestra – ma non si può negare che essa abbia scopi chiarissimi: 1) stroncare sul nascere le capacità atomiche degli ayatollah; 2) porre fine alle attività iraniane dirette a destabilizzare il Medio Oriente mettendo in pericolo l'esistenza stessa di Israele; e, 3) possibilmente; abbattere quel regime tirannico per prevenire una saldatura ancora più forte tra cinesi, russi e ayatollah: solo se Israele si sentirà al sicuro si potrebbe finalmente risolvere il problema palestinese; è chiaro infatti che lo stato palestinese non potrà nascere se non in un contesto di pacificazione di tutta l'area mediorientale per esempio con gli accordi di Abramo, Iran compreso.

Dobbiamo dunque domandarci se questo attacco non fosse necessario sia per il raggiungimento di quegli obiettivi mancati nel giugno scorso, sia per tentare di rendere possibile una "resistenza" più efficace del popolo iraniano contro un regime ferocemente tirannico che, per anni e, soprattutto, nei mesi scorsi, ha massacrato la sua stessa gente: dalla nostra storia sappiamo che tali regimi non crollano senza il colpo di maglio dall'esterno.

Dopo che i pasdaràn hanno prima minacciato di chiudere, e poi chiuso, centinaia di petroliere bloccando lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati della NATO non tanto di aiutare la flotta americana dislocata in quel settore quanto, piuttosto, di badare ai propri interessi, cioè di tirare fuori da quella strettoia le proprie navi – in pericolo di essere attaccate e affondate – e di garantirsi il petrolio di cui hanno bisogno. Il rifiuto dei paesi alleati è stato unanime e cieco: l'intero Vecchio Continente ha fatto finta di non vedere la realtà che lo circonda e, dopo qualche nottata di riflessione, ha partorito una dichiarazione in cui "ben sei paesi, tra cui l'Italia", s'impegnano ad adoperarsi, a parole, per la riapertura dello Stretto di Hormuz ed eventualmente a una missione navale ma dietro ordine dell'ONU: cioè MAI.

Nei giorni scorsi, abbiamo tirato un respiro di sollievo quando il missile in ‘gita' dall'Iran verso la Turchia e abbattuto, guarda caso, da una nave americana, è stato derubricato (a UFO?) per mettere a tacere la cosa; infatti molti temono che, se qualche paese della NATO venisse colpito da pasdàran, Houti e simili, l'alleanza debba rispondere compattamente all'attacco (salvo le defezioni e gl'immancabili ‘giri di walzer' come per esempio quello che ha dovuto fare il presidente turco Erdogan che, per dovere d'ufficio, ha implorato la maledizione di Dio su Israele ma, sotto sotto, non può che essere lieto dell'indebolimento del pericoloso vicino iraniano.

Trump, tirando le somme, prospetta un avvenire fosco per la NATO.

La crisi dell'Alleanza, già in corso da tempo, rischia di diventare grave se non irreversibile. Almeno per me è chiaro che – per evitarne lo scioglimento che getterebbe l'Europa intera nelle mani di Putin e Xi Jinping – si dovrà porre mano a una ricostruzione dell'alleanza ampliandone il mandato.

Insomma, mentre è necessario che l'alleanza atlantica si trasformi in funzione delle mutate necessità di difesa, è necessario anche che – coinvolgendo anche il Giappone e l'Australia – il rapporto tra Stati Uniti ed Europa si riequilibri con la condivisione degli oneri per il mantenimento dell'equilibrio mondiale anche nel senso dell'accettazione, da parte americana, di un sistema decisionale realmente transatlantico. Condivisione che dunque significa che le due sponde atlantiche debbono gestire insieme le situazioni e le crisi internazionali, come quella oggi in atto in Medio Oriente e in Europa e, domani, chissà, nel Pacifico; significa che l'Europa deve avere un peso "militare" nell'alleanza – e, perciò, servirebbe un'accelerazione del suo "federalizing process" con una costituzione che escluda l'egemonia di qualche stato che si creda destinato all'impero – e mettere mano al portafoglio.

L'Europa, dunque, non può reclamare la tutela americana (vedi la guerra ucraina) e tenersi fuori dagli altri scacchieri internazionali non foss'altro perché il petrolio e molto di ciò di cui ha bisogno sono fuori dei suoi confini. Europa e Stati Uniti non si possono dividere. Per restare veramente fuori dalla guerra e dormire sonni tranquilli non basta mettere la testa sotto la sabbia a fronte della pressione di quelle potenze che, come la Russia e la Cina, da tempo cercano di testare la capacità di reazione della NATO in varie parti del mondo: forse potremmo continuare a stare tranquilli o a tenerci solo sulla difensiva in attesa degli eventi ma dobbiamo anche aspettarci che si possa essere coinvolti, prima o poi, in questa o in un'altra possibile prossima guerra: per restarne fuori si deve dimostrare, almeno nei limiti delle nostre capacità, di essere pronti a difenderci. I paesi europei non possono andare in ordine sparso con qualcuno che sogna un'ora da Sánchez (magari a spese degli americani).



Fonte: di Giuseppe Butta'