Il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, hanno dato il via alla prima guerra congiunta israelo-americana. Se entrambe le parti appaiono perfettamente coordinate a livello operativo, non lo sono però i loro obiettivi. Mentre le motivazioni di Netanyahu, che considera l'Iran una minaccia alla sua esistenza, sono chiare - eliminare l'Ayatollah Khamanei, rovesciare il regime in Iran e insediare un dittatore cliente israelo-americano -, a un mese dall'inizio delle ostilità Donald Trump non ha ancora saputo spiegare per quale ragione sia entrato in guerra. O meglio, a seconda del momento e dell'umore, le motivazioni variano: cambio di regime; strategia preventiva; repressione iraniana di decine di migliaia di manifestanti pro-democrazia; impedire all'Iran lo sviluppo di armi nucleari – che si era vantato di aver “annientato” la scorsa estate; distruggere la sua capacità missilistica balistica; bloccare un attacco imminente. In realtà, è entrato in guerra senza un obiettivo chiaro, senza un piano preciso e senza comprenderne le conseguenze più ovvie.
Quanto ai tempi previsti per mettere fine al conflitto, Netanyahu ha dichiarato che la campagna "continuerà finché sarà necessario", ossia fino a quando Israele non si sentirà più minacciato. Il che significa: a tempo indeterminato. Dopo la catastrofe del 7 ottobre 2023, Israele ha affermato che la sua sicurezza ora dipendeva non solo dall'eliminazione di Hamas a Gaza, ma anche di tutti coloro che Israele considerava suoi alleati: in Libano, Siria e, con il sostegno degli USA, Iran. L'aver raso al suolo Gaza, la lenta, inarrestabile annessione dell'intera Cisgiordania, gli attacchi contro il Libano in rappresaglia per le incursioni di Hezbollah in difesa dell'Iran, i bombardamenti dell'Iran vanno considerati in quest'ottica. Il suo programma di forgiare il Grande Israele si sta così realizzando -al costo di decine di migliaia di morti e milioni di sfollati- con il beneplacito di Donald Trump.
Diversamente da Netanyahu, Trump deve concludere in tempi rapidi. Il presidente USA era convinto di ripetere l'operazione fulminea, clamorosa e a basso costo condotta in Venezuela, il che avrebbe giovato alla sua popolarità, oggi ai minimi storici, a causa di una serie di fattori: l'annullamento dei mutui, la prospettiva di prezzi più alti per qualsiasi cosa, dal cibo agli smartphone, l'affare Epstein, nei cui documenti è nominato più di 38,000 volte. Di qui, il bisogno di pilotare l'attenzione americana verso altri temi. E di comunicare quel senso di invincibilità che fino a ieri lo ha accompagnato, nonostante le sue politiche insensate - l'ondata di dazi, lo smantellamento della forza lavoro federale, la deportazione di lavoratori immigrati e gli attacchi alla Federal Reserve.
Ciò che non ha valutato è che l'Iran non è il Venezuela. Questa volta, infatti, le sue azioni hanno messo in moto una serie di reazioni prevedibili che data la sua arroganza non aveva previsto. Le rappresaglie di Teheran agli attacchi israelo-americani hanno scosso l'economia mondiale. L'Iran sa di non poter sconfiggere gli Stati Uniti in una guerra convenzionale. La sua strategia è quella di rendere la guerra insostenibile. Quindi allarga il campo di battaglia, attaccando le basi militari statunitensi nel Golfo, bloccando il traffico delle petroliere nello stretto di Hormuz – dove transita il 20% del commercio petrolifero mondiale - e provocando ripercussioni sui mercati energetici. Più Stati Uniti e Israele intensificavano gli attacchi, più aumentano gli attacchi iraniani alle infrastrutture di trasporto nel Golfo.
Il risultato di questa guerra illegale, in aperta violazione del diritto internazionale, si sta traducendo in prezzi elevati a lungo termine per tutti, americani compresi. E a pagarne il prezzo politico sarà Trump, non Netanyahu. Due anni fa Netanyahu era alle corde, accusato di corruzione, certo di un'imminente sconfitta elettorale. Oggi, grazie al fatto che è riuscito a convincere Trump a unirsi a lui nell'attacco all'Iran, è riuscito a garantirsi la propria sopravvivenza politica: i sondaggi più recenti dimostrano che ha l'appoggio del 93% degli israeliani. Il Presidente USA, invece, si trova impelagato in una delle operazioni militari più impopolari della storia americana moderna dalla quale non sa come uscire, che sta causando un malcontento crescente anche fra i repubblicani. Ne sono la prova le dimissioni date in segno di protesta contro la guerra del direttore nazionale dell'antiterrorismo Joe Kent: Teheran non rappresentava una “minaccia imminente per la nostra nazione”, ha affermato.
In parole povere, Trump sta scoprendo che iniziare una guerra è più facile che finirla. E con le elezioni di medio termine che si stanno avvicinando, è entrato nel panico. In questi ultimi giorni ha revocato le sanzioni sulla vendita di petrolio russo, invitato la Cina a partecipare a una scorta navale per le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, minacciato di un "futuro molto brutto" la NATO se gli alleati non contribuiranno a riaprire la vitale via navigabile, per passare agli insulti dando loro dei “codardi” se non interverranno nella sua offensiva guerra d'aggressione.
Gli attacchi aerei statunitensi e israeliani hanno decapitato la classe dirigente iraniana, affondato gran parte della marina della Repubblica Islamica e devastato il suo arsenale missilistico. Ma il regime iraniano è ancora in piedi, con leader al comando più oltranzisti di quelli assassinati. La rivolta popolare non si è manifestata. Il Paese rimane pesantemente armato, soprattutto con armi per condurre una guerra asimmetrica come mine marine e droni. Con il crollo dei mercati azionari, il prezzo dell'energia alle stelle, e il rischio di conseguenze catastrofiche per l'economia mondiale, l'Iran sta dimostrando che ha perso la guerra delle armi, ma sta vincendo la guerra economica dei prezzi.
Quanto alla causa palestinese, non suscita più né interesse, né indignazione, né compassione. 70.000 morti sono un problema che può essere accantonato.