Chiamerò questa patologia che affligge l'occidente: "Sindrome del Femore Spezzato". Una metafora antropologica di una civiltà che ha dimenticato perché esiste. Quando Margaret Mead indicò un femore guarito come primo segno di civiltà, non stava parlando di compassione sentimentale, ma di architettura sistemica: una società diventa civile nel momento in cui decide di sacrificare efficienza immediata per preservare la continuità futura. La cura del ferito rappresenta il primo investimento collettivo a rendimento per il lungo periodo. È l'atto con cui l'umanità scopre che la sopravvivenza individuale dipende dall'intelligenza del sistema, non dall'egoismo. Oggi il paradosso è evidente: viviamo nella fase tecnologicamente più avanzata della storia e contemporaneamente nella più fragile dal punto di vista della coesione sociale. Il capitalismo contemporaneo ha conservato la competizione, ma ha dimenticato la cooperazione che la rende possibile, trasformando l'avidità da motore evolutivo a forza entropica.
La civiltà moderna occidentale si regge su una contraddizione invisibile. Il mercato nasce come meccanismo di scoperta, un processo dinamico capace di selezionare innovazioni attraverso tentativi ed errori. Ma quando il successo accumulato genera strutture troppo grandi per fallire, la competizione viene neutralizzata e il sistema entra in una fase di auto-protezione. Nel nome dell'iper-efficienza e della razionalizzazione assoluta, il sistema smette di evolvere e finisce per consumare le stesse condizioni che avevano reso possibile la sua ricchezza. Qui emerge la profezia di Max Weber: la razionalizzazione produce inevitabilmente la gabbia d'acciaio, un ordine efficiente che lentamente perde il proprio scopo. Le istituzioni non servono più la società; iniziano a servire la propria sopravvivenza. L'Italia rappresenta una forma particolarmente visibile di questa trasformazione, dove la burocrazia non è soltanto amministrazione ma memoria cristallizzata del passato, una stratificazione di regole costruite per risolvere problemi ormai scomparsi. Il risultato non è stabilità ma rigidità, e nei sistemi complessi la rigidità non previene il collasso: lo prepara.
Un sistema complesso non fallisce quando è debole; fallisce quando perde la capacità di adattarsi. Qui entra in gioco la lezione dell'antifragilità formulata da Nassim Nicholas Taleb: ciò che sopravvive nel tempo non è ciò che evita gli shock, ma ciò che li utilizza per migliorarsi. Le società distribuite e decentralizzate erano antifragili perché locali, imperfette e capaci di assorbire gli errori senza compromettere l'intero sistema. Il mondo contemporaneo, invece, ha centralizzato decisioni, capitale e informazione fino a ridurre la diversità sistemica. L'Europa, e in particolare l'Italia, vivono dentro una stabilità apparente sostenuta da debito, iper-regolazione e da una progressiva forma di debasement - non solo monetario, ma istituzionale e culturale – in cui il valore reale viene lentamente diluito per preservare l'equilibrio immediato. E più si cercano soluzioni politiche dove si richiama la forza, accorpamento dei poteri, controllo e manipolazione: più la rottura sarà dolorosa. La stabilità senza evoluzione è soltanto cambiamento rimandato. Il femore non è più spezzato visibilmente: è indebolito dall'interno.
La crisi diventa ancora più profonda quando il sistema politico perde il proprio telos. Aristotele definiva la politica come ricerca del bene comune orientata al lungo periodo; oggi la politica occidentale è diventata gestione del presente continuo, una sequenza permanente di emergenze. La discussione pubblica si concentra su procedure, percentuali e tecnicismi, mentre la domanda fondamentale – quale forma di civiltà vogliamo tra trent'anni? – rimane sospesa. Il vuoto lasciato dalla politica viene riempito dalla tecnica, dalla burocrazia e dai cavilli legali. Non governa più chi immagina il futuro, ma chi amministra il consenso immediato. È la trasformazione della politica in tecnocrazia difensiva, una condizione che Václav Havel avrebbe riconosciuto immediatamente: sistemi che continuano a funzionare non per vigore proprio, ma perché la recita collettiva della stabilità non è ancora stata interrotta. In questa normalità automatica, la partecipazione civica si riduce progressivamente a conformità da una parte o polarizzazione dall'altra, e la libertà si assottiglia senza produrre una rottura visibile.
In questo contesto emerge quindi quella che potremmo chiamare economia della menzogna. Non una menzogna intenzionale, ma una convenzione collettiva secondo cui crescita, progresso e mobilità sociale continuano a essere narrati anche quando i dati reali mostrano stagnazione. La rendita sostituisce la creazione di valore, la protezione del capitale sostituisce il rischio imprenditoriale, e l'avidità perde la sua funzione storica di distruzione creatrice. Il capitalismo senza concorrenza diventa quindi un mero sistema aristocratico travestito da meritocrazia. La ricchezza non circola: sedimenta.
Questa trasformazione si intreccia con ciò che Daniel Kahneman ha dimostrato sulla mente umana: gli individui temono la perdita più di quanto desiderino il guadagno. Gli individui di una società ricca diventano inevitabilmente conservativi e avidi. Difendono ciò che possiedono invece di esplorare ciò che potrebbero diventare. L'intero sistema entra così in modalità psicologica difensiva. Per evitare il declino percepito si smette di investire per il futuro. È una forma collettiva di avversione alle perdite applicata alla civiltà che porta all'esasperazione dell'avidità.
Nel frattempo - allargando gli orizzonti - il mondo attraversa cicli storici più ampi. Ray Dalio descrive i grandi imperi come organismi che nascono dall'istruzione e dall'innovazione, raggiungono l'apice nella finanziarizzazione e iniziano il declino quando il debito e la polarizzazione sociale superano la soglia critica. L'attuale transizione geopolitica può esser definita come una fase ciclica: nuove potenze emergono mentre quelle dominanti tentano di preservare (con avidità guarda un po') il proprio ordine monetario e tecnologico. L'Europa rischia di trovarsi in mezzo a questa transizione senza una strategia autonoma, e l'Italia - con il suo enorme patrimonio privato, ma scarsa coordinazione sistemica - diventa l'esempio perfetto di ricchezza senza direzione.
Il nodo centrale resta però culturale, sociale, morale, non economico. Robert D. Putnam ha dimostrato che la qualità delle istituzioni dipende dalla fiducia orizzontale tra cittadini. Senza fiducia, ogni interazione richiede controllo, ogni contratto diventa più lungo, ogni innovazione più lenta. La burocrazia cresce per compensare la sfiducia, ma più cresce più distrugge la fiducia stessa. È un circuito di retroazione negativa tipico dei sistemi complessi mal progettati destinati a irrigidirsi e poi spezzarsi.
La Sindrome del Femore Spezzato descrive una civiltà che continua a camminare mentre ha dimenticato come guarire. Possiede risorse, tecnologia e conoscenza, ma non riesce a trasformarle in adattamento evolutivo. La soluzione non può essere puramente economica, perché il problema non è finanziario: è epistemologico. Occorre tornare a concepire la nazione come sistema complesso. L'ordine emerge dal basso attraverso interazioni locali libere, feedback continui e possibilità di fallire senza collassare.
L'antifragilità nazionale nasce da tre movimenti simultanei:
- ridurre la rigidità istituzionale
- aumentare la competizione reale
- ritrovare lo spessore critico e la vitalità intellettuale collettiva.
Non significa meno Stato, ma uno stato diverso: meno controllore e più architetto di ecosistemi. Significa creare contesti in cui migliaia di tentativi possano nascere, fallire e riprovare fino a generare innovazioni imprevedibili - quei cigni neri positivi di cui parla Nassim Nicholas Taleb. L'errore smette così di essere una deviazione patologica e torna a essere il motore dell'evoluzione.
Alla fine la questione torna al gesto originario del femore guarito. Una civiltà sopravvive quando riesce a proteggere i suoi membri vulnerabili senza soffocare la loro libertà di sperimentare. Se protegge troppo, diventa rigida; se protegge troppo poco, collassa nella competizione avida e brutale. La difficoltà sta proprio nell'equilibrio tra cura e rischio. L'Italia non manca di talento, capitale o storia; manca di una direzione condivisa capace di riallineare istituzioni, economia e cultura verso un telos comune. Guarire il femore significa ricostruire quella direzione: comprendere che la prosperità non nasce dall'accumulo individuale ma dall'intelligenza emergente del sistema stesso. Tutto questo può avvenire solo in un contesto di libertà individuale e giustizia sociale che garantisca a tutti la possibilità di evolversi, di ricerca, di migliorare la propria esistenza e contribuire alla società; perché nessuna parte si salva quando l'insieme smette di evolvere. Come si risolve tutto questo? Non ne ho la più pallida idea, ma almeno interrogarsi e provarci è l'unica alternativa che abbiamo.