Si spense a Parigi; a soli 25 anni; nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926 a causa delle percosse ricevute nel settembre 1924 da una squadraccia fascista che lo aggredì sotto casa. Fu giornalista, editore, traduttore, antifascista, una delle menti più brillanti del Novecento italiano. Il suo pensiero rimane vivo anche a distanza di un secolo.
«Era un giovane alto e sottile, disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte.» Così Carlo Levi, nel 1960, nell'«Introduzione agli Scritti politici di Piero Gobetti», descrive il giornalista, editore, traduttore autodidatta (tra le opere tradotte, specialmente dal russo, in collaborazione con la moglie Ada Prospero, Figlio dell'uomo e altre novelle di Leonid Andreev, diverse novelle di Aleksandr Kuprin e ulteriori opere della letteratura russa), antifascista, torinese Piero Gobetti. Ancora sul suo conto, nel medesimo contesto, lo stesso autore afferma: «Per Piero era doveroso partecipare ín prima persona al dibattito politico e intellettuale contemporaneo». Alcuni giorni dopo la morte, Carlo Levi lo ricordava all'amico Natalino Sapegno non solo come un punto di riferimento personale, ma come «l'unità viva della nostra generazione».
La figura del martire non si addice a Piero Gobetti (foto 1), lui che la sera di venerdì 5 settembre 1924, dopo essere stato aggredito sotto casa da una squadraccia fascista a Torino, via Antonio Fabro 6, sembrò minimizzare l'accaduto con una semplice scrollata di spalle dal letto d'ospedale. L'immagine del martire non gli appartiene nemmeno per il suo carattere intransigente: in anni in cui il fascismo si faceva sempre più violento, lanciava provocazioni dirette a Benito Mussolini, come l'invito a mostrare il suo vero volto: «...il boia affinché si possa veder chiaro». Un invito che si sarebbe tragicamente concretizzato qualche mese dopo, con il rapimento e I 'assassinio di Giacomo Matteotti avvenuto a Roma il 10 giugno 1924. A quest'ultimo, Gobetti dedicò un'opera che oggi potremmo definire un Instant book una biografia intensa e immediata del deputato socialista, scritta a pochi giorni dalla sua scomparsa. Nato a Torino il 19 giugno 1901, Piero Gobetti (Pietro, all'anagrafe) morì prima di compiere 25 anni, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926, presso una clinica a Neuillysur-Seine, nei pressi di Parigi. Lì si era rifugiato in esilio forzato, schiacciato dalle pressioni e dalle restrizioni crescenti del regime fascista. Era stato lo stesso Mussolini, nel giugno del 1925, a definirlo con disprezzo in un telegramma al prefetto come un «insulso oppositore del governo e del fascismo». Nonostante ciò, nello stesso anno in cui le sue libertà venivano progressivamente soffocate, Gobetti, il 23 dicembre 1924, fondò Il Baretti(foto 2), una rivista culturale di taglio prevalentemente letterario, inizialmente quindicinale e poi mensile, voce dell'antifascismo razionale, ideata per sottrarsi al soffocante controllo censorio del regime. La pubblicazione tentava così di proseguire la battaglia intellettuale iniziata con La Rivoluzione Liberale (nella foto 3, la testata del primo numero del giornale), rivista focalizzata su un radicalismo liberale, attiva dal 12 febbraio 1922, che, ospitando firme come quelle di Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Luigi Sturzo, Guido Dorso, Giovanni Amendola, Francesco Ruffini ed Eugenio Montale, affrontava tematiche politiche senza risparmiare critiche a nessuno: dal movimento fascista al Partito Comunista d'Italia (PCd'I), che Gobetti criticava già nel 1924 per il suo apparato rigidamente verticistico. Prese invece a sostenere la flessibilità dei movimenti spontanei, lavorando alla creazione e diffusione di circoli gobettiani da Milano a Palermo. Di peculiare significato è il legame intellettuale e l'amicizia del giornalista torinese con Gaetano Salvemini, in particolare attraverso il periodico L'Unità (nella foto 4, l'identità del prodotto editoriale), settimanale da quest'ultimo fondato a Firenze il 16 dicembre 1911 e che in quegli anni rappresenta un punto di snodo fondamentale dell'antifascismo liberale e democratico italiano del primo dopoguerra. È importante sottolineare che questa testata è diversa dal giornale comunista fondato da Antonio Gramsci nel 1924. Instancabile nel suo lavoro quotidiano, Gobetti si dedicò sin da giovanissimo a molteplici attività culturali. Non ancora maggiorenne, nel 1918, dopo aver rifiutato la direzione del settimanale l'Unità, offertagli da Salvemini, fondò, il 1° novembre, la sua prima rivista, Energie Nove, un quindicinale che trattava temi di cultura e politica, con l'obiettivo di promuovere il rinnovamento culturale, etico e artistico del periodo post-bellico. Si distingueva per il suo orientamento liberale e antiborghese, ispirandosi profondamente alle idee di Gaetano Salvemini, attirando collaboratori illustri come Benedetto Croce e Giovanni Gentile, figure dominanti della filosofia italiana ed europea dell'epoca, nonostante posizioni destinate a differire radicalmente. Parallelamente, si cimentò nella traduzione dal russo e dal francese, contribuendo alla diffusione di grandi autori e poeti di quei paesi, quali: Leonid Andreev, Aleksandr Kuprin, Anton Cechov, Aleksandr Pu§kin, Fédor Dostoevskij, Nikolaj Gogol', Lev Tolstoj e Romain Rolland. Condivideva questa passione con la moglie Ada Prospero Gobetti (nella foto 5, Torino, 23 luglio 1902 — Torino, 14 marzo 1968), sposata nel 1923 e madre di suo figlio Paolo (regista, Torino, 28 dicembre 1925 — Torino, 25 novembre 1975), che Piero riuscì a vedere solo per pochi giorni prima di partire il 6 febbraio 1926 per quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio verso Parigi. Ada Gobetti stessa fu testimone dell'ostilità subita dal marito. Racconta un episodio emblematico: quando la nuora Carla (all'anagrafe, Carolina Nosenzo, Torino, 20 maggio 1929 — Torino, 4 gennaio 2018), fondatrice nel 1961, insieme alla suocera e al marito Paolo, del Centro Studi Piero Gobetti, le chiese se Piero fosse morto anche a causa dei pestaggi subiti dagli squadristi fascisti. Ada rispose esibendo il proprio corpo martoriato dalle violenze subite dai nazifascisti durante la Resistenza. Nel periodo subito successivo alla guerra, il Partito d'Azione la nomina vicesindaco di Torino, affiancando il comunista Giovanni Roveda. Tuttavia, la sua carriera politica non prosegue oltre. In un contesto dominato da padri della patria, sembra non esserci posto per una figura femminile in quel ruolo. Eppure, quel compito sarebbe stato perfetto per Ada, che avrebbe saputo arricchirlo con la sua straordinaria ironia.
Nel corso della sua breve ma intensa esistenza, Gobetti trovò anche il tempo di esercitare la critica teatrale per L'Ordine Nuovo, rassegna settimanale di Antonio Gramsci, e di dare vita a Torino, il 25 marzo 1923, a una propria casa editrice, Piero Gobettí editore, contraddistinta da un logo eloquente tratto dal greco antico: «Cosa ho a che fare io con gli schiavi?». In un articolo del 1921, successivamente incluso in Risorgimento senza eroi e altri scritti storici (1926), il giovane intellettuale torinese mise in evidenza i limiti del Risorgimento. Tra questi, sottolineava l'assenza di una vera «unità di popolo» e la fusione del liberalismo italiano con un orientamento cattolico-moderato. La tendenza di Gobetti al paradosso, unita alla complessità e talvolta ambiguità del suo pensiero liberale, emerge chiaramente nella sua affermazione secondo cui Marx e Mazzini sarebbero stati considerati «i più grandi liberali del mondo moderno». Tra il 1923 e il 1925 con la Piero Gobetti editore pubblicò circa cento titoli, una cifra impressionante considerate le difficoltà dell'epoca. Tra le opere curate spicca la pubblicazione degli Ossi di seppia, raccolta poetica di Eugenio Montale - futuro Premio Nobel nel 1975 - a suo tempo rifiutata da molti editori ma accolta nel 1925 da Gobetti per la loro originale forza poetica. In un articolo del 1921, successivamente incluso in Risorgimento senza eroi (1926), il giovane intellettuale torinese metteva in evidenza i limiti del Risorgimento. Tra questi, sottolineava l'assenza di una vera "unità di popolo" e la fusione del liberalismo italiano con un orientamento cattolico-moderato. La tendenza di Gobetti al paradosso, unita alla complessità e talvolta ambiguità del suo pensiero liberale, emerge chiaramente nella sua affermazione secondo cui Marx e Mazzini sarebbero stati considerati "i più grandi liberali del mondo moderno"
Antifascista per inclinazione naturale più che per adesione ideologica, come egli stesso scriveva su La Rivoluzione Liberale, Piero Gobetti ha lasciato un'impronta indelebile nella storia con la sua celeberrima definizione dell'Italia del suo tempo, descrivendo il fascismo dominante come «l'autobiografia di una nazione».
Viene da chiedersi quale giudizio avrebbe espresso, a un secolo esatto dalla sua scomparsa, sui tempi difficili che ci ritroviamo a vivere oggi.