REFERENDUM GIUSTIZIA:
GIORGIA MELONI COME RENZI?
di Sergio Castelli

23-02-2026 -

A poco più di un mese dal referendum sulla giustizia, l'attenzione sulla questione è entrata nel vivo, come era prevedibile. Secondo le proiezioni dei sondaggi, soltanto il 36-38% degli aventi diritto dovrebbe recarsi alle urne, con il risultato che verrà determinato dal 15- 20% degli elettori. La strategia della maggioranza sembra essere orientata verso il rafforzamento di un controllo centralizzato, con l'obiettivo di accentrare ulteriormente il potere e ridimensionare il ruolo della magistratura. In questo contesto, Giorgia Meloni, preoccupata di quello che potrebbe accadere, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella campagna elettorale del referendum.


A poco più di un mese dal referendum sulla giustizia, era prevedibile che la competizione entrasse nel vivo, e come spesso succede nelle situazioni più critiche, i protagonisti veri iniziassero a muoversi. L'idea di una campagna elettorale condotta con toni pacati, concentrata su temi quali la Costituzione, la separazione delle carriere, il Consiglio superiore della magistratura e le Alte corti, si è rivelata una mera illusione. I partiti hanno compreso che, per coinvolgere la grande massa degli elettori, generalmente più attenta agli aspetti superficiali che ai dettagli essenziali, è necessario rivolgersi alla folla più appassionata piuttosto che al ristretto pubblico delle élite.

I sondaggisti concordano nel rilevare che, al momento, solo una minoranza della popolazione sembra interessata alla riforma, nonostante questa abbia un impatto significativo sulla vita dei cittadini. Attualmente, si stima che circa il 36-38% degli elettori abbia manifestato l'intenzione di partecipare al voto. È chiaro, quindi, che il risultato finale dipenderà dal 15-20% restante che presumibilmente si recherà alle urne. Per fare un confronto, durante la riforma Renzi del 2016 l'affluenza fu del 65%, mentre nel 2020, con il referendum sul taglio dei parlamentari, si registrò una partecipazione del 51%, grazie anche all'accorpamento con le elezioni regionali. Chi riuscirà a motivare meglio il proprio gruppo di sostenitori o il "fronte potenziale" potrebbe ottenere una vittoria che, data la vicinanza con le elezioni politiche, potrebbe moltiplicarsi in effetti strategici, come un vecchio jolly di Giochi senza frontiere.

La campagna elettorale, da entrambe le parti, si sta spostando su tematiche che hanno poco a che vedere con la separazione delle carriere o il Consiglio Superiore della Magistratura. Il fronte del No è stato il primo a intraprendere questa strategia, una mossa in parte obbligata. I sondaggi iniziali mostravano un netto svantaggio per il No (che ora sembra in lieve recupero), così l'unica via percorribile è stata quella di attaccare duramente chi ha promosso la riforma, ovvero Giorgia Meloni, facendo leva sul sentimento antimeloniano diffuso in ampie fasce della popolazione. La narrazione si è concentrata sull'idea di un presunto pericolo autoritario che la riforma porterebbe con sé: da un lato, un governo che vorrebbe mettere i giudici sotto controllo; dall'altro, la creazione di una casta di intoccabili super-magistrati, due scenari apparentemente contraddittori.
L'accusa dipinge poi un quadro in cui il governo, insofferente ai controlli, mira a colpire la magistratura, aspirando a concentrare il potere e, in concomitanza con i decreti sicurezza, avvierebbe il Paese verso un regime di polizia.

Il fronte del Sì ha colto la strategia avversaria e, per contro, ha cercato di controbattere con argomentazioni che, tuttavia, si dimostrano altrettanto distanti dal nucleo degli articoli della Costituzione da modificare. Riflettendo sull'idea che il fulcro della riforma rappresenti una sorta di plebiscito sulla magistratura e sul suo operato negli ultimi anni, si è scelto di porre l'accento sulle problematiche della giustizia. Si passa dagli errori giudiziari, veri o presunti, come nel caso Garlasco, alle indagini segnate da arresti arbitrari, fino alle scarcerazioni facili per i membri dei centri sociali che aggrediscono le forze dell'ordine e rimangono impuniti. Tuttavia, è evidente che un successo del Sì non eliminerebbe episodi simili al caso Garlasco né garantirebbe uno strumento miracoloso per rendere ogni investigazione impeccabile. In questo gioco di strategie contrapposte emerge la posizione di Giorgia Meloni, che si trova in una situazione particolarmente delicata. Da un lato, c'è la necessità di non esporsi eccessivamente, evitando di personalizzare il voto come spera l'opposizione; dall'altro, esiste comunque l'urgenza di prendere posizione, poiché una campagna elettorale condotta con eccessiva prudenza rischia di essere più dannosa che utile. La premier, sin dall'inizio, aveva dichiarato di voler evitare la "politicizzazione" del referendum per scongiurare quanto accaduto a Matteo Renzi nel 2016, quando una strategia troppo rischiosa - con frasi come "Se perdo mi dimetto" - gli costò caro. Ma ora è evidente che questa politicizzazione sia già in corso e inevitabile, considerando anche la vicinanza alle elezioni parlamentari del prossimo anno. Forse è proprio per questo che negli ultimi giorni la presenza mediatica di Meloni è aumentata significativamente – dai fatti di Torino alle Olimpiadi, passando per il caso Pucci - anche in situazioni non direttamente legate al referendum. Perché, quando il clima si fa più difficile, chi vuole davvero combattere non può permettersi di rimanere ai margini.




Fonte: di Sergio Castelli