«Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell'opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani.
Ma queste, mi è stato detto, sono astrattezze da giuristi; e questo voler introdurre negli organi di controllo e di garanzia elementi tecnici invece che politici, è contrario ad una costituzione democratica in cui la politica deve penetrare tutti i congegni. Non sono di questa opinione: io ritengo invece, e avrò occasione di tornar su questo argomento nella discussione speciale, che proprio la salvaguardia di certi diritti contro le inframmettenze politiche sia uno dei requisiti fondamentali di un ordinamento democratico: e che sia quindi necessario in chi prepara questo ordinamento uno spirito, direi, di umiltà minoritaria.
Lo stesso spirito credo che debba esser portato nell'esaminare il problema dell'autogoverno della Magistratura. Io sono stato uno dei sostenitori di questo autogoverno, che il progetto ha accolto soltanto in parte. Il Consiglio Superiore della Magistratura, che secondo il progetto proposto da me, avrebbe dovuto esser composto unicamente da magistrati eletti dalla stessa Magistratura»Piero Calamandrei 4 marzo 1947 intervento all'Assemblea costituente
Ogni volta che il Parlamento decida di affrontare il tema di una revisione costituzionale, i proponenti dovrebbero prendersi la briga di leggere con attenzione il dibattito all'Assemblea Costituente. La nostra Costituzione non è perfetta, ma poiché è il frutto di una complessa mediazione di diverse culture politiche, ha il pregio di rappresentare un raro esperimento di alto confronto politico, culturale e giuridico, che raramente si trova in altri Statuti.
La nostra è una Costituzione rigida che, a differenza del precedente Statuto Albertino, modificabile a maggioranza dal Parlamento, prevede con chiarezza una procedura rafforzata di revisione stabilita dall'articolo 138 della Costituzione. Le costituenti e i costituenti si interrogarono a fondo sulle modalità di revisione della Carta, convenendo che la via maestra fosse l'approvazione con maggioranza qualificata, per tutelare i principi, le minoranze e per promuovere una sorta di condivisione ampia della necessità e della modalità della riforma. Dibatterono anche se prevedere, sempre, il referendum, o, come poi optarono, solo su richiesta. Una revisione Costituzionale opportuna è indubbiamente quella costruita in accordo tra maggioranza e opposizione che, concordemente, convengano sulla necessità e sul merito della riforma stessa.
La riforma costituzionale su cui andremo a votare il 22 e 23 marzo non è nemmeno lontanamente frutto di questa prudente impostazione: è una riforma proposta dal Governo, che su questa materia dovrebbe restare fuori, è stata approvata con tempi serrati e, soprattutto, senza approvare neanche un emendamento.
E basterebbe questa constatazione, di metodo, a suggerire la massima prudenza nella valutazione, da parte del cittadino elettore, di questa riforma.
L'equilibrio dei poteriNon sappiamo se qualche Magistrato ritenga o interpreti il suo ruolo sentendosi ordine superiore al potere Esecutivo e al potere Legislativo, né ci appassiona la considerazione, che taluni incautamente fanno, su quale dei tre ordini debba avere più peso. Siamo convinti che l'equilibrio tra i poteri si esplica proprio nel continuo confrontarsi di pesi diversi ma incapaci, grazie al diritto, di sormontare gli altri. Viviamo però in un periodo storico in cui, è del tutto evidente che, per molte ragioni, il potere esecutivo stia soverchiando, senza alcuna remora, il potere legislativo. E questo accade, appunto, con iniziative legislative su materie scivolose, da parte del Governo, con l'uso ripetuto e incontinente della decretazione d'urgenza, anche quando l'urgenza palesemente non esiste, e con il ricorso reiterato all'apposizione della fiducia per tagliare la discussione di merito sui provvedimenti. In questo contesto di “costituzione materiale” sbilanciata, qualunque revisione che insista sull'autonomia o sul peso di uno dei tre ordini, soprattutto se approvata a maggioranza, deve essere ponderata con la massima attenzione.
Il sorteggioSono da sempre un cultore del sorteggio, come strumento di individuazione di ruoli di garanzia, per esempio per la composizione delle Autorità indipendenti di controllo, all'interno di categorie oggettivamente individuabili, ma nel caso del CSM esiste un principio invalicabile che attiene alla questione dell'Autogoverno: non vi può essere “governo” senza rappresentanza, per cui, se non vogliamo aderire al principio della sorte come strumento di Governo (anche per la politica dunque!) dovremmo lasciare ai magistrati il compito di scegliere i loro governanti. Ma ammesso, e non concesso, che veramente il sorteggio annullerebbe i meccanismi correntizi e quindi i rischi corporativi all'interno del CSM, allora non sussisterebbe più la necessità di stemperarli attraverso la nomina di membri “laici” da parte del Parlamento.
Basterebbe leggersi il dibattito alla Costituente per sapere, appunto, che quel terzo di laici (inizialmente era addirittura la metà, ridotti ad un terzo grazie all'indefesso impegno di Calamandrei e Bozzi teorici dell'autonomia totale) aveva esattamente lo scopo di stemperare le eventuali derive corporative, peccato che negli anni, molto spesso, sono stati proprio i laici a trascinare il CSM in avvitamenti politicizzati.
Oggi, peraltro, le modalità di elezione dei membri laici del CSM è attraverso votazioni a maggioranza qualificata dei tre quinti, numeri che impongono una condivisione dei nomi tra maggioranza e opposizione. La votazione del previsto elenco di nomi, in cui verrebbero sorteggiati i componenti laici, potrebbe agevolmente, in futuro, essere fatta a maggioranza, poiché nulla impedirebbe a questo governo di proporre una legge attuativa di questo segno. Promuovendo così un indebito condizionamento della maggioranza politica sulla composizione del CSM.
L'interpretazione della leggeLa presunta licenza di interpretare la legge, magari in maniera difforme dalla volontà del potere esecutivo, è un falso problema. La causa dell'ampliamento del potere interpretativo da parte della magistratura non deriva da una, pretesa, invadenza del Potere Giudiziario, ma, molto più, dall' evidente imperizia del potere legislativo nel produrre norme chiare e direttamente interpretabili. Negli ultimi anni vi è stato un proliferare di leggi che introducono nuove e spesso aleatorie fattispecie penali, che poi il Giudice deve necessariamente interpretare. Mentre sono sempre più rare le proposte di legge atte a semplificare e ridurre la confusione interpretativa. In questo contesto spesso il Giudice è vittima in prima persona della cialtroneria della politica.
Questa maggioranza ha dimostrato in più occasioni, anche con svariate proposte di riforma della Costituzione, di puntare, decisamente, ai
“Pieni Poteri”. L'addomesticamento dell'ultimo ordine costituzionale, non ancora sottomesso alla “Volontà Popolare”, interpretata dalla maggioranza relativa che ha vinto le elezioni, è l'ultimo argine che resiste a questa visione totalitaria. Non possiamo permettere a questa maggioranza di ottenere impunemente i pieni poteri. Come 100 anni fa, anzi meglio di cento anni fa, è necessario che tutti i cittadini si oppongano alla nascita di un regime. Convinti che le riforme Costituzionali necessarie sono giuste solo se approvate da maggioranze parlamentari qualificate. Consideriamo peraltro estremamente disdicevole che dopo soli 3 giorni dalla pubblicazione in gazzetta Ufficiale un quinto dei Parlamentari di maggioranza, che avevano approvato questa riforma, si siano precipitati a formalizzare la richiesta di referendum, con lo scopo, nemmeno troppo nascosto, di votare rapidamente ed incassare un plebiscito, quasi come una
“carta bianca” dal popolo. Non ci pieghiamo all'arroganza e, concludiamo con le parole di Gobetti
«Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un'esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano».