PROFEZIE
di Giuseppe Buttà

23-02-2026 -

Il prof. Augusto Barbera, già Presidente della Corte Costituzionale e mio conterraneo, sa parlare chiaro e forte e quello che ha da dire lo dice sempre senza timori reverenziali né per la sua parte politica – è stato sempre un uomo di "sinistra" – né, tanto meno, per le persone.

Ho letto, con grande adesione, la sua deliziosa stroncatura di un nuovo divulgatore-propagandista che, da qualche tempo, istruisce gl’italiani dagli schermi di una rete televisiva sempre più faziosa. Commentando punto per punto le ragioni addotte da Alessandro Barbero contro la riforma della magistratura, Augusto Barbera ne rivela la fallacia e conclude la sua critica al suo quasi omonimo con un giudizio sferzante ma azzeccato: «Evidentemente Barbero è vittima del suo successo mediatico: è troppo impegnato ad approfondire tanta parte della storia umana, dagli Egizi alla spedizione dei Mille, da non trovare il tempo per leggere le norme su cui gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi nel prossimo referendum».

Un giudizio, questo, che è anche una stroncatura di Zagrebelsky che giura sull’autorevolezza di Barbero. Ma non intendiamo entrare in questa controversia se non per dire che la "main opinion" di Barbero – l’idea-forza alla luce della quale egli legge gli eventi in generale e non soltanto la questione del referendum, è che il nostro paese è di nuovo sulla china dell’autoritarismo, se non del fascismo – dimostra ancora una volta come queste idee possano essere fortemente fuorvianti: anche per chi le agita.

Egli è dunque vittima di se stesso sia quando dice ovvietà – per esempio che, già oggi, giudici e pubblici ministeri svolgono funzioni diverse; che il passaggio da un ruolo all’altro è raro; che il CSM è un organo centrale per l’autonomia della magistratura; che, durante il fascismo, il controllo sulla magistratura era nelle mani del governo – sia quando torce queste ovvietà per dimostrare la sua tesi sulla riforma di cui oggi discutiamo e contro la quale egli crede di potere usare il feticcio della intoccabilità della volontà dei padri costituenti. Barbero avrà studiato Egizi e Mille ma non sa nulla del costituzionalismo e di Jefferson.

Barbero non parla del "sistema Palamara" né dice che – mentre la svolta autoritaria e fascista è solo un pericolo temuto ma del tutto ipotetico – oggi, la magistratura è fortemente influenzata dalla sua appartenenza ideologica se non partitica; che, se il passaggio dal ruolo dei P.M. a quello dei giudicanti è raro, quello attraverso le porte girevoli che danno accesso alla politico e viceversa o alle numerose e remunerative funzioni fuori ruolo, non solo è frequentissimo ma è anche scandaloso; che, dunque, accanto a questa iniziale riforma bisognerebbe aggiungerne altre e più incisive come, per esempio, il divieto assoluto di tali passaggi e funzioni, salvo previe dimissioni dalla magistratura. Forse l’eloquente Barbero avrà studiato la metodologia storica ma non si chiede sei PM che guidano la polizia giudiziaria nelle indagini abbiano studiato non solo le pandette ma anche la metodologia investigativa o, almeno, abbiano letto qualche libro di Conan Doyle. Dalla separazione delle carriere ci attendiamo appunto che i PM vengano selezionati anche in base alla capacità investigativa. E ciò non potrà avvenire se non separando concorsi, carriere e tutto il resto.

Egli, infine, non dice che questa riforma tende soprattutto a dare qualche sostanza al "giusto processo" – che è una delle varie promesse della nostra Costituzione ancora non mantenute e che era lo scopo principale della riforma del codice di procedura penale introdotta da Giuliano Vassalli. Ma questo è un altro discorso.

Tornando alla questione attuale della separazione delle carriere, la mia modesta opinione è che dietro tutta questa mobilitazione contro la riforma – tanto più furiosa quanto più lontana sembra la prospettiva di un ritorno dei mobilitati alla vittoria nelle ormai non lontane elezioni politiche – vi sia un partito "reazionario" non disposto a cedere la benché minima parte del potere acquisito nel dopoguerra, specialmente dal 1968 in poi, penetrando nei gangli vitali della Repubblica, tra cui, appunto, la magistratura.

Se il cardinale Zuppi ha fatto il suo appello per la più larga partecipazione al voto referendario, sottintendendo, con parole velate e cardinalizie, un invito a votare "no" – naturalmente «nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene» – l’ottimo procuratore di Napoli, Gratteri, che conosce bene i suoi polli, ci ha avvertito con parole inequivocabili: da una parte ci sono «le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria e voteranno “no” al referendum sulla Giustizia». Dall’altra parte, «voteranno per il "sì" gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Per giustificare quella che molti hanno giudicato una smarronata (Barbera l’ha definita «indecente e al limite dell’eversione», l’esimio Gratteri ha buttato altra benzina sul fuoco dicendo che la cosa vale solo per i calabresi. Quindi anch’io, che voterò “si” e sono felice di vivere a Messina porta a porta con la Calabria, sono stato arruolato da Gratteri in questa bella compagnia nella quale egli ha compreso i semplici indagati ben sapendo che questi, come molti di quelli inquisiti da lui, sono stati spesso prosciolti dopo anni di traversie giudiziarie.

Ho sentito in TV il segretario nazionale della corrente Magistratura indipendente, Claudio Galoppi, annunciare il suo voto contrario al referendum per motivi relativi alle modalità di composizione dei due Consigli superiori della magistratura previsti nella riforma. Il primo sarebbe che l’isolamento dei PM in un organo autoreferenziale ne farebbe una casta (e su questo gli do ragione: solo precisando però che la casta c’è già ed è ora sia scesa in campo e questo non va bene: la casta che pensa solo a se stessa e che si oppone al potere legislativo legittimo non s’attaglia a una società democratica); anche Gherardo Colombo, l’ex famoso PM, parla del futuribile e ci avverte che la separazione delle carriere potrebbe far perdere al PM «il senso della giurisdizione». Può darsi.

A dire il vero, questa più che una previsione sembra una minaccia.

Il secondo motivo addotto da Galoppi sarebbe che, a suo avviso, il sorteggio svilirebbe l’autorità di quel Consiglio soprattutto perché il CSM, al contrario di quanto si pensa, avrebbe nei suoi poteri non solo la gestione delle carriere dei magistrati ma anche l’organizzazione degli uffici giudiziari; pertanto, esso deve avere un corpo di governo competente, e non soltanto indipendente dalla politica.

Certo. Chi potrebbe negare che questo e tutti i governi dovrebbero essere formati da competenti!

Ma il segretario di "magistratura indipendente" rivendica per il CSM il potere di indirizzo politico dell’amministrazione giudiziaria e questo non può non preoccuparci: o quel magistrato non conosce la Costituzione o, seppure segretario di una corrente sedicente moderata della magistratura, auspica – se non si è già realizzato – un allargamento di fatto delle competenze del CSM.

Infatti l’art. 105 della Costituzione stabilisce che «spettano al CSM, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Questo articolo non dice altro; gli articoli successivi non attribuiscono al CSM altri poteri o funzioni. Al contrario, l’art. 110 precisa che, «Ferme restando le competenze del CSM, spettano al ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei sevizi relativi alla giustizia».

Come dice Augusto Barbera, l’opposizione contro la riforma sta cercando di barricarsi non solo dietro distorsioni arbitrarie del testo approvato in Parlamento ma anche dietro le accuse e le ingiurie più violente contro i suoi sostenitori.

Io aggiungerei che si tratta di una opposizione del tutto strumentale: mi permetto di ricordare che, non più tardi di sette anni fa, Maurizio Martina, allora reggente del PD e candidato alla segreteria di quel partito, presentò un programma in cui figurava un punto – «Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale» – sottoscritto dai maggiori maggiorenti di allora: Alessandro Alfieri, Mauro Berruto, Graziano Delrio, Vincenzo De Luca, Andrea De Maria, Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Matteo Mauri, Matteo Orfini, Valeria Valente, Dario Parrini, Francesco Verducci e Debora Serracchiani, la quale è oggi responsabile giustizia della segreteria del PD e sta rischiando di rimanere ignuda a forza di stracciarsi le vesti battendosi contro la riforma in nome dell’antifascismo. Rosy Bindi non le è da meno e vaticina «la tirannia della maggioranza».

Veltroni ci ha ricordato che «La Costituzione si cambia insieme, si cambia come è stata scritta. Questa è la prima ragione per la quale voterò convintamente No». Peccato che egli stesso non ricordò questo alto principio nel 2001 quando favorì il pasticciaccio brutto della riforma del Titolo V.

Provenzano – che pensa sempre in grande – dicendo di voler parlare del merito della riforma fa finta invece di sbagliare strada e parla anche lui di tutt’altro: «il combinato disposto fra questa riforma, quella del "premierato" e la riforma della legge elettorale porterebbe a una "slavina istituzionale" che avrebbe come effetto quello di "ritrovarci Meloni al Quirinale"». Forse il buon Provenzano si preoccupa di vedere occupata abusivamente la "Casa degl’italiani". Quasi sembrerebbe che lui e i dem la considerino una "casa loro".

Eh già, questo è per i dem un pericolo serio poiché del "campo largo" fanno parte anche i teorici dell’occupazione abusiva delle case e quindi temono di non poter procedere allo sgombero. Ma, chissà, nel caso che il Quirinale venisse espugnato da Meloni, anche Ilaria Salis potrebbe convertirsi allo sgombero degli edifici occupati abusivamente.

Se poi si vuole la "pistola fumante", la prova regina della strumentalità degli argomenti "contra", basta leggere l’editoriale, "paludato", pubblicato su un giornale da uno dei più saggi tra le "riserve della Repubblica" (o, forse, ex riserva perché già l’abbiamo visto all’opera); dall’alto del suo "laticlavio a vita", generosamente concessogli prima della sua ulteriore elevazione a "primo ministro", Mario Monti ha dichiarato che voterà "no" perché, pur essendo incerto sul merito della riforma, alla fine ha deciso per lui una goccia che gli ha fatto traboccare il cervello: «se la nostra premier continuerà a dimostrarsi la leader europea più devota a Trump … meglio allora non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo».

Ma noi non dobbiamo occuparci de tyrannide condenda né da parte degli uni né da parte degli altri: se arrivasse la combatteremo. Ora dobbiamo solo guardare al significato e all’utilità attuale della riforma in sé.

Viene da pensare che questi critici-reazionari «misurano gli altri con il loro palmo». Per essere più espliciti, viene da pensare che essi, se avessero il potere esecutivo in mano, potrebbero usare i PM e i giudici nel modo in cui temono che possa usarlo l’attuale governo.

Insomma siamo dentro una battaglia referendaria a dir poco infuocata; per fortuna fino ad ora sono volati solo stracci e qualche sabotaggio ferroviario da condividere con le Olimpiadi.

Dobbiamo dire però che siamo stati sorpresi dal recente intervento del presidente Mattarella a una seduta del CSM in qualità di suo Presidente. Com’egli stesso ci ha detto, nei suoi ben 11 anni di Quirinale questa è stata la prima volta in cui egli ha messo piede in una seduta "ordinaria" dell’alto consesso. Il Presidente ha detto di aver sentito fortissimo il bisogno di andare ora a far visita a Palazzo dei Marescialli, certo, non come potrebbe pensare qualcuno, per rinfocolare ancora di più la battaglia con un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria, ma solo per portare la sua solidarietà al CSM colpito da qualche straccio, "forse immeritato", e invitare tutte le istituzioni al rispetto reciproco. E di questo appello egli va ringraziato.

Comunque, non so perché egli possa vantare merito per il suo assenteismo. Forse sarà la prassi; ma mi permetto di osservare che si è portati anche a pensare che una presenza più assidua del Presidente avrebbe potuto favorire un più ordinato svolgimento dei lavori di quell’organo importante e impedire quelle sue derive che tanto ci preoccupano. Io penso da tempo che sarebbe il caso di modificare o la prassi, con la partecipazione effettiva del Presidente alle attività del Consiglio (il che sarebbe quasi impossibile), o la norma della Costituzione, togliendo al Presidente della Repubblica la presidenza del CSM, proprio al fine di evitare che egli resti in alcun modo coinvolto nelle responsabilità che – in sua assenza – quell’organo si assume (Palamara docet): infatti il Presidente Cossiga, nella qualità di presidente del CSM, fu a suo tempo costretto a minacciare di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli per impedire che il CSM discutesse di materie estranee alla sua competenza.

Infine, ma non per importanza e significato, si deve parlare dell’ordinanza della "Suprema" Corte di Cassazione che, a referendum già indetto, ha stabilito un "nuovo principio giurisprudenziale" – sicuramente degno di passare alla storia – riformulando il quesito referendario secondo il dettato di ben 15 tra i più famosi giuristi e "volenterosi" "cavillisti". Avrei capito e accettato senz’altro il ricorso e l’ordinanza se il quesito, proposto dai primi richiedenti e approvato dalla stessa Cassazione, fosse stato incomprensibile e fuorviante. Ma non mi pare che fosse così.

Il quesito proposto – «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare" approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?» – era stato formulato nello stesso modo in cui lo era stato nei referendum confermativi precedenti; per esempio, nel 2001 il quesito del referendum sulla massiccia riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione era questo: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione" approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001?».

Allora questa formulazione non sollevò alcuna obiezione. Ma c’era una ragione: sia la riforma che il quesito erano sortiti dal cervello degli stessi benemeriti tutori esclusivi della Costituzione.

Quindi non c’era nulla da temere.

Ora, i suddetti 15 famosi giuristi e "volenterosi" "cavillisti" hanno chiesto e ottenuto dalla Cassazione che, al quesito sopra riportato, al quale dovremo rispondere nel referendum del 22 marzo, si aggiungesse la frase seguente:

«con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?»

Un quesito degno della sfinge di Edipo – «τί ἐστιν ὃ μίαν ἔχον φωνὴν τετράπουν καὶ δίπουν καὶ τρίπουν γίγνεται».

Insomma, soddisfacendo la richiesta dei "volenterosi cavillisti", la Cassazione ci ha fatto tornare al tipo di quesito che ci sconvolge sempre quando siamo di fronte alla scheda di un referendum – come per esempio quello che ci venne "somministrato" nel referendum del 12/06/2022:

«Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 7, comma 1, lettera a)”; art.16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 15, c. 1, lettere a), d) e)”?».

Forse mi sbaglio. A me sembra però evidente che lo scopo dei 15 famosi giuristi "cavillisti", ma "volenterosi", non è quello di schiarire le idee ai votanti bensì di confonderle e annebbiarle; insomma di ritardare la celebrazione del referendum e intorbidare le acque (avevo scritto "fare casino" ma ho cancellato). Scopo senz’altro legittimo ma, allo stesso tempo, non degno di un paese che pretende di essere democratico e retto dalla "più bella" Costituzione del mondo.




Fonte: di Giuseppe Butta'