Non c’è bisogno di ricordare che le Olimpiadi segnavano un momento di tregua tra le polis greche in perenne lotta tra loro. Sono certo però che se qualche atleta avesse voluto ricordare con qualche effige gli eroi delle Termopili, nessun CIO si sarebbe permesso di squalificarlo.
Invece il CIO miliardario di Milano-Cortina – mentre ha battuto il record del triplo salto mortale dell’ipocrisia per non ammettere ai giochi Russia e Bielorussia come nazioni ammettendo invece gli atleti russi e bielorussi come neutrali (neutrali rispetto a chi?); mentre permette la pubblicità commerciale con gli atleti, specialmente gli italiani, che sfilano vestiti con costosissime tute "griffate" – ha sostenuto una interpretazione estensiva, artificiosa ed inflessibile della norma olimpica che vieta ogni forma di manifestazione politica e ha squalificato l’atleta ucraino che, col suo casco recante le immagini di ben 20 atleti ucraini caduti sotto il quadriennale fuoco russo-putiniano, intendeva rendergli omaggio: lo ha estromesso dalle gare e il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS, da non confondere con TASS) ha pure respinto il ricorso presentato dall’atleta ucraino.
Nessuno ha fiatato – i "saggi" presenti allo spettacolo non hanno fiatato. Ma questo è secondario: ma non hanno fiatato nemmeno gli altri atleti partecipanti ai giochi.
Mi sarei aspettato che questi "sportivi" – elevati ad eroi delle nazioni –scioperassero immediatamente o, almeno, esprimessero la loro solidarietà all’atleta ucraino. Ma non gli conveniva!
P.S. Apprendiamo con sollievo che, invece, nel penultimo giorno delle gare olimpiche, è stato concesso a un atleta italiano di indossare un casco con l’effige del sole rappresentante il suo amore per la fidanzata morta in un incidente qualche tempo fa. Un buon sentimento: molto simile a quello nutrito dallo sciatore ucraino per i suoi compagni caduti sotto le bombe russe.