“Nella storia dell’Italia repubblicana l’indipendenza del Pm rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura ha rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela del principio di eguaglianza dinanzi alla legge“. Il concetto espresso in questa definizione è la base di fondo delle ragioni del no. Quindi niente di particolarmente trascendentale, se non per un particolare. Questo testo estrapolato da un ordine del giorno dei magistrati della Procura della Repubblica di Venezia portava la firma, correva l’anno di grazia 1994, di Carlo Nordio. Ora mi guardo bene dal contestare all’attuale Ministro della Giustizia la possibilità di cambiare idea, quello che non può piacere a nessun democratico è il tentativo di dichiarare che il Consiglio Superiore della Magistratura pratica “un sistema paramafioso.”
Si può dire in questo caso che è l’abito che fa il monaco. Così come non mi è piaciuta la dichiarazione del Procuratore di Napoli dott. Nicola Gratteri: “Per il Sì voteranno indagati, imputati e massoneria deviata”. In realtà questa campagna referendaria mostra tutta la pochezza della nostra classe dirigente. La maggioranza presenta una legge di riforma costituzionale che non serve a raggiungere nessuno degli obbiettivi che dice di voler raggiungere e che quindi da adito a tutti i sospetti di questo mondo.
Del resto la poco seria campagna elettorale per il fronte del Si, guidata dal Presidente (o Presidentessa) del Consiglio (nonostante i suoi contorcimenti per essere ma non apparire), viene condotta in maniera sguaiata contro la Magistratura, con alcune scivolate pericolosissime come quella del nostro Ministro degli Esteri on. Antonio Tajani che già ipotizza che il passo successivo dovrà essere la sottrazione della dipendenza funzionale dai Pubblici Ministeri della Polizia giudiziaria, che dipenderà in tutto e per tutto dalla catena di comando del proprio corpo di appartenenza ed in ultima istanza dal Governo che in quel momento guida il Paese.
Questa tesi mostra le vere intenzioni dell’esecutivo, portare, in qualche modo, ed in tempi brevi, il controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Questo è il vero obbiettivo di questa riforma e la separazione delle carriere è un passo prodromico per smantellare la nostra Carta Costituzionale nel suo bios: la divisione dei poteri.
Da quando il filosofo inglese John Locke, il francese Charles - Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, noto come Montesquieu e nel secolo successivo Immanuel Kant teorizzarono che occorre creare un ordine capace di garantire le libertà individuali e impedire che si crei un dispotismo di un potere. Il sistema che avrebbe impedito ciò si doveva basare sulla divisione dei poteri fra legislativo, esecutivo e giudiziario.
Su questi principi si basano tutte le costituzioni che gli stati occidentali si sono dati a partire dalla Costituzione americana del 1787 e da quella francese del 1791.
Le costituzioni, figlie dell’illuminismo, sono il tratto distintivo dell’occidente, il loro indebolimento è uno degli elementi che hanno portato ad una crisi delle democrazie occidentali.
Quello che mi ha sorpreso in questa campagna elettorale, e non solo, è il comportamento delle forze di opposizione.
Paurose e timide, che difendono solo l’esistente, che non cercano di dimostrare la modernità della nostra Costituzione e di come essa risponda alle necessità del nostro Paese, non in un’ottica di conservazione ma in una di sviluppo.