PREMIO NOBILE PER LA PACE
(di seconda mano)
di Giuseppe Butta'

25-01-2026 -

«Duecento anni fa il generale Lafayette donò a Simon Bolívar una medaglia con il volto di George Washington. Bolivar conservò quella medaglia per il resto della sua vita», ha detto Maria Corina Machado parlando con i giornalisti dopo aver donato a Trump la medaglia che le era stata a Stoccolma appena un mese fa. La generosa donatrice ha quindi aggiunto: «Duecento anni dopo, il popolo di Bolivar restituisce all'erede di Washington una medaglia, in questo caso la medaglia del Premio Nobel per la Pace, come riconoscimento per il suo impegno straordinario a favore della nostra libertà»,.

Trump ha gradito molto il dono, sebbene riciclato: «È stato per me un grande onore incontrare oggi Maria Corina Machado, del Venezuela. È una donna straordinaria che ha affrontato tante difficoltà. Maria mi ha consegnato il suo Premio Nobel per la Pace in riconoscimento del lavoro che ho svolto. Un gesto meraviglioso di reciproco rispetto. Grazie, Maria!».

Rispondendo a una domanda, il presidente Trump ha affermato di riconoscere come unici argini al suo potere la propria moralità e il proprio intelletto e ha sostenuto anche di non avere bisogno del diritto internazionale (né della Costituzione?). Oltre a questo, egli continua a stupirci ogni giorno con politiche, indecifrabili, che vanno dalle piroette ucraine ai dazi, ora usati come arma di pressione e di minaccia addirittura contro la Gran Bretagna colpevole – insieme a gran parte dei paesi europei – di stare tentando di farlo ragionare sulla questione della Groenlandia. Basterà il dialogo a far desistere Trump – non dico gli americani – dall'intenzione di risolvere il problema con «le buone o con le cattive»? Chi mai avrebbe pensato che questo potesse essere il linguaggio del dialogo tra alleati? Allora ci sarebbe da temere che, con ‘le buone o con le cattive', gli Stati Uniti possano voler prendere e, quindi, prendano, che so, la Sicilia perché gli serve per le loro basi militari.

Non c'è dubbio che tutto questo stia offuscando l'immagine che noi abbiamo degli Stati Uniti e dando armi ai nemici dell'America. L'affare della Groenlandia ci fa purtroppo pensare che la fame di territori stia avvinghiando anche gli Stati Uniti che, finora, ne sono stati almeno parzialmente immuni: è vero che il loro sviluppo territoriale fino al Pacifico costò parecchio in termini di sangue (indiano) e fu fatto anche a suon di dollari ma, allora, erano i legittimi proprietari a voler disfarsi di quei territori (tutto il territorio ad Ovest del Mississippi, Louisiana, fu comprato da Thomas Jefferson, e l'Alaska nel 1866 dal primo presidente Johnson); inoltre, per tutto il secolo lungo del colonialismo europeo, gli Stati Uniti si tennero alla larga dall'occupazione di territori anzi osteggiarono questa politica e furono i veri demolitori del colonialismo.

Il mito americano – che ha le sue radici nella libertà che quel paese ha donato al mondo – sta facendo posto nei nostri cuori e menti all'angoscia che questa ventata di follia sta sollevando ovunque.

Dopo Trump, ci sarà più un presidente degli Stati Uniti che possa dire, con affetto, con forza e con orgoglio, «ich been ein Berliner» o, ci sarà più un europeo che possa dire, con affetto, dolore e orgoglio, «siamo tutti americani» come quando molti di noi lo gridarono dopo l'11 settembre?

Gli orfani dell'altro mito che abbiamo conosciuto nel nostro tempo, quello del comunismo (sovietico e nostrano), gioiscono nel vedere crescere questa ondata di orfani dell'America e tentano di metterli nello stesso orfanatrofio in cui essi si trovano. No; non è possibile accomunare il crollo di due miti così diversi; per l'America possiamo ancora sperare: ha da passà ‘a nuttata.

Io spero che questa non sia la crisi finale del secolo americano, paradossalmente causata da un eccesso di potenza; spero che non lo sia perché continuo a pensare che la civiltà americana possa resistere alle onde sismiche scatenate da un sottosuolo sconquassato e deformato (stavo per dire ‘degenerato') da una forza brutale e cieca. Continuo a pensare che il sistema di valori di quella civiltà sia ancora il nostro – e il solo che possa darci la speranza della garanzia della libertà – a prescindere dal fatto che Trump stia cercando di imporre al mondo una immagine deformata degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, di inimicarselo tutto.

La realtà che abbiamo davanti non può non preoccupaci: Trump ha rilevato, a mio avviso giustamente, quanto sia debole la difesa Occidentale nei mari dell'Artico e come i sottomarini russi siano in grado di partire dal Mare di Barents e arrivare a costeggiare la Groenlandia, minacciando gli USA e tutto l'Atlantico. Da qualche anno, Putin fa tutto questo con il silente appoggio cinese. Trump si è convinto che occorra una reazione decisa e non intende delegare questo compito agli alleati occidentali.

Che vi sia un problema geostrategico di difesa e controllo della Groenlandia non v'è alcun dubbio e certamente non ci rassicura la dichiarazione danese secondo la quale, negli ultimi dieci anni, non si è vista una nave cinese nell'Artico: non ci rassicura per il fatto che i danesi – e gli europei tutti - non l'hanno vista perché non hanno guardato. Ma possiamo dire, altrettanto certamente, che la ‘confisca' del territorio minacciata a un alleato non è il modo migliore per provvedere ai bisogni strategici non solo degli Stati Uniti ma dell'Alleanza di cui essi sono la parte più importante e non si può costringere il povero ministro degli esteri danese a dover dire: «Per noi idee che non rispettino l'integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all'autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, del tutto inaccettabili. Permane quindi un disaccordo fondamentale, ma abbiamo concordato di essere in disaccordo e continueremo comunque a dialogare».

Nel suo discorso interminabile a Davos, Donald Trump, pur avendo detto, che non interverrà militarmente in Groenlandia, ha insistito sulla necessità di possedere l'isola specificando che gli Stati Uniti hanno protetto l'Europa e pagato per lei, e che ora è arrivato il momento che gli europei paghino, in dazi e in spese militari.

Questo è sicuramente vero: gli Stati Uniti hanno finora sopportato il maggior peso dell'alleanza atlantica e, per varie ragioni tutte fondate, da tempo (almeno dai tempi di Reagan) premono sugli alleati europei per ottenere un contributo politico, militare e finanziario adeguato e perché si ripensi a una divisione del lavoro tra i membri dell'alleanza. Gli europei hanno finora fatto orecchi da mercante o, addirittura, hanno cercato una loro ‘terza via'. L‘Europa o, per meglio dire, le nazioni europee, da sempre in lotta tra loro per uno straccio di egemonia, devono rendersi conto che l'Occidente oggi è sull'orlo del disfacimento a meno che non si trovi un accordo sincero e praticabile per trovare un nuovo ruolo alla NATO nel mantenimento dell'equilibrio mondiale. Questa è un'esigenza non solo della ‘debole' Europa ma anche degli Stati Uniti e bisogna che venga compresa anzitutto dalla Francia perché, ancora qualche giorno fa, l'ex Presidente Holland predicava il solito verbo da grande potenza dicendo che «molti Paesi europei non riescono a rassegnarsi a questo distacco [dagli Stati Uniti] o addirittura a una possibile rottura. Devono aprire gli occhi. Dobbiamo garantire autonomamente la sicurezza del continente. È forse più facile per la Francia, che ha capacità militari significative e dispone della forza di deterrenza, e più complicato per la Germania, la Polonia, i Paesi Bassi o l'Italia, che vedevano nella protezione americana un vero ombrello protettore. Capisco che sia una lacerazione, e molti sperano ancora che il divorzio non venga ufficializzato. È come nelle coppie. Si cerca di prolungare quella fase in cui si sta ancora insieme, pur essendo già lontani».

Questa di Holland (e di Macron) non sarebbe una prospettiva di sicurezza oltre che di unità politica: per fare dell'Europa una potenza non basterà la ‘force de frappe' francese né riarmarsi di missili e cannoni; l'arma che ci mancherà ancora per molto tempo è quella più importante: è il governo federale, con la sua Costituzione, con un popolo europeo che dovrebbe sapere e volere usare i missili e i cannoni quando, Dio non voglia, ci fosse la necessità di usarli.

Oggi però sembra che gli attuali governanti americani stiano rischiando di dare ragione a tali farneticazioni e di ripetere l'errore degli isolazionisti del secolo scorso: quando gli Stati Uniti si sono disinteressati dell'Europa hanno permesso prima alla Germania imperiale e poi alla Germania nazista di mettere a soqquadro il mondo e hanno dopo dovuto impegnare il massimo della loro forza non soltanto per puntellare il Vecchio Mondo ma anche se stessi. La stessa cosa hanno dovuto fare contro la minaccia sovietica. Gli Stati Uniti sono oggi impegnati in tutto il mondo e non possono permettersi distrazioni né di indebolire le alleanze di cui sono il perno.

Trump ha ragione di compiacersi del fatto che gli Stati Uniti «sono ora la nazione più avanzata del mondo» ma sbaglia se pensa che ‘America first' possa significare ‘America da sola' e che i suoi rapporti con l'Europa e il mondo atlantico possano essere ridotti alla questione dei dazi. Non c'è dubbio infatti che a Washington servano gli alleati europei, come serviranno ancora Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia (e forse anche l'India) nell'impegno che gli Stati Uniti devono sostenere in Europa e Medio Oriente così come in Estremo Oriente e nel Pacifico. Non basteranno le ‘terre rare' o qualche dollaro in più a bilanciare il mostruoso potere che potrà acquistare o sta già acquistando una enorme massa continentale russo-cinese con l'appendice iraniana: gli Stati Uniti avrebbero tutto da perdere se abbandonassero la strategia degli ultimi cento anni e i dazi e le minacce di ‘esproprio' dei territori dei vicini e alleati potrebbero fare danni a lungo termine.

Allo stesso tempo bisogna che l'Europa atlantista faccia ciò che deve per rafforzare l'alleanza con l'America partecipando a una strategia globale da concordare con questa: se l'America sarà forte, sarà forte anche la Nato e sarà forte anche l'Europa (unita).




Fonte: di Giuseppe Butta'