All’alba del 3 gennaio, con l’attacco contro il Venezuela e il rapimento del suo presidente Nicolàs Maduro e della moglie Cilia Flores per “fare guerra alla droga”, si è capito che cosa intendeva il Presidente USA con il “corollario Trump” alla dottrina Monroe: che l'emisfero occidentale deve essere controllato politicamente, economicamente, commercialmente e militarmente dagli Stati Uniti. Ora, infatti, in base al “corollario Trump”, a governare il Venezuela saranno temporaneamente gli USA. O meglio: saranno le aziende americane a prendere il controllo della sua infrastruttura petrolifera – il Paese possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo. E’ pertanto divenuto evidente che se Trump ha rovesciato Maduro – ora rinchiuso nel penitenziario statunitense di Brooklyn in attesa di processo con l’accusa di “narcoterrorismo” - non è stato per “fare guerra alla droga”, ma per impossessarsi del petrolio venezuelano.
Il futuro del Venezuela rimane incerto. Il governo di Maduro, passato nelle mani della vicepresidente Delcy Rodrìguez, sembra ancora esercitare il potere nel Paese. Ed è con il consenso di una compiacente Rodríguez, minacciata di un destino peggiore di quello del suo predecessore, che Trump pensa di sfruttare le riserve petrolifere venezuelane. Il greggio venezuelano non è l’unico fine di una mossa di questa portata. Attorno ad esso si articolano altri obiettivi. Tra questi: fare pressione sulla Cina, principale acquirente del petrolio insieme all’India e secondo partner commerciale del continente sudamericano, ma anche su Cuba, sopravvissuta grazie al petrolio venezuelano sovvenzionato.
In una recente intervista al New York Times, Donald Trump ha affermato di "non aver bisogno del diritto internazionale" e che l'unico limite al suo potere è "la mia moralità, la mia mente". Prova del suo disprezzo per principi quali legalità, rispetto dell’inviolabilità di uno Stato sovrano, diritto all’autodeterminazione di un popolo, l’ha data con l’attacco illegale al Venezuela. Gli alleati più stretti di Trump in Europa, come il primo ministro italiano Giorgia Meloni, hanno ritenuto l'operazione legittima, descrivendola come un "intervento difensivo"; in altri, che sentono ancora il bisogno di ribadire il sostegno al diritto internazionale, ha suscitato solo tiepide risposte, per timore di provocare il disappunto del Presidente USA, visto che il suo sostegno all'Ucraina è ancora considerato vitale. Proprio perché ormai Donald Trump si sente invincibile, autorizzato a violare qualsiasi legge, quando afferma che Cuba, Messico, e Colombia sono nel suo mirino, dobbiamo credergli. Quando dice di voler annettere il Canada, dobbiamo credergli. Quando dice "Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia" e ce la prenderemo “con le buone o con le cattive”, dobbiamo credergli. Se la risposta europea al suo attacco illegale al Venezuela è stata debole, l’intenzione di annettere il territorio sovrano danese facente parte della NATO pone problemi ai quali l’Europa non può rimanere passiva. In primo luogo, perché significherebbe la fine dell’alleanza occidentale. E in secondo luogo, perché creerebbe un precedente pericoloso autorizzando di fatto Vladimir Putin, Xi Jinping e gli Emirati Arabi Uniti ad agire come meglio credono.
Il senso di onnipotenza che sembra possederlo sul piano internazionale, scema alquanto sul piano interno. Il suo indice di popolarità non è mai stato così basso, per via dell'impennata dei premi sanitari, l'infelicità economica, il caso Epstein, la sparatoria mortale di Renee Good e di Alex Pretti da parte dell'ICE a Minneapolis. Il suo intervento militare in Venezuela, senza l’approvazione preventiva del Congresso, ha suscitato intense proteste non solo nei Democratici. Durante le sue campagne presidenziali, Donald Trump si è impegnato a porre fine alle "guerre all’estero", e a concentrarsi invece sul rilancio dell'economia statunitense. Ma l’aver ribattezzato il Dipartimento della Difesa Dipartimento della Guerra, l'uso della forza in Venezuela, il suo sostegno alla demolizione di Gaza e il bombardamento degli impianti di arricchimento nucleare iraniani dimostrano il contrario. Per non parlare dei ripetuti tentativi di prendere il controllo della Groenlandia, che stanno provocando una crescente tensione tra gli Stati Uniti e i suoi alleati NATO. La minaccia di imporre dazi del 10% dal 1° febbraio a Danimarca, Norvegia, Svezia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia, colpevoli di essersi opposti al suo tentativo di impossessarsi del territorio artico, ha avuto come effetto il drammatico crollo dei mercati e un’impennata del prezzo dell’oro quale non si vedeva da 20 anni, il che l’ha indotto a ripensarci. E il 21 gennaio, al World Economic Forum di Davos, dichiara non solo che l’imposizione dei dazi è rinviata, ma anche che per ora avrebbe rinunciato all’uso della forza militare per annettere la Groenlandia. Tuttavia, meno di 24 ore dopo, il 22 gennaio, di ritorno a Washington a bordo dell’Air Force One, annuncia trionfante "in Groenlandia possiamo fare tutto ciò che vogliamo".
Il proposito di Donald Trump di occupare l'isola artica con la forza “perché gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e perché il suo territorio possiede uno dei più grandi giacimenti di terre rare al mondo, rientra nel “corollario Trump” alla dottrina Monroe, che stando agli ultimi sondaggi trova contrari tre quarti degli americani. Se l’autoproclamatosi “re dei dazi” continuerà su questa strada, a novembre nelle elezioni di midterm rischia di essere detronizzato.